Sviluppo grande assente in Europa

di Paolo Savona - 17/12/2010 - Economia
Sviluppo grande assente in Europa

Oggi e domani si riuniranno i 27 Capi di Stato dell'Unione Europea per un Summit che è stato definito "vitale". I risultati attesi sui principali temi dell'agenda sono abbastanza scontati, anche se è probabile che lo siano nella loro genericità: verrà ribadito con fermezza che l'Europa unita rappresenta il futuro di tutti i paesi membri, che l'euro va difeso con ogni mezzo, che il rigore fiscale è un presupposto per la ripresa della crescita e che il bilancio comunitario va potenziato.

Dai "punti caldi" dell'Unione sono provenute dichiarazioni che accreditano questa interpretazione favorevole, ma non rasserenano i mercati: la Cancelliera Merkel ha dichiarato infatti che "l'euro è un comune destino e l'Europa il comune futuro", ma a "precondizioni indispensabili" di rigore fiscale; il Commissario Barroso ha preannunciato che dal Summit uscirà un "meccanismo permanente anticrisi", ossia qualcosa che abbatterà i limiti alle attuali disponibilità del Fondo di stabilizzazione finanziaria europeo approvato nel maggio scorso, ma ha aggiunto che i dettagli verranno messi a punto di seguito, lasciando aperta la porta alla speculazione sui titoli pubblici del Portogallo e della Spagna e al possibile contagio di quelli italiani.

Gli inglesi pontificano sull'utilità dell'euro (don't do it, cioè non uccidetelo), ma si tengono accuratamente fuori dall'euroarea, insistendo per bocca del Premier Cameron di non voler accettare l'aumento del 2,9% del bilancio comunitario, anzi ne chiedono la riduzione. Siamo quindi alle solite annose querelle su cui sguazza la speculazione. Il problema non è quindi la concordanza sugli obiettivi, più facile da raggiungere tanto è ovvia, ma il dissenso profondo sugli strumenti da attivare.

La crisi della finanza pubblica è solo un aspetto di una più ampia problematica europea irrisolta, che la speculazione fiuta e sulla quale prospera. Curare gli eccessi di debito pubblico con politiche deflazionistiche, in un mondo che dall'Ovest all'Est segue indirizzi opposti, anche se con strumenti diversi (moneta e fisco facili negli Usa e tolleranza all'inflazione in Cina), taglia alla radice le possibilità di crescita e mina il futuro dell'Europa. L'esercizio richiesto ai Capi di Stato è perciò equivalente alla quadratura del cerchio: se non si lascia aperto un varco nel quadrato, la soluzione non si troverà mai.

Le redini dell'economia comunitaria sono oggi saldamente in mano alla Banca Centrale Europea che dispone degli strumenti di intervento più efficaci: creare moneta per stabilizzare la domanda di titoli pubblici sotto attacco speculativo e mantenere bassi i tassi dell'interesse. È del tutto ovvio che questa politica ha dei limiti che il mercato conosce, anche perché glielo ricordano continuamente i vertici della Banca che, forse sperando di scaricare le loro coscienze, chiedono d'essere aiutati nel loro compito dal maggiore rigore fiscale intraeuropeo. La Bce non può spingere oltre il proprio sostegno alla crescita; cioè aiuta, ma non risolve.

Il problema della crescita europea come lo vedono i tedeschi non è confinabile al loro Paese, se credono alle parole che dicono sul destino e sul futuro comuni dell'euro e dell'Europa; né tantomeno lo sarebbe un ritorno deflazionistico all'ortodossia fiscale, per giunta rafforzata da un nuovo e più stringente Patto di stabilità. Occorre uno sforzo collettivo e questo consiste nel realizzare infrastrutture strategiche finanziate con l'emissione di E-bond, non per salvare i debiti pubblici nazionali, sottraendo alla crescita l'ultimo e forse unico degli strumenti attivabili, ma per sospingere lo sviluppo europeo del reddito e dell'occupazione. La proposta Tremonti-Juncker resta quindi valida, ma dei due possibili obiettivi a essa attribuibili — quello antispeculativo e quello antirecessivo — il secondo è certamente il più importante, anche perché il primo ha già chi può perseguirlo egregiamente, appunto la Bce, la cui azione sarebbe più efficace e non inflazionistica se l'Unione Europea si ponesse sul sentiero di una nuova crescita.

da Il Messaggero del 17 dicembre 2010


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