Tremonti, il pareggio non basta

di Giorgio La Malfa - 14/07/2008 - Economia
Tremonti, il pareggio non basta
Le prime decisioni del Governo in materia di finanza pubblica meritano un sostegno senza riserve. E’ stata giusta la decisione di Tremonti di confermare immediatamente l’impegno europeo di realizzare il pareggio del bilancio dello Stato nel 2011 e di anticipare il più possibile, senza aspettare l’autunno, l’avvio della manovra finanziaria. Le proteste per i tagli alla spesa decisi dal Ministero dell’Economia, per quanto possano apparire giustificate se prese una per una, non possono essere accolte. Dopo oltre 30 anni consecutivi di deficit che hanno prodotto un debito pubblico che da solo rappresenta oltre un quarto del debito pubblico complessivo dei 27 paesi membri dell’Unione Europea, il pareggio del bilancio segnerà un cambiamento nella considerazione internazionale dell’Italia di cui il Paese si gioverà in molti campi. Su tutto questo non si discute.

Ma le difficoltà stanno davanti a noi. Il problema è che, se si vuole affrontare seriamente  il problema della crescita economica italiana, i tagli richiesti per realizzare il traguardo del pareggio del bilancio non esauriscono gli interventi sulla spesa pubblica. Essi sono solo l’inizio: bisognerà incidere e in misura ancora più consistente sulla spesa corrente. In questo senso quella che è stata delineata in queste settimane è soltanto la prima metà della politica economica del Governo. L’altra metà, indispensabile, andrà delineata alla ripresa autunnale, discussa in Parlamento e poi messa con decisione in cantiere.

L’economia  italiana è ferma da 15 anni.  Una tabella del DPEF informa che, allo stato degli atti, la crescita prevista per il Reddito Nazionale nel prossimo quinquennio sarà di poco superiore all’1% l’anno. E’ evidente che non possiamo permetterci di continuare così. Bisogna tener presente che, se il reddito cresce del 4 o del 5%, è probabile che anche i meno fortunati registrino un qualche miglioramento del tenore di vita, ma se l’economia cresce all’1% è sostanzialmente inevitabile che qualcuno debba costatare un peggioramento assoluto delle proprie condizioni effettive, come già sta avvenendo. Inoltre, se non si alza la soglia della crescita, qualunque politica sociale diviene più difficile.

Poiché l’ortodossia della BCE farà sì che nessun aiuto verrà dalla politica monetaria, il Governo ha solo un modo per favorire la ripresa dello sviluppo ed è la riduzione della pressione fiscale, oggi al 43% e destinata, nei calcoli del PDEF a restare a quel livello almeno fino al 2013. La seconda parte della politica del Governo è dunque la riduzione della pressione fiscale, ovviamente senza modificare l’obiettivo del pareggio del bilancio. Di quanto va ridotta la pressione fiscale? La risposta è: il più possibile, ma in ogni caso, se si vuole uno stimolo alla crescita degli investimenti e dei consumi, non può trattarsi di ritocchi lievi. Bisogna immaginare una riduzione che porti la pressione dall’attuale 43% a qualcosa che sia dell’ordine del 35%. Questo comporta una riduzione dell’incidenza della spesa corrente dal 44-45% del PIL al 36-37%, un intervento di proporzioni notevoli, mai tentato finora in Italia. Dunque, gli interventi volti al pareggio del bilancio non esauriscono ciò che si deve fare in tema di finanza pubblica: sono anzi, quantitativamente, la parte meno consistente.

Per quanto sia difficile immaginare altri interventi sulla spesa viste le proteste ogni volta che si mette mano al problema, è proprio questo l’intervento da progettare. Sono propositi irrealizzabili? Altri paesi europei, come la Danimarca, l’Irlanda e la Svezia hanno realizzato interventi sulla spesa pubblica di questo ordine di grandezza. Non hanno distrutto, per questo, le loro conquiste sociali e le loro economie funzionano meglio. Per l’Italia, si tratta di prendere i grandi settori di spesa: pubblico impiego, previdenza, sanità, trasferimenti agli enti locali e proporsi di ridurre la loro incidenza sul PIL di  circa 2 punti percentuali l’anno. Se questi interventi vengono affrontati all’ultimo momento, sotto l’urgenza di una crisi inattesa di bilancio, è chiaro che i tagli sono approssimativi e destinati ad incidere sul livello dei servizi pubblici. Se predisposti e studiati con anticipo, essi probabilmente serviranno a spendere meno, ma a fare funzionare di più i servizi. Come del resto avviene in qualunque programma di risanamento delle imprese, dove si parte dal taglio dei costi e si finisce col migliorare il prodotto.

E’ difficile dire se il Governo la sentirà di mettere in cantiere un programma di questa portata di riorganizzazione dello Stato e delle sue funzioni. Può spingerlo in questa direzione l’impegno ad affrontare il tema del cosiddetto federalismo fiscale: se si vogliono lasciare alle Regioni una parte delle risorse che oggi lo Stato raccoglie e con cui finanzia la propria spesa, sarà indispensabile rivedere profondamente compiti e funzioni dello Stato e quelle degli enti locali. Il Governo ha una maggioranza ampia in Parlamento e un forte consenso nel Paese. E’ nelle condizioni di formulare e realizzare un programma di legislatura che muti il volto dell’Italia. Si vedrà in autunno se esso avrà il coraggio di farlo.
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