In teoria è giusto tassare l’oro di Bankitalia, in pratica meno

di Paolo Savona - 06/08/2009 - Economia
In teoria è giusto tassare l’oro di Bankitalia, in pratica meno

L’indipendenza delle banche centrali ha avuto una lunga gestazione. Occorsero infatti numerose conferenze monetarie internazionali per elaborare il decalogo del buon banchiere centrale. Nel 1926, il presidente della Fed, Benjamin Strong, incontrò Mussolini e lo convinse a riconoscere l’indipendenza della Banca d’Italia, sfruttando l’interesse del duce per i finanziamenti americani. Dopo l’incontro Mussolini pronunciò il famoso discorso in cui si impegnava a difendere il valore esterno della lira a ”quota novanta”, a dare l’indipendenza alla Banca d’Italia, preannunciando “lacrime e sangue”. Il “Governatore” Bonaldo Stringher scrisse però a Mussolini assicurandogli che avrebbe sempre ubbidito ai suoi ordini. In pratica rifiutò l’indipendenza. Nondimeno la storia insegna che la Banca d’Italia fu gelosa custode dei margini di indipendenza a essa concessa, dato che il suo Statuto li limitava imponendo di “servire” il fabbisogno pubblico in eccesso. Si dovette attendere il Ministro del Tesoro Andreatta che decise il “divorzio” con la Banca d’Italia, eliminando l’obbligo di acquistare i titoli di Stato andati invenduti. L’opera fu poi completata agli inizi degli anni ’90 da un altro Ministro del Tesoro, Guido Carli, che trasferì alla Banca centrale il potere a lui riservato di modificare i saggi ufficiali dell’interesse, un lustro prima della cessione di questa sovranità piena alla Bce.

L’indipendenza poggia sulla tesi che l’inflazione dipenda sempre da fenomeni monetari. Abbattendosi sui cittadini in modo diverso, essa agisce come una “tassa occulta”, violando il principio democratico che proibisce ogni tassazione se l’inciso non partecipa alla decisione. Poiché governi e Parlamenti trovano sempre un motivo per stampare carta moneta, è stato ritenuto conveniente attribuire questo potere a un organo tecnico-politico con un mandato preciso, quello di combattere l’inflazione. Il problema è che l’aumento dei prezzi ha varie origini e, infatti, non è raro sentire continue lamentele delle Banche centrali per gli aumenti salariali e di spesa pubblica che impediscono a esse di assolvere al mandato ricevuto. Vi è una seconda obiezione che proviene da Piero Sraffa: in un’economia di mercato perfettamente competitiva, se le Banche centrali sono in condizione di fissare il tasso dell’interesse a livelli più elevati del saggio di profitto, scartano gli investimenti che non consentono di conseguire quei livelli e innalzano la media del profitto, determinando la distribuzione del reddito, compito questo che in democrazia spetta ai Parlamenti. In punta di teoria, quindi, resta qualche dubbio sulla sostenibilità dell’indipendenza dai consessi democratici concessa alle Banche centrali, ma sul piano pratico conviene mantenerla. Nella mia esperienza di tecnico prestato alla politica ho più volte incontrato scetticismo da parte dei decisori pubblici sull’opportunità di emettere obbligazioni invece che stampare carta moneta, dato che questa “costava molto meno”. Questo pericolo è sempre dietro l’angolo e, pertanto, una scelta pragmatica è preferibile al un purismo teorico.

La proposta di tassare le plusvalenze auree della Banca d’Italia ha riacceso il dibattito sull’indipendenza. Fissare una tassa ritengo sia nel pieno diritto dei Parlamenti. Ancora una volta, però, il giudizio in punta di teoria è diverso da quello pratico. Poiché l’eventuale tassa, come ogni altra che colpisce la ricchezza, andrebbe a coprire fabbisogni correnti dello Stato, trasformerebbe ricchezza nominale in spesa ordinaria, ossia impoverirebbe il paese. Se andasse invece a ridurre il debito pubblico si potrebbe anche prenderla in considerazione nel quadro di una politica che volesse affrontare questo problema.

da Il Foglio del 5 agosto 2009

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