La via stretta per tornare a investire

di Paolo Savona - 21/12/2009 - Economia
La via stretta per tornare a investire
Passata la grande paura, confermata una sia pur minima ripresa produttiva e superate le diatribe sulle carenze di credito emerge chiaramente che il problema da affrontare è la carenza di investimenti. Finché la domanda di consumi e di esportazioni resta fiacca, le imprese non hanno interesse a intraprendere nuovi investimenti e si limitano a servire la ricostituzione delle scorte. Alcuni sostengono che la ripresa in atto è un fuoco di paglia, dato che la spesa pubblica non va oltre un sostegno del reddito disponibile senza poterlo incrementare e la creazione “non convenzionale” di moneta non si dirige verso la produzione, ma verso l’oro e le azioni, innalzandone le quotazioni senza che vi sia sottostante una solida ripresa dei profitti. La speculazione domina l’attività economica e spinge verso un’exit strategy prima del ritorno di una vera ripresa.
 
La soluzione classica per una situazione di quasi ristagno produttivo sarebbe un vasto piano di investimenti pubblici. La Cina ha intrapreso questa via poiché dispone di risparmi in eccesso, ossia una bilancia dei pagamenti in attivo per circa 243 mld di euro. La Germania mostra la medesima intenzione, avendo spazi sul risparmio interno pari a 95 mld di curo. Il programma del nuovo governo Merkel prevede per il 2010 detassazioni pari a 24 mld di euro a favore di famiglie e imprese, 3 mld per la formazione professionale e, diluiti nel tempo, 25 mld per le università e i centri di ricerca; avendo recentemente approvato una legge costituzionale per un sostanziale ritorno al pareggio di bilancio, la copertura prevista è una razionalizzazione della spesa pubblica. Auguri!
 
Gli Stati Uniti procedono a reflazionare la loro economia ignorando i possibili effetti negativi sul dollaro derivanti dal loro disavanzo estero di parte corrente, tuttora, elevato (310 mld di euro), e dal disavanzo del bilancio federale, che ha raggiunto il vertiginoso livello dell’11,9% del loro Pil. Anche la Francia si è mossa, pur avendo un eccesso di domanda interna, ossia un disavanzo nei conti con l’Estero di 41 mld di euro. Nonostante ciò ha disposto una maggiore spesa pubblica per 35 mld di euro.
 
Una maggiore spesa pubblica così suddivisa: 11 mld per l’insegnamento superiore, 6,5 per sostenere l’industria ingenerale, ivi inclusa la piccola industria, 5 mld per propiziare una crescita sostenibile, 4,5 mld per Internet e la banda larga e mld per i reattori di quarta generazione; la copertura prevista è l’emissione di titoli pubblici per 22 mld e il rientro di fondi dalle banche pari a 13 mld, a titolo di rimborso del sostegno ricevuto. Di conseguenza il disavanzo pubblico salirà all’8,5% del Pil e il rapporto del debito pubblico all’84%.
 
L’Italia ha una situazione leggermente più pesante della Francia dal lato della bilancia estera di parte corrente, con un deficit di 47 mld di euro, e da quello del debito pubblico, che supera il 115% del Pil; ma presenta un disavanzo del bilancio pubblico inferiore (5,3%), per giunta accompagnato da un programma di rientro. La finanziaria in corso di approvazione prevede maggiori spese per circa 9 mld di euro, in gran parte provenienti dalla sanatoria dei capitali illecitamente esportati (lo “scudo fiscale”). Noi abbiamo le stesse necessità della Francia. Come gli altri Paesi membri dell’Unione Europea, ma siamo restii dall’intraprendere politiche di spesa avventuristiche per non incappare nei timori di solvibilità del debito pubblico in cui si dibatte la Grecia. L’ideale sarebbe ancora una volta una politica di cooperazione europea per effettuare nuovi investimenti, ma siamo ancora lontani da un’indispensabile solidarietà fondata su basi razionali. Eppure Regno Unito, Spagna. Irlanda e Portogallo hanno lo stesso nostro interesse, ma non brillano politicamente nel richiedere una politica comune di ripresa produttiva e di sviluppo dell’occupazione basata sugli investimenti.
 
L’Italia deve quindi procedere da sola, contando sugli strumenti che può attivare. Poiché il problema è l’elevatezza del debito pubblico e non, almeno per ora, dati i confronti, quello del disavanzo di bilancio, è sul primo che va concentrata l’attenzione della politica economica. Reiteriamo perciò la richiesta di provvedere al rimborso del debito pubblico attraverso la cessione del patrimonio dello Stato. Non solo non si procede in questa direzione, ma si programma l’alienazione di parte di esso per finanziare la spesa pubblica corrente e il trasferimento di un’altra parte agli enti locali, i quali invece dovrebbero mettere al servizio dei debito pubblico il loro patrimonio. Invece di togliere la corda al collo allo sviluppo, la stringiamo, riducendo l’unico spazio che abbiamo per procedere a una politica reflattiva della produzione e dell’occupazione, come vanno facendo gli altri Paesi.

da Il Messaggero del 21 dicembre 2009
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