Vista da Atene la crisi greca è piuttosto una crisi europea

di Paolo Savona - 09/04/2010 - Economia
Vista da Atene la crisi greca è piuttosto una crisi europea

Atene.. L’Apollo di Maastricht librò nell’aria due aquile: Concorrenza ed Euro. Esse volarono in direzioni opposte, fecero il giro del mondo e si ritrovarono dove avevano iniziato il volo. Non a caso il punto di arrivo è stato in Grecia ed è da qui che l’Unione europea deve partire per fare i conti con se stessa. Ancora non ha avuto il coraggio di farlo, mascherando la realtà con uno dei soliti compromessi che non convince i mercati perché rivela una grave immaturità istituzionale dell’Unione.

Arrivando in Grecia, il viaggiatore ha la chiara percezione d’essere nel vecchio mondo. Tutto è “molto usato”, tutti i comportamenti consueti (ben noti per chi viene dall’Italia). Torna alla mente l’affermazione di Ugo La Malfa che l’arretratezza economica si riconosce dall’odore; non è necessario guardare le statistiche. Ma sono queste che mi hanno mosso a indagare se la crisi greca è, almeno nelle mie preoccupazioni, l’epilogo dell’Italia, prima ancora d’essere quello dell’Unione europea come l’hanno pensata i Padri fondatori. Il tassista all’aeroporto non ha uno stradario, né un più moderno navigatore. Giunto al centro di Atene ha girato a lungo attorno alla viuzza del mio albergo per centrare l’obiettivo. Si è profuso in scuse, cosa che un tassista romano non si sarebbe mai sognato di fare. La civiltà di questo paese è intatta: il calore umano, insieme a una straordinaria cultura e alle antiche vestigia. Qui ogni parola ha la sua storia, come ogni pietra. Il greco è la base di qualsiasi termine usato per denotare i moderni progressi, anche se essi vengono declinati in inglese. Ma sono qui per capire perché è accaduto il terremoto nella loro finanza pubblica; nel convincimento, lo ammetto, che i “maiali” (Pigs) non sono i paesi che si sono trovati in serie difficoltà, ma quelli che hanno consentito che ciò si accadesse e ora si ergono a censori.

La Grecia, patria di Socrate, beve nuovamente la cicuta. L’uomo della strada e molti intellettuali sono molto irritati con i loro gruppi dirigenti, convinti che la crisi abbia origine nelle troppe ruberie, dalle evasioni fiscali a quelle vere e proprie. Ben pochi vedono la causa principale negli eccessi di assistenza pubblica e nell’accresciuta concorrenza globale senza più avere la possibilità di agire su volano “svalutazione-inflazione”, essendo entrati nell’Euroarea. Una musica ben nota alle orecchie degli italiani. Il governo greco non si è limitato a fare chiarezza nei conti pubblici, ma è intervenuto con provvedimenti che hanno tagliato i salari e le pensioni del settore pubblico del 10 per cento con effetti retroattivi dal 1° gennaio di quest’anno, ai quali ha aggiunto una riduzione di un terzo del bonus pasquale (in Grecia la Pasqua è festa più importante del Natale), di quello per le vacanze estive e della tredicesima mensilità, tutti premi che contano nelle tradizioni più della loro consistenza. Le aspettative sono che i privati seguiranno. Se in altri paesi fosse accaduto lo stesso, sarebbero alle soglie della rivoluzione, mentre, con pochi sussulti, gli statali greci hanno assorbito il colpo, preferendo tenersi il posto di lavoro. A mio avviso il coraggio mostrato da un governo di sinistra non è stato ben presentato alla pubblica opinione europea. La Germania è stata più aggressiva. Sono volate parole pesanti che sembravano voler riportare il clima politico dell’Europa a quello esistente nella Seconda guerra mondiale. I più attenti commentano che un aggiustamento puramente deflazionistico, come pretendono l’Ue e il Fmi, porterà conseguenze allo sviluppo dell’intera Europa; per esprimere questa valutazione, dicono che si importeranno meno Mercedes, con un’interpretazione simile a quella che porto avanti con insistenza nella disputa tra il nord e il sud d’Italia. L’economia degli sprechi è entrata talmente in profondità nel tessuto produttivo di molti paesi europei e del mondo (si pensi al caso Stati Uniti-Cina), che imporre un rientro rapido nell’ortodossia fiscale e nei rapporti con l’estero può causare più danni che vantaggi. Siamo in un bel guaio se, per smontare l’esistente, peggioriamo il futuro. Karl Brunner, un monetarista non meno rigoroso di Milton Friedman, disse che il problema degli squilibri è non averli, ma se li si ha occorre molta cautela nel riassorbirli, se non si vuole incrinare il meccanismo di sviluppo che li ha generati. Siamo certi che i problemi dell’Euroarea si curino con la deflazione? Ne vogliamo discutere, prima di decidere di farla?

Il volo delle due aquile europee torna al punto di partenza perché euro e concorrenza mostrano d’essere costruzioni nate monche: senza un’unione politica che sorregga l’euro e un meccanismo tecnico che permetta a esso di funzionare, la moneta europea si inceppa. Se non si riesce ad andare oltre agli accordi esistenti sarebbe meglio che Bruxelles e Francoforte si dedicassero a migliorare il funzionamento del Fondo monetario di Washington, puntando a una maggiore diffusione dei diritti speciali di prelievo. La competizione europea è diventata una lunga sequenza di regole e di vincoli stabiliti settore per settore, prodotto per prodotto: l’agricoltura è protetta e sussidiata; l’industria è regolata a Bruxelles e tutelata nelle capitali dei paesi membri; i servizi operano in regime semicompetitivo, dopo la svirilizzazione della Bolkenstein originale e la protezione accordata al lavoro nazionale. Siamo certi che dobbiamo prendercela con la Grecia? Lo scontro resta sempre quello tra Atena e Poseidone sui “doni” offerti per il predominio di Atene: l’ulivo, simbolo dell’agricoltura, o il mare, simbolo degli scambi. Gli ateniesi votarono Atena, ma rispettarono sempre Poseidone, a cui eressero templi di pari prestigio. Se gli storici dell’arte non storcono il naso, lo scontro può essere reinterpretato come quello tra tradizione e innovazione. La democrazia ateniese scelse la tradizione e questa resta la caratteristica di questo grande paese. O vogliamo che tutte le culture nazionali si omologhino a quelle economicamente vincenti? La tradizione greca porta a comportamenti incomprensibili nelle attuali circostanze. In questi giorni di festa, con folle di turisti stranieri e tempo splendido, l’orario di chiusura dell’Acropoli e dei musei resta quello invernale, alle 15. Dal venerdì di Pasqua al lunedì, gli orari sono anche più ridotti: a zero quelli della domenica e del lunedì. A Delfi, l’ingresso ai templi, e allo splendido museo è gratuito e così pure a Sunion. La Grecia ha in problemi di molti paesi mediterranei: i diritti concessi ai cittadini sono incompatibili con le risorse, se il modello di vita è quello che insegna la pubblicità. Ma l’euro e le regole attuali della competizione fungono veramente da vincolo esterno per correggere i comportamenti incoerenti con i trattati europei? E semmai lo fossero, le due sovranità delegate all’Ue sono usate bene? Per entrambi i quesiti la mia risposta è no. Non possono stare insieme paesi che non condividono valori comuni, mentre è da questi che si deve partire. Non si mettono in comune le diversità per uniformarle a quelle del più forte. Le regole europee sono quelle dei paesi che contano di più. Può mai reggere un sistema in cui i ricchi criticano i poveri e pretendono da loro gli stessi comportamenti?

Se nell’Euroarea la Germania ha un surplus di bilancia corrente estera di 125 miliardi di euro e Spagna, Italia e Francia un deficit anche maggiore, vuol dire che il meccanismo di aggiustamento messo in piedi dai trattati presenta gravi difetti. L’euro-marco è sottovalutato, l’euro-peseta/lira/franco (solo per fare i principali esempi) sopravalutati. La convergenza promessa non si è realizzata; ne consegue che il meccanismo è imperfetto. La Germania si comporta come la Cina, che peraltro critica. La crisi greca ci dice che abbiamo necessità di una nuova fase costituzionale che la via di Lisbona aveva intravisto e poi abbandonato. Non può esservi sovranità monetaria delegata in un’area non ottimale se non si delega anche la sovranità fiscale con funzioni correttive; altrimenti falliti i tentativi di conquista territoriale di alcuni Stati sugli altri, la storia d’Europa continua con i tentativi di conquista economica da parte dei popoli portatori di una cultura che si ritiene “superiore” e vorrebbe espellere chi non l’abbraccia. La vicenda si va facendo molto, ma molto seria. Oltre che inaccettabile. Se la cura è la deflazione e non si riesce a indicare nuove vie partendo da valori condivisi, le cose finiranno male. Non solo per la Grecia.


da Il Foglio del 9 aprile 2010

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