I veri nodi? Tagliare i tassi, svalutare l’euro e… crescere

di Giorgio La Malfa - 25/11/2011 - Economia
I veri nodi? Tagliare i tassi, svalutare l’euro e… crescere

Il Sole 24 Ore del 25 novembre 2011

“Le fondamenta stesse dell’euro sono viziate da un difetto costitutivo”. Così il professor Tabellini sul 24Ore di stamane. E’ quasi una valanga. Sembra che. almeno in Italia, non vi sia più nessun esperto – fra quanti avevano finora respinto sdegnosamente ogni critica all’assetto istituzionale della moneta unica - disponibile a schierarsi sulle posizioni ortodosse della Germania. In due giorni si contano almeno quattro firme di autorevoli economisti che scrivono che è stato un errore non prevedere che la Banca Centrale Europea dovesse avere la funzione di prestatore di ultima istanza. A questo errore – dicono – deve essere posto prontamente riparo; altrimenti la crisi dell’euro diverrà irreversibile.

A chi ha sostenuto da dieci anni e più queste tesi, non può che far piacere constatare che finalmente il mondo accademico si stia rendendo conto che le basi sulle quali era posto l’euro era troppo fragili per sorreggere una ambizione così vasta come quella di dare una moneta unica all’Europa. Ma il problema è che la soluzione di prevedere un intervento illimitato della BCE a sostegno dei titoli di Stato dei paesi dell’euro è insieme difficile da ottenersi e insufficiente a ristabilire la forza della moneta unica.

E’ difficile da ottenersi perché l’esclusione per la Banca Centrale Europea delle funzioni di prestatore di ultima istanza non è una specie di dimenticanza del Trattato di Maastricht alla quale si possa mettere rimedio informalmente o al massimo con una modifica del Trattato. La filosofia operativa della BCE è frutto di una visione del mondo e della moneta che è stata recepita direttamente dallo Statuto della Bundesbank. Essa riflette una visione di fondo della Germania per la quale la stabilità è una condizione necessaria – e quasi sufficiente – per la crescita economica, mentre l’attivismo monetario produce e produrrebbe soltanto disordine, inflazione e quindi, alla lunga, bassa crescita.

Una volta che è stata accolta questa visione della politica monetaria e della politica economica in generale e la si è scritta in un Trattato, si può ottenere dalla Germania qualche intervento di carattere eccezionale, ma non sarà facile convincerla di una impostazione che se fosse stata esplicitata negli anni ’90 avrebbe portato la Germania a rifiutare la scelta della moneta comune.

Può darsi che di fronte ai drammatici rischi di un avvitamento della crisi finanziaria, la Germania possa essere indotta a dei compromessi, ma è molto difficile che essa cambi radicalmente opinione e accetti di fare il necessario.

Perché il necessario non è l’assegnazione alla BCE della funzione di prestatore di ultima istanza – una funzione che, se esercitata in via ordinaria, porta comunque al disastro. Bisogna che l’Europa e in particolare la BCE si faccia carico del problema di stimolare e produrre la ripresa della crescita in Europa. Per farlo la BCE deve puntare a tenere i tassi di interesse a un livello più basso di quello al quale li ha tenuti in questi anni e deve accettare, se non promuovere, la discesa del cambio dell’euro rispetto alle altre principali valute. Per crescere l’Europa deve ricominciare a investire: per questo bassi tassi di interesse e per stimolare gli investimenti serve maggiore domanda: per questo un tasso di cambio più favorevole alle esportazioni o un sostegno attraverso la politica fiscale.

Come si vede il problema non è come salvare oggi i mercati finanziari dal disastro del debito pubblico. Il problema è come aiutare i paesi dell’euro a crescere e aiutarli, così, ad attenuare e forse a risolvere i problemi del debito pubblico.

Come si vede, la strada per salvare l’euro è molto lunga ed impervia. Quelli che oggi cercano soluzioni a breve, dovrebbero porsi il problema di una ridefinizione completa della politica economica europea. Non hanno visto per tempo che l’euro non avrebbe attraversato indenne la tempesta. Ancora adesso non misurano esattamente la natura e la dimensione dei problemi. 

 

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