Cara Europa, dov’è la crescita?

di Giorgio La Malfa - 15/12/2011 - Politica estera
Cara Europa, dov’è la crescita?

- Il Sole 24 Ore, 14 dicembre 2011 -

 

Senza leadership politica difficile adottare le misure davvero utili.

 

Le dichiarazioni seguite al vertice europeo dei giorni scorsi sono tutte improntate all’ottimismo: i capi di Stato e di Governo hanno trovato una strada comune; l’euro è salvo; la prospettiva dell’unità politica dell’Europa esce rafforzata; l’Inghilterra ha sbagliato ancora una volta ad isolarsi. E così via.

Ma l’esito del vertice giustifica tanto entusiasmo? Al dunque, ciò che si è stabilito è che entro qualche mese verrà predisposto un Trattato nel quale verrà riaffermato solennemente l’obbligo - già presente nel Trattato di Maastricht del 1992 e ribadito nel Patto di Stabilità e di Crescita del 1997 - alla disciplina dei conti pubblici. In esso verrà assegnato alla Commissione Europea un potere di valutazione preventiva dei progetti di bilancio sottoposti ai Parlamenti degli Stati membri; verrà sancito l’obbligo per Parlamenti e Governi di attenersi alle indicazioni della Commissione; verranno irrogate "automatiche" sanzioni finanziarie per le violazioni delle regole.

In contropartita per questo programma, la Germania sembrerebbe avere attenuato la sua contrarietà agli interventi della Bce a sostegno dei titoli del debito pubblico dei Paesi in difficoltà. Il vertice avrebbe inoltre aumentato le risorse del fondo Salva Stati e dato il via a un aumento di capitale del Fondo monetario. Altro non vi è, salvo un accenno di Mario Monti (più prudente di altri nel valutare gli esiti dell’incontro) alla eventualità che possa essere ripreso in futuro il discorso sugli eurobond, sui quali, però, la dura opposizione della Germania ha, per il momento, avuto la meglio.

Se l’Europa pensa che questo basti, si illude. La crisi dell’euro viene da lontano. Essa è la conseguenza della politica monetaria troppo restrittiva che la Bce ha seguito praticamente da quando è sorta nel 1999 e dell’assenza di un centro propulsore della crescita economica in Europa. Una politica monetaria volta soprattutto a consolidare il "prestigio" dell’euro come moneta forte sui mercati finanziari ha colpito al cuore la capacità competitiva dell’area dell’euro; l’accento esclusivo posto sul contenimento dell’inflazione, anche quando di essa non vi erano sintomi, ha spinto a tenere i tassi di interesse a livelli relativamente elevati. L’insistenza delle autorità europee sulla necessità di correggere i deficit pubblici ha portato a politiche deflazionistiche che avrebbero dovuto essere compensate da una politica europea di sostegno degli investimenti.

Questa impostazione della politica economica ha depresso i tassi di crescita dell’area dell’euro, fatto aumentare la disoccupazione, frenato le entrate fiscali e spinto alla crescita della spesa pubblica per compensare la crisi economica. La crisi economica mondiale scoppiata nel 2007 ha investito un’area dell’euro già indebolita da queste politiche ed ha ovviamente colpito più duramente i paesi che avevano, certo per loro colpa, situazioni finanziarie semicompromesse. Così è nata la crisi del debito pubblico di molti paesi dell’area dell’euro che si è poi trasferita alle banche europee che ne detenevano i titoli e da queste agli Stati che potevano trovarsi nella necessità di salvarle ed infine all’euro in quanto tale.

Se questa è la spiegazione delle difficoltà che attraversa la moneta unica, la soluzione non può risiedere nell’imporre esclusivamente l’obbligo del pareggio dei bilanci. Il rigore dei conti, non accompagnato da una politica che faccia ripartire la crescita in Europa, provocherà un’ulteriore caduta della domanda che non si limiterà ai soli Paesi chiamati a questo sforzo, ma investirà, come già sta avvenendo, tutta l’Europa. La crisi dell’euro non si fermerà.

Solo una politica che spinga l’economia europea fuori dalla recessione può consentire di impostare un programma di rientro dei conti pubblici verso una condizione di equilibrio. È una illusione pensare che il pareggio dei bilanci porti magicamente con sé la crescita. Solo la crescita può consentire il pareggio dei bilanci. Entro una cornice di ripresa degli investimenti, dei consumi e dell’occupazione, si può perseguire il risanamento dei conti pubblici.

A tale scopo non è un gran risultato che la Germania si rassegni ad accettare gli interventi della Bce a sostegno dei titoli dei Paesi in difficoltà: checché possa dire ufficialmente, quando è costretta a farlo, lo farà. Serve che essa riduca i tassi di interesse il più possibile. Serve inoltre che l’Europa affronti con gli Stati Uniti e con la Cina il problema del livello più appropriato dei cambi. Servono infine investimenti pubblici condotti direttamente dalla Commissione Europea e finanziati con l’emissione di titoli europei e l’esclusione degli investimenti pubblici nazionali dai vincoli posti sui bilanci. Come ho già scritto su questo giornale, l’obbligo costituzionale del pareggio del bilancio va imposto sulle spese correnti, non sugli investimenti pubblici che, quando l’economia è in recessione, sostituiscono gli investimenti che gli imprenditori privati non si sentono di fare.

Il vertice di Bruxelles sarebbe stato un successo se avesse annunziato l’impegno solidale dei Governi, della Commissione Europea e della Bce al rilancio della crescita in Europa ed avesse anche indicato come ciascuna di queste entità istituzionali avrebbe provveduto a dare il proprio contributo. In quel quadro poteva essere annunciato un programma realistico di risanamento degli squilibri della finanza pubblica e si potevano deliberare gli aumenti delle dotazioni del fonda salva stati e dell’Fmi. Si sarebbe compreso che l’Europa era decisa non solo a contrastare la speculazione ma soprattutto a rilanciare la sua economia.  Le decisioni prese lasciano le cose come stanno. Per questo rischiano di non convincere i mercati. Il vertice conferma che il problema europeo è la mancanza di una vera e coraggiosa leadership politica.

 

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