L'Europa cambi politica o la crisi ci travolgerà

di Giorgio La Malfa - 03/11/2011 - Politica estera
L'Europa cambi politica o la crisi ci travolgerà

Un governo di unità nazionale può nascere solo con una netta discontinuità rispetto alle scelte di Berlusconi. Altrimenti è meglio andare alle elezioni

 

Seguo con attenzione gli interventi dell’Unità sulla crisi dell’euro e sulla situazione italiana. Condivido molto dell’analisi del professor Sergio Cesaratto sulla natura e l’origine delle difficoltà del debito pubblico, ma l’articolo che sottoscriverei pienamente è quello di Vincenzo Visco, pubblicato martedì 1 novembre, sia nella parte che riguarda la crisi economica internazionale, sia nell’analisi del problema dell’euro e la situazione italiana. 

E’ mia convinzione da lungo tempo - e l’ho scritto a suo tempo in un libro dal titolo “L’Europa legata. I rischi dell’euro”, pubblicato nel 2000 quando era appena iniziata l’avventura della moneta unica – che l’euro sia una buona idea realizzata male. E’ una buona idea perché è difficile pensare a un mercato unico europeo con 15 o 20 o 30  valute diverse, ed è quindi giusto immaginare un’unica moneta che circoli in un grande mercato. E poiché una moneta unica implica che vi sia una Banca Centrale che ne controlla l‘emissione e la circolazione, è stato giusto spostare la sovranità monetaria dagli Stati nazionali a un’entità europea come è la BCE.

Il problema però è stato che, a suo tempo, non sono state valutate fino in fondo le condizioni che avrebbero portato a un successo della moneta unica. Seguendo le idee della Germania, ma anche le idee prevalenti nelle comunità accademiche, si è pensato che la politica monetaria dovesse puntare esclusivamente a realizzare la stabilità dei prezzi e che bisognasse sterilizzare i bilanci pubblici. Ero convinto che questa filosofia  avrebbe prima o poi portato alla crisi dell’euro.

Le ragioni sono quelle individuate da Visco: il riequilibrio dei bilanci pubblici dei Paesi in deficit presuppone, o quantomeno richiede, di essere accompagnato da politiche che sostengano la crescita di questi Paesi, cioè tassi di interesse bassi, quotazioni dell’euro che rendano competitive le produzioni europee, investimenti pubblici fatti, se non dallo Stato nazionale, dall’Unione europea. Se tutto questo non c’è, allora è pressoché impossibile mantenere l’euro in vita.

Gli economisti che in questi anni hanno condiviso la filosofia originaria dell’Unione Monetaria oggi cominciano a rendersi conto che essa conduce in un vicolo cieco. Qualche giorno fa il professor Guido Tabellini, uno degli economisti più stimati dell’Università Bocconi, ha scritto sul Sole 24 ore che non si può costruire una moneta unica senza un “prestatore di ultima istanza”. Lo stesso ha scritto Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera. Ma era proprio questa l’essenza delle critiche alla impostazione originaria dell’euro alle quali gli economisti ‘ufficiali’ non hanno prestato alcuna attenzione.

Personalmente penso che l’esigenza di un prestatore di ultima istanza nasca da una politica sbagliata: se l’Europa avesse condotto politiche diverse e più lungimiranti da quelle che la filosofia dell’Unione europea ha imposto fino ad oggi, la condizione della Grecia, dell’Italia e degli altri paesi sarebbe ben più sostenibile. Il danno compiuto è talmente grave che dubito molto che oggi l’Unione Monetaria possa uscire dalla crisi senza cambiamenti significativi e forse anche traumatici.

Quanto alla situazione italiana, essa ha ormai caratteri drammatici. Anni di chiacchiere sul fatto che il nostro paese stava affrontando la crisi meglio degli altri e sarebbe uscito dalla crisi prima di altri, si sono dissolte come nebbia al sole. Ora temo molto l’idea di innestare un governo di unità nazionale sulla situazione attuale: un governo che si troverebbe a dover realizzare misure che Berlusconi, con l’acqua alla gola, ha delineato in modo approssimativo e ha promesso incautamente all’Europa.

Se si vuole un governo di unità nazionale, la premessa è la discontinuità assoluta, cioè le dimissioni dell’attuale esecutivo e l’apertura di una fase politica integralmente nuova. Se questo non è possibile, e mi pare difficile che Berlusconi possa autonomamente aprire questo nuovo scenario, allora sarebbe meglio passare per le elezioni.

Serve discontinuità rispetto agli anni più recenti. Bisogna ripartire da capo con interventi immediati e adeguati che abbiano alle spalle un governo forte legittimato da un voto popolare.

 

Da l'Unità del 3 novembre 2011

 

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