Tassazione delle rendite e pressione fiscale

di Alfredo Recanatesi - 19/11/2009 - Economia
Tassazione delle rendite e pressione fiscale

È ampiamente condivisa l’opportunità di ridurre l’Irap, escludendo o riducendo nel calcolo dell’imponibile il costo del lavoro, dal momento che questa componente si configura come una tassa sull’occupazione, ed eventualmente (ma qui riserve non mancano) le attività in perdita. Il tema è stato proposto con rinnovata forza in seguito alla crisi recessiva che, per motivi di insufficiente capitalizzazione e di minori difese contro le oscillazioni dei cicli congiunturali, ha colpito con particolare virulenza le imprese di minore dimensione. L’impedimento ad una riduzione non solo simbolica di questa imposta è dato notoriamente dalla pesante condizione della finanza pubblica ed in particolare dal ritorno dello stock di debito su livelli record il quale esclude che l’operazione possa essere effettuata a carico del disavanzo.

Questo essendo lo stato delle cose, proponiamo il seguente esercizio: dovendo trovare risorse che per comodità di ragionamento possiamo immaginare dell’ordine di 6-7 miliardi (mezzo punto di Pil che corrisponde al minimo di una riduzione non simbolica dell’Irap) è preferibile trarle dall’Irap (cioè lasciando le cose come stanno e rinunciare ad una riduzione) o da una tassazione delle rendite finanziarie non più marginale come quella attuale?

È opportuno precisare subito e preventivamente che questa domanda non sottende alcun aumento della pressione fiscale, ma solo un trasferimento della imposizione in funzione di una maggiore coerenza con il dettato costituzionale, che prescrive l’imposizione di un concorso alla spesa pubblica proporzionale al reddito, e della necessità, particolarmente sentita in questi anni, di una politica fiscale che non penalizzi la crescita economica e l’equità distributiva.

Ogni volta che su un qualsiasi tavolo viene posto il tema della tassazione delle rendite finanziarie scatta una sorta di riflesso condizionato che lo respinge, lo accantona, lo insabbia; ciò è avvenuto ed avviene anche presso le forze politiche del centro-sinistra sebbene questo tema investa principi che in astratto affermano, ma non traducono in prassi neppure quando, rivestendo responsabilità di governo, ne hanno avuto l’occasione. I motivi sono diversi. Quello più generale è che l’ipotesi è stata sempre presentata e percepita come una imposizione aggiuntiva su una pressione fiscale già elevata; quello più politico è che colpirebbe essenzialmente le persone fisiche (che votano) mentre le imprese, soggette all’Irap, non hanno diritto di voto se non indirettamente quando si identificano con il loro proprietario; quello etico-morale è che riguarda le attività finanziarie considerate come frutto della virtù del risparmio esercitata su un reddito (per lo più da lavoro) già tassato quando è stato prodotto. Questi motivi di resistenza hanno sempre prevalso non solo per interessi politico-elettorali o corporativi, ma anche perché non trova mai considerazione una storia che invece qualifica tutte le componenti della questione ed ignorando la quale, di conseguenza, ogni ragionamento deraglia dalla realtà dei fatti.

Occorre, quindi, richiamare questa storia prima di formarsi una opinione sulla opportunità o meno di tassare le rendite finanziarie, soprattutto come alternativa alla tassazione delle imprese e del lavoro.

In Italia, si sa, la ricchezza finanziaria è abnorme rispetto a qualsiasi parametro la si voglia rapportare e comunque la si voglia paragonare a quella che si riscontra in altri Paesi. Il motivo solitamente addotto – anche per lisciare l’elettorato nel verso del pelo – è che il nostro è un popolo che unisce alla virtù della laboriosità quella del risparmio. Poiché non devo essere eletto da chicchessia, mi sento di poter serenamente affermare che questa è pura retorica. Certo, da noi la cultura del risparmio ha radici profonde più che altrove, ma questo spiega solo una parte, per di più piccola, della dimensione – va ripetuto: abnorme – dei patrimoni detenuti dalle famiglie in genere e della loro componente finanziaria in particolare.

La componente finanziaria di questi patrimoni è stata gonfiata dalla circostanza che per almeno un quarto di secolo motivi essenzialmente geopolitici hanno indotto i governi di allora (l’alternanza era di là da venire) a mantenere moderata l’imposizione fiscale finanziando i conseguenti disavanzi con debito. Quasi sempre si trascura che non ci può essere un debito senza che a fronte vi sia un corrispondente credito, trascurando così, di conseguenza, che a fronte del gigantesco e patologico stock di debito pubblico si è formato anche un parimenti gigantesco e parimenti patologico stock di credito privato. È questo stock di credito, formatosi per altro quando i mercati finanziari erano chiusi e rigorosamente limitati i movimenti di capitale, che ha concorso ad elevare a livelli anomali la ricchezza finanziaria delle famiglie. In altre parole, lo Stato spendeva più di quanto incassava; ed anziché coprire la differenza con maggiori tasse, riassorbiva quella eccedenza di spesa emettendo titoli. Visto dal lato del sistema economico, il finanziamento dello Stato avveniva in parte con tasse ed in parte con la sottoscrizione di titoli. Si innescò, in tal modo, un circuito perverso, com’è evidente per il fatto che, contrariamente al pagamento delle tasse, la sottoscrizione di titoli implica poi un frutto in interessi per pagare i quali lo Stato doveva emettere altri titoli. Particolare non secondario è che la variabile non era la quantità di titoli da emettere, ma il tasso di interesse, che doveva comunque essere tale da assicurare il collocamento dei titoli sottraendo le corrispondenti risorse ai consumi ed agli altri possibili investimenti. Non è contestabile, quindi, che una ampia parte della attuale ricchezza finanziaria detenuta dalle famiglie si sia formata e sia lievitata non come frutto di virtù, ma come diretta conseguenza del dissesto delle finanze pubbliche.

E non basta. Questo processo ha determinato profonde iniquità distributive sia perché di esso hanno potuto beneficiare quanti già disponevano di un reddito col quale sottoscrivere i titoli di debito emessi dallo Stato; sia perché gli elevati tassi di interesse che occorreva corrispondere per drenare dal sistema l’eccesso di spesa, hanno determinato una sorta di autoalimentazione dei patrimoni finanziari; sia infine perché (ciliegina sulla torta) la partecipazione alla moneta unica ha imposto un preventivo processo di armonizzazione in virtù del quale il valore di mercato di una buona parte dei titoli di Stato (quelli a tasso fisso) è mediamente raddoppiato. La circostanza che con le liberalizzazioni questi patrimoni hanno cominciato a differenziarsi (ma anche qui, irrobustendosi ulteriormente con le speculazioni contro la lira dei primi anni ’90 e la conseguente “privatizzazione” delle riserve valutarie allora detenute dalla Banca d’Italia) investe la forma, non la sostanza o tanto meno l’origine di quella ricchezza finanziaria.

E allora c’è da chiedersi: posto che quel che è stato è stato, sui frutti di una ricchezza finanziaria così formata – di una ricchezza molto più simile a manna piovuta dal cielo che a laboriosità e parsimonia – non è il caso di imporre una tassazione che non sia quella risibile attuale?

Non si tratta di iscriversi al “partito delle tasse”, tutt’altro. Si tratta di formulare un serio progetto di sostituzione di una parte del gettito prodotto dalla tassazione delle imprese e del lavoro dipendente con gettito tratto da rendite finanziarie. Se le ragioni di equità che consigliano una tale sostituzione sono indipendenti dai cicli di congiuntura economica, ma quelle che attengono agli effetti della politica fiscale sull’economia reale oggi non possono essere che molto più forti e convincenti di ieri. Alleviare la tassazione sulle imprese significa soprattutto tonificare la loro competitività che langue da ben prima della esplosione della crisi. Alleviarla sul lavoro, e soprattutto sul lavoro dipendente, significa tonificare la domanda interna attraverso i redditi di categorie che hanno duramente pagato e continuano a pagare la perdita di produttività e, quindi, di competitività del sistema produttivo italiano. È desolante che non ci sia una forza politica in grado di presentarsi all’elettorato con un progetto così articolato, ed ancor più desolante è che un simile progetto non venga considerato neppure dalle organizzazioni rappresentative del sistema produttivo.

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