Chi vincerà tra l’ortodossia della Bce e l’ecletticità della Fed

di Paolo Savona - 08/08/2010 - Economia
Chi vincerà tra l’ortodossia della Bce e l’ecletticità della Fed

La notizia che la Fed reinvestirà sul mercato obbligazionario i rimborsi dei titoli acquistati per fronteggiare la gravità della crisi finanziaria è stata interpretata come una giusta cautela per i segnali di incertezza che provengono dall’economia statunitense, ma equivale alla continuazione di una politica “non convenzionale”. Il problema è che questa può diventare endemica, rovesciando gli schemi di riferimento consueti delle gestioni monetarie, ossia di una politica dedita al controllo della stabilità dei prezzi; sia pure tenendo conto dell’andamento dell’economia reale (la cosiddetta regola di Taylor). Da due anni, per l’esattezza dal fallimento della Lehman, l’ordine di importanza di questi due obiettivi si è rovesciato e arricchito: lo sviluppo è divenuto prioritario rispetto all’inflazione e la Fed si è data “un assetto di policy macroprudenziale per porre il sistema finanziario su basi più solide” (sono le parole usate dalla Bri di Basilea). Già il precedente governatore della Fed Alan Greenspan aveva ipotizzato di spingere in avanti la frontiera dei compiti della Fed, domandandosi se non fosse il caso di intervenire a sostegno delle borse azionarie; ma aveva precisato che sapeva solo porre il quesito, ma non aveva una risposta. Nondimeno aveva aperto un dibattito che oggi, senza alcuna seria riflessione, ma sotto la spinta della necessità, ha ricevuto una risposta: si può e si deve intervenire almeno sul mercato delle obbligazioni e non solo dei titoli di Stato.

Nonostante le ripetute dichiarazioni, ratificate dal G20, che si doveva tornare all’ortodossia monetaria e fiscale, siamo lungi dall’aver intrapreso la strada del ritorno. Viene anzi il dubbio che questa esista solo nelle intenzioni delle autorità responsabili. Gli effetti positivi attesi dalla politica di rientro dei debiti pubblici attraverso restrizioni di bilancio lasciano scettici i più. Per consentire il ritorno all’ortodossia monetaria occorrerebbe sistemare prima gli eccessi di debito attraverso ristrutturazioni straordinarie e coordinate internazionalmente. In assenza, la risposta della Fed di continuare a intervenire sul mercato obbligazionario è la più coerente, ma anche la più distante dall’ortodossia. E’ anzi una rivoluzione politica.

La contemporanea notizia che la Cina agevolerà gli acquisti pubblici e privati di oro rientra nella stessa categoria di non ortodossia politica, meglio ancora di ortodossia “antica”, quella delle grandi crisi; non è però ispirata da problemi economici interni, ma dalle preoccupazioni sul futuro della moneta e dei valori finanziari.

Quasi tutti i paesi continuano a praticare politiche non convenzionali, anche se meno aggressive di quelle degli Stati Uniti, avendo raggiunto la coscienza che i problemi hanno origine nella stretta integrazione delle economie nazionali generata dalla diffusione degli strumenti telematici. Tutti sono convinti che occorrono nuove regole di governo, che però stentano a delinearsi per l’insistenza con cui si vuole conciliare l’inconciliabile: il mercato globale con le sovranità nazionali. Il problema si pone in modo particolarmente stringente per l’Unione europea. Poiché le crisi influenzano gli andamenti economici nazionali, gli stati sono trascinati a intervenire. La concorrenza è sempre meno “di mercato” – cioè della miriade di operatori mossi dalla “mano invisibile” che suscita armonia economica – e sempre più “tra politiche economiche”. Stati Uniti e Cina sembrano averlo compreso e praticano politiche non ortodosse, mentre la Bce e la Commissione Ue chiede con insistenza di tornare al passato. Forse hanno ragione in linea di principio, ma il mondo è ormai diverso e occorre prendere nota che si compete con le politiche.

da Il Foglio del 5 agosto 2010

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