E’ difficile trovare il bandolo della matassa che ci consenta di uscire dalla spirale viziosa della crisi dell’euro. La prima cosa da fare è capire dove non dobbiamo andare: scartare le strade senza uscita. Mentre di fronte ai Governi europei, e quindi anche al Governo italiano, si è aperta una trappola insidiosa un vero e proprio triangolo delle Bermuda. Tre ombre minacciose rischiano di strangolare l’Italia, in prima battuta, e minare poi ulteriormente il futuro dell’Europa e dell’Euro. Nonostante i loro limiti sarebbe un delitto buttare il bambino – l’Euro e l’Europa – con l’acqua sporca alla mercé delle ombre minacciose. Le tre ombre sono: una sorta di Frankfurt consensus; la pressione dei mercati finanziari sulle scelte politiche dei Governi; la bassa crescita ed i dualismi territoriali tra nord e sud, cioè la pesante eredità ricevuta dall’Italia, a prescindere dalla crisi finanziaria della seconda metà di questo decennio.
Il Frankfurt consensus è un paradigma mentale che impedisce la comprensione delle difficoltà da affrontare. E’ una sorta di monetarismo fiscale, che si articola sul principio che non si debba monetizzare il deficit del settore pubblico ma si debba spingere lo Stato ad indebitarsi sul mercato finanziario, quando le imposte e le tasse non coprono adeguatamente le spese. Purtroppo i deficit annuali si cumulano progressivamente nello stock del debito pubblico che, notoriamente, si può riassorbire solo aumentando le tasse, o cedendo attività pubbliche, finanziarie e reali, per ridurre la fragilità generata dal debito. I mercati agiscono sui Governi solo quando il debito è tanto alto da rendere prossima la crisi finanziaria. e sbagliando, ritengono, a volte, che debito pubblico e debito privato si debbano sommare tra loro. Il debito privato si copre con la creazione di valore, delle imprese e delle famiglie, quando quella creazione si manifesta. Il debito pubblico si copre con le imposte e le tasse, aumentando le quali si facilita un clima recessivo, compromettendo la creazione di valore.
Alla fine, insomma, se si crea valore i privati pagano il debito e fanno crescere l’economia. Se sopraggiunge una recessione, da deflazione indotta dalle politiche fiscali attizzate dai mercati finanziari, non si crea valore e le imprese, ma anche gli Stati, finiscono in default. La via d’uscita del monetarismo fiscale diventa, allora, quella del deprezzamento della valuta. Il Frankfurt consensus è una trappola paradossale anche per chi lo sostiene. E’ un motore preterintenzionale di danni economici e sociali. Alla fine la crisi si risolverebbe svalutando l’euro e con qualche decretone pre-estivo di stampo doroteo?
L’esperienza italiana dice che non è vero che questa strada porti all’uscita dal tunnel. Questa strada ha portato, mutatis mutandis – non c’era l’euro allora e purtroppo – alla crisi del 1992. Ma tutto quello che è accaduto dopo non ha risolto né i problemi di efficienza dello Stato né la chiusura del dualismo, economico e sociale, tra Nord e Sud. Studiando la storia della politica italiana si scopre che le conseguenze del Frankfurt consensus portano alla crisi che abbiamo già sperimentato. La crisi si argina ma produce un ventennale strascico di inefficienza nelle politiche pubbliche e di divaricazione territoriale, per quanto riguarda la crescita e l’equità sociale.
Stretti tra le tre ombre – il monetarismo fiscale, la questione meridionale e l’inefficienza della pubblica amministrazione – dovremmo essere il primo paese a pretendere una qualità diversa della politica economica: per uscire dalla trappola della stagnazione inefficiente in cui siamo già precipitati quasi venti anni prima. Anche perché non c’è svalutazione che ti restituisca davvero la capacità di competere. La competitività si recupera migliorando la qualità, e selezionando gli impieghi della spesa pubblica e riducendo la pressione fiscale, di conseguenza. Di modo che siano le imprese e le banche a cercare le strade della crescita. Draghi lo ha detto due volte nelle sue considerazioni finali: a proposito dei canali di trasmissione della politica monetaria (“Il sostegno al credito ha un effetto sull’economia ben maggiore degli aggregati monetari”) ed a proposito della relazione fiduciaria tra banche ed imprese sul territorio (“significa – per il banchiere – saper discernere l’impresa meritevole anche quando i dati non sono a suo favore, significa saper fare il banchiere”). Ci piacerebbe una manovra con meno spesa, migliore organizzazione dello Stato e meno tasse; insieme ad un mercato dove imprese e banche costruiscano le condizioni della crescita. Questa sarebbe la strada per evitare il triangolo delle Bermuda.
da Il Riformista del 1 giugno 2010
Massimo Lo Cicero è un economista che vive tra Napoli e Roma, ed insegna nelle Università di Tor Vergata e de La Sapienza. Si ...
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