L’Unione Europea: consistenza interna e presenza internazionale

di Massimo Lo Cicero - 08/07/2011 - Economia
L’Unione Europea: consistenza interna e presenza internazionale Due economisti, protagonisti della scena internazionale e del dibattito sul destino della globalizzazione, intervengono il 6 luglio 2011 sui due principali quotidiani italiani: Raghuram Rajan, su Il Sole 24 Ore, che riprende l’articolo da Project Sindacate; Alberto Alesina su Il Corriere della Sera. Il contenuto dei due articoli converge su un medesimo fuoco da due direzioni diverse. Alesina contesta le colpe che larga parte dei Governi europei addebitano alla Merkel, cioè al leader del governo tedesco. Rajan suggerisce a Cristine Lagarde, ex ministro delle Finanze in Francia, che diventa da oggi il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, di dimenticare di essere francese. In effetti il tema dei due articoli può essere ricondotto ad un unico interrogativo: perché il governo dell’Unione Europea genera fallimenti e mancati risultati rispetto alle ambizioni da cui era nato il progetto stesso dell’Unione? La risposta a questo interrogativo, per chi scrive, sta nella confusione del regime di Governance, che sovrappone Governi nazionali, Commissione Europea e parlamento Europeo in maniera confusa, e negli effetti di Government inefficace che la sovrapposizione non potrebbe non generare.
Ma veniamo al merito delle tesi proposte da Rajan ed Alesina.
Rajan è uno dei former economist del Fondo Monetario, e si vede da come scrive: si sente parte in causa, perché lo è Stato. Il Fondo è stato certamente screditato da illazioni sullo stile di lavoro e dal senso di onnipotenza dei suoi dirigenti. Rajan dice che la percezione che il mondo rischia di avere su uno dei due maggiori pilastri del sistema finanziario internazionale è quella di “una burocrazia internazionale priva di controlli, con rimborsi spese illimitati e dominata da uomini privi del senso del limite”. Ed aggiunge che il primo compito della Lagarde dovrebbe essere diffondere la convinzione fondata nell’opinione pubblica che “il caso DSK è stata un aberrazione, non la proverbiale punta dell’Iceberg”.

A questo recupero di reputazione delle risorse umane e dell’organizzazione del Fondo, Rajan aggiunge una seconda questione assai rilevante: l’impatto che i paesi emergenti avranno in futuro e la necessità di creare le condizioni che assicurino che questo impatto aumenti la capacità di agire nell’interesse dello sviluppo dell’economia mondiale.
Lo stato dei fatti, ad oggi, è che il Fondo potrebbe – avendo esitato come altre istituzioni, nella definizione di una soluzione della crisi del debito pubblico greco – dover accettare una perdita sul credito verso un paese europeo. Se così fosse quella perdita sarebbe pagata anche dai nuovi e recenti partecipanti al capitale del Fondo stesso: i paesi emergenti, cioè i BRICS.
Un paese, come ogni entità, onora i suoi debiti se produce più di quanto consuma. Uno Stato, quello Greco come ogni altro Stato, produce esternalità che dovrebbero favorire lo sviluppo economico del paese. Sfortunatamente, se uno Stato viene sussidiato da crediti internazionali, ma non genera esternalità positive bensì trasferimenti di rendite a questo od a quel ceto sociale, finisce per consumare, grazie ai trasferimenti di reddito creati con il finanziamento del suo debito, più di quanto produca. Per pagare il debito, allora, rimane solo la scelta di vendere attività patrimoniali che lo Stato indebitato dovesse detenere, ad un prezzo di liquidazione come capita sempre ai debitori insolventi. Rifinanziare la Grecia, insomma, comporta anche un riordino del Governo degli apparati pubblici in quel paese. Come il Parlamento greco si è impegnato a fare, del resto.
Ci pensino anche gli altri paesi europei gravati da un debito ridondante per dimensioni. Ma Rajan osserva che, in futuro, saranno anche alcuni paesi emergenti che potrebbero dover richiedere riorganizzazioni della propria situazione debitoria: saranno queste nuove operazioni allineate agli standard di valutazione e di trattamento che il Fondo ha riservato al Governo greco? Cioè ad un paese della “vecchia Europa”. La terza osservazione di Rajan è interessante perché riguarda il capitale umano del Fondo. Larga parte delle risorse umane del Fondo ha una robusta cultura economica acquisita nelle università americane – quelli che “hanno preso un dottorato nelle università americane” – ma, nel futuro, i paesi emergenti, che pure mandano i propri giovani a studiare in quelle università, vorranno generare cambiamenti in questa politica di reclutamento. Per la verità DSK aveva contribuito a ridimensionare gli eccessi del Washington consensus come paradigma dominante della cultura del Fondo. Dunque, su questo terreno, alla Lagarde basterebbe proseguire nella direzione del suo predecessore, sul terreno dell’orientamento politico delle scelte del Fondo stesso. Secondo Rajan, insomma, e per arrivare ad un punto, la Lagarde dovrebbe dimenticare di essere europea perché, essendo francese, cioè rappresentante di un socio di controllo,il governo francese, della vecchia Europa, potrebbe essere rifiutata per la sua provenienza piuttosto che per il suo comportamento. In Inglese, e su Project Syndicate il titolo dell’articolo è Lagarde’s Challenges: le sfide della Lagarde.

Alesina, sul Corriere, parla, invece della Merkel, come dicevamo, e la difende dagli altri paesi europei che, contestando l’insorgere di un “problema tedesco”, finiscono per mettere sul banco degli imputati il cancelliere tedesco. Vittima, secondo Alesina, di un singolare paradosso: un’economia che cresce ed esporta, produce più di quanto consuma direbbe Rajan, mentre il partito del cancelliere perde consenso elettorale.
Alesina aggiunge che non sia stata la Merkel a “perdere tempo” sull’esigenza di ristrutturare rapidamente il debito greco ma che questa colpa sia da addebitare alla “inadeguatezza ed alla confusione del Governo europeo, la commissione, nel far fronte al problema dellaGrecia” (sic!).
E ribadisce che con un euro forte, rispetto al dollaro, si sia ottenuto il vantaggio di bassi tassi di interesse e l’interdizione di una espansione commerciale all’estero fondata sulla svalutazione piuttosto che sulla produttività. Purtroppo, come dice giustamente Alesina, molti paesi hanno scelto di utilizzare i bassi tassi di interesse per indebitarsi senza spendere troppo in interessi passivi. Si torna al tema di Rajan: il problema non sono i debiti ma come si spendono i soldi che hai ottenuto in prestito dal creditore. Vale per gli Stati, per le imprese e per le famiglie. Vale per tutti: se, in futuro, non sei capace di accumulare e produrre di più non potrai mai pagare i debiti che hai contratto in passato, se non vendendo quello che avevi, cioè il patrimonio, prima di fare debiti.
Ma Alesina ricorda anche un altro vizio della politica europea. Aumentare il numero dei partecipanti all’Unione stessa perché“l’Unione più grande è e più forte diventa”Ecco la radice di tutti i problemi. 
Un insieme può valere più della somma delle parti solo è molto coeso al suo interno. Quella coesione è il frutto di un regime di governance che si esprima, successivamente, in atti di governo, il government, efficaci e condivisi. Se questo non accade, l’espansione dei componenti dell’insieme si traduce in entropia, confusione. Cioè nella incapacità di governare gli effetti della grande dimensione. A questo sia consentito aggiungere un ulteriore dettaglio. Senza nulla togliere ad Alesina ed a aRajan, anzi proseguendo nella loro interpretazione dei problemi dell’Unione Europea. I padri fondatori dell’Unione volevano ricondurre ad un regime di cooperazione e progresso condiviso popoli che si erano affrontati con le armi nei millenni alle loro spalle: per imporre, i più forti, agli altri, i più deboli, la propria egemonia, od il proprio dominio, sull’Europa intera.

Gli strumenti per raggiungere l’obiettivo, cronologicamente, sono stati quattro. La politica, l’intenzione di fare accadere quello che i padri fondatori speravano che potesse accadere. Il mercato unico, perché l’insieme dei mercati avrebbe offerto una prospettiva esponenziale alla crescita economica, che è la premessa dello sviluppo, se sai governare i suoi effetti. La moneta unica per un mercato unico. Ma, subito dopo, sono apparsi alcuni problemi. La necessità di allargare ai paesi sopravvissuti alla crisi dell’impero sovietico, un regime di appartenenza civile e democratica. Dal 2004 l’Europa non è più un club monetario ma diventa anche un club commerciale. La Germania è il socio di entrambi i club ed è anche un partner importante di Russia, Cina e Brasile. E’ sulla frontiera del mondo ma è sul mercato denominato in euro: certa delle sue forze sul mercato domestico e su quello internazionale. La Francia è un partner di rilievo della Germania ma non ha la medesima forza economica né la medesima rete di rapporti internazionali. E’ un buon secondo, simile ma non uguale al primo. Ma chi comanda in Europa, gli Stati, cioè alcuni Governi, o la Commissione ed il Parlamento? Bisogna sciogliere questo nodo e bisogna anche ricordare chel’Unione Europea non è una nuova Camelot, il mondo nuovo all’interno del quale si possono si devono ritrovare la crescita economica, lo sviluppo e la giustizia sociale. L’Unione europea, se riuscirà ad essere governata meglio, sarà una regione dell’economia globale: quella che si rappresenta nel mercato mondiale. Come tutte le regioni del mercato mondiale crescerà producendo più di quanto consuma e grazie a debiti, i fondi dei quali saranno impiegati per creare nuovi redditi, e pagare così i debiti precedenti. La Germania, che si colloca tra il club monetario ed il club commerciale europeo, ma parla anche, e scambia capitali e prodotti, con i BRICS, agisce in una logica di mercato aperto e si espande. 
Dovrebbe farlo anche l’Europa, se avesse una governance capace di generare un government efficace. Rajan ed Alesina ci spiegano perché questo non riesca ad accadere, e spiegano alla Francia ed alla Germania, che servirebbe arrivare a questo traguardo che è la soluzione reale dei problemi europei accumulati nei secoli. Non giocare nello schema “io vinco tu perdi” ma in quello “vinciamo insieme, noi europei, sul campo del mercato mondiale”.

Agli italiani bisognerebbe spiegare anche che la Camelot europea è solo un miraggio
, ed un equivoco che impedisce di arrivare davvero al traguardo della crescita economica e dello sviluppo sociale, nel contesto di un mondo che deve comunque ritrovare un equilibrio generale. Non esistono isole autarchiche, e se esistono sono certamente periferie molto più scadenti di qualsiasi imperfetta soluzione globale.

da finanzaecomunicazione.it del 6 luglio 2011