Giorgio La Malfa su Il Foglio del 28 Novembre 2014: "Scendere al Congo"

di Giorgio La Malfa - 28/11/2014 - Politica estera
Giorgio La Malfa su Il Foglio del 28 Novembre 2014: "Scendere al Congo"

"Dagli abissi della colonizzazione alla decolonizzazione per capire pure l'Europa. Un libro".

“Un giorno alcuni rivieraschi vennero a visitare i miei genitori. Dissero di aver visto qualcosa di bizzarro sul fiume, uno spirito forse. ‘Abbiamo visto una piroga grande e misteriosa, che navigava da sola – dissero -. In quella piroga  c’era un uomo tutto bianco, come un albino, tutto avvolto da vestiti, si vedevano solo la testa e le braccia’.” Così un vecchissimo congolese riportava il racconto che gli avevano fatto in tempi molto lontani i suoi genitori a proposito del primo uomo bianco visto in quella parte del Congo dove essi abitavano. L’episodio dovrebbe risalire all’incirca al 1874-75 ed il bianco non poteva che essere Henry Morton Stanley, il primo a esplorare, proprio in quegli anni,  il fiume Congo percorrendolo dalle sue sorgenti, che si trovano nella zona dei grandi laghi al centro dell’Africa, fino alla foce sull’Oceano Atlantico.  Il viaggio di Stanley  segna l’inizio della colonizzazione belga e più in generale della storia tragica del Congo negli ultimi 150 anni, raccontata in un libro di David Van Reybrouck appena pubblicato in italiano da Feltrinelli.

Van Reybrouck è un archeologo belga laureato a Cambridge, ricercatore presso l’Università di Lovanio e giornalista per la testata fiamminga De Morgen che ha scritto un libro di straordinario interesse dedicato  al paese nel quale suo padre aveva lavorato per molti anni. Congo – questo il titolo del libro - è insieme una ricerca storica rigorosa durata molti anni e un vivacissimo reportage giornalistico. È un libro appassionante che si legge tutto di un fiato e che fa riflettere sulle responsabilità degli  europei non solo per  gli anni del colonialismo ma anche per la loro incapacità attuale di  aiutare questi paesi a trovare una loro strada che coniughi il rispetto dei diritti umani e la possibilità di assicurare alle loro popolazioni una condizione di vita meno precaria.

Il Congo è un paese molto vasto di quasi 2 milioni e mezzo  di Km quadrati, grande, all’incirca, come tutta l’Europa Centro-occidentale, il secondo dell’Africa per superficie, dopo l’Algeria. Il suo territorio è sostanzialmente costituito dal bacino del  fiume Congo. Lungo 4700 chilometri, il Congo  è, dopo il Nilo, il principale corso d’acqua dell’Africa. Coperto in larga parte dalla foresta equatoriale, il Congo ha riserve minerarie imponenti,  dai diamanti, all’oro, al rame all’uranio, al cobalto. Ha circa 70 milioni di abitanti divisi fra decine di etnie, spesso legate da rivalità storiche, e di lingue diverse.

Fino alla seconda metà dell’ottocento questo territorio immenso era largamente inesplorato. Vi erano sulla costa atlantica, vicino alla foce di un grande fiume, di cui allora non si conosceva l’origine,  alcuni insediamenti, prevalentemente portoghesi, sviluppatisi, a  partire dal XVI secolo, lungo la rotta marittima verso le Indie. Alcuni missionari, prevalentemente portoghesi o italiani, avevano costruito degli avamposti nell’interno, pur restando, in realtà, nelle vicinanze delle zone abitate dai bianchi, mentre questi ultimi si guardavano bene dall’allontanarsi dalle coste per non correre il rischio di affrontare il clima terribile e le altre minacce che potevano nascondersi in  luoghi  così totalmente sconosciuti.

Gli europei utilizzavano gli insediamenti costieri per organizzare vari commerci servendosi degli abitanti del luogo per i necessari contatti con le zone interne. Il più innocuo, per così dire,  anche se molto lucroso, era il commercio dell’avorio, salvo la conseguenza di provocare la sostanziale estinzione degli elefanti. L’attività  più redditizia, largamente inesauribile, nella  quale si cimentavano e si arricchivano soprattutto francesi, inglesi, olandesi e portoghesi, era il commercio degli schiavi. Gli europei delegavano ad africani che provenivano prevalentemente dal Sudan o da Zanzibar, il compito di radunare nell’interno del Congo la “merce” da esportare, gli uomini e le donne presi in cattività. Gli europei  si erano riservati il compito di organizzare le navi per traversare l’occeano e trasportare gli schiavi in  America. Si stima che dal solo Congo siano partiti in tre secoli, in condizioni disumane, 4 milioni di uomini e di donne. Reybrouck cita – e vale la pena riportarla – una delle rare testimonianze di un viaggio verso il Brasile avvenuto nel 1840 che non si può leggere senza provare, come europei, una vergogna profonda: “Ci gettarono nudi nella stiva della nave,  gli uomini da un lato, le donne dall’altro; la stiva era così bassa  che non potevamo stare in piedi…che fosse giorno o notte non faceva differenza, ci era impossibile dormire nello spazio angusto e la sofferenza e la fame ci rendevano disperati…Avevamo una sete terribile; moltissimi schiavi morirono durante la traversata…Se uno di noi si ribellava , gli tagliavano la carne con un coltello e spalmavano pepe e aceto sulla ferita…”

A metà dell’800 l’interesse europeo verso l’Africa cambiò profondamente: non si trattava più soltanto di commerciare;  era venuto il momento di colonizzarne i territori. Per questo vennero stimolate e favorite le grandi esplorazioni dell’interno. Ci fu una corsa ad accaparrarsi le aree ritenute migliori. Si distinsero in questo l’Inghilterra, la Francia e il Portogallo, ma si affacciò anche la Germania. Si fece avanti il Belgio spinto dall’ambizione del suo re, Leopoldo II, nonostante fosse una piccola nazione, nata solo da pochi decenni.

Intorno al 1870 un esploratore e missionario inglese, David   Livingstone, partì per il centro dell’Africa alla ricerca delle sorgenti del Nilo. Quando se ne persero le tracce, un altro esploratore, Henry Morton Stanley, si mise alla sua ricerca e lo ritrovò nel 1871 (Mr Livingstone, I presume? – gli avrebbe detto con perfette maniere vittoriane, incontrando un bianco sulle sponde del lago Tanganika). La fama di Stanley, dopo questo successo, fu tale che Leopoldo II gli commissionò una spedizione per continuare l’esplorazione del centro dell’Africa. Tre anni dopo, nel 1874, Stanley partì per una nuova campagna, accompagnato da tre bianchi e da oltre duecento portatori neri, portando con sé una barca di metallo smontabile. Ed è questa la grande piroga che gli indigeni avevano visto sul fiume.

La spedizione aveva l’obiettivo di percorrere il fiume Congo dalle sorgenti fino all’Atlantico. Dovette essere un’impresa di enormi difficoltà per il clima e per l’ostilità delle popolazioni incontrate lungo il cammino. Fatto è che tre anni dopo, nel 1877, Stanley, giunse, lacero e malato, a Boma sull’oceano Atlantico. Erano  morti, durante il tragitto, i suoi tre compagni bianchi ed oltre la metà dei portatori indigeni. Ma Stanley aveva aperto la strada alla colonizzazione del territorio del Congo.

Nel 1885 vi fu a Berlino una Conferenza internazionale nella quale i paesi europei cercarono di raggiungere un accordo sulla spartizione delle parti dell’Africa che ancora non erano state occupate e reclamate come proprie dagli uni o dagli altri. Il re Leopoldo riuscì a farsi assegnare il Congo come possedimento della corona belga. L’obiettivo proclamato fu quello di portare in quei territori la civiltà e di sradicare il commercio degli schiavi. Leopoldo fece qualche investimento in infrastrutture che gli costò  molto del patrimonio personale della corona, ma dopo qualche tempo decise che il Congo dovesse rendere e non solo costare.

Cominciò così lo sfruttamento, anzi il saccheggio, delle risorse naturali che da allora è stata la ragione costante della presenza europea nel Congo. Ancora non si conoscevano i giacimenti minerari del Katanga o quelli diamantiferi del Kasai, o quelli di stagno e Coltan del  Kivu, e molto altro ancora. Ma pochi anni dopo, nel 1888,  l’invenzione dei pneumatici da parte del medico scozzese Dunlop portò al boom della gomma naturale. Nel  1891 il Congo aveva prodotto un centinaio di tonnellate di gomma; 5 anni dopo ne produceva 1300 e nel 1901 seimila.  Il patrimonio di Leopoldo cessò di depauperarsi; anzi si accrebbe rapidamente. Alcuni dei palazzi pubblici più ricchi di Bruxelles risalgono a quell’epoca e sono il frutto del boom della gomma.

Le condizioni di raccolta della gomma erano terribili. Non vi erano piantagioni. Bisognava andare nella foresta e recuperare la gomma da alberi selvatici. Bisognava incidere le liane da caucciù degli alberi della gomma, raccogliere la linfa e trasformare, in modo rudimentale, la linfa  in blocchi di materiale appiccicoso. Poi bisognava portare tutto questo nei centri di raccolta. Per garantirsi un’adeguata produzione di gomma, le autorità coloniali belghe stabilirono quote di produzione regione per regione e vennero create delle concessionarie locali responsabili di realizzare gli obiettivi prefissati. Le violenze che Reybrouck documenta erano spaventose: “gli uomini venivano mandati nella foresta per raccogliere la gomma, le donne venivano tenute in ostaggio fino a quando non si consegnava il materiale” (p. 106).  Se le quantità che ciascun lavoratore doveva conferire non erano raggiunte, poteva succedere di tutto, dall’uso della frusta, alla violenza sulle donne, alle uccisioni.

Sorse uno scandalo nella ‘civilissima’ Europa quando si apprese che  nel possedimento del re del Belgio era invalsa la pratica  barbara di tagliare una mano a chiunque non fosse più che obbediente e poi di arrostirla sul fuoco per conservarla come memento di ciò che i sorveglianti avevano fatto per far rispettare la legge (p. 107). Altre cronache del comportamento dell’amministrazione coloniale sono spaventose: un tal Fievez, commissario nel distretto dell’equatore, “nel corso di una spedizione fece bruciare 162 villaggi, distruggere i campi e uccidere 1346 persone, ma per contro realizzò la più grande raccolta di gomma dello Stato libero del Congo” (p. 109).

A un certo punto, all’inizio del novecento, dopo che le notizie su ciò che accadeva in Congo cominciarono a trapelare sulla stampa, ci fu un’ondata di indignazione, favorita forse dal desiderio dei paesi concorrenti (la Francia aveva una colonia a Brazzaville, sull’altra riva del fiume Congo, il Tanganika era una colonia tedesca, il Portogallo era  in Angola e gli inglesi  nel sud dell’Africa) di espandersi in una zona che ormai i geologi cominciavano a conoscere ed a apprezzare per i giacimenti minerali che vi si trovavano. Il re del Belgio incautamente decise di autorizzare la costituzione di una Commissione di inchiesta sulle condizioni di quello che si chiamava lo Stato Libero del Congo: tre giuristi, fra cui un italiano,  indagarono per diverso tempo e giunsero alla  conclusione che le denunce delle brutalità e delle violenze erano sostanzialmente esatte.  Re Leopoldo dovette rinunciare al suo dominion personale. Nel 1908 il Congo divenne una colonia dello Stato belga.

Per un po’ di tempo, con il passaggio da dominion della corona belga a colonia dello stato, le cose cambiarono in meglio. Venne avviata la costruzione di ferrovie e di strade. Nel frattempo, era finito il boom della gomma naturale, ma cominciavano ad emergere le grandi ricchezze minerarie del Congo. Si insediarono nelle zone interne compagnie minerarie soprattutto belghe che si dedicarono alla sfruttamento dei giacimenti di oro, di diamanti e poi di rame. Ma anche questo periodo fu caratterizzato da l’uso regolare della violenza nei confronti degli indigeni che proseguirono per decenni, anche se lentamente una piccola parte della popolazione venne coinvolta nel progresso del paese ricevendo qualche educazione rudimentale ed acquistando uno status economico meno precario. Ma si trattava di una esigua minoranza.

Il libro di Reybrouk dedica molte pagine alle missioni religiose. Il quadro che se ne ricava è molto misto. Vi furono esempi di missionari assolutamente dediti al miglioramento delle condizioni sanitarie ed educative dei nativi, ma vi sono anche  molti esempi di missionari assai poco religiosi legati all’ideologia colonizzatrice della madre patria. Reybrouck osserva che in genere i missionari protestanti, forse perché provenivano dall’Inghilterra o dagli Stati Uniti, erano meno ossequienti ai voleri del Belgio e più attenti alle condizioni di vita dei congolesi. In ogni caso il grosso della popolazione non fu toccato dalle attività delle organizzazioni religiose.

Questa narrazione del Congo negli anni coloniali fornisce il background per la descrizione, altrettanto drammatica, del Congo all’indomani dell’indipendenza, che occupa tutta la seconda parte del libro. L’era coloniale finì all’improvviso. Alla fine della seconda guerra mondiale sembrava che i possedimenti coloniali degli stati europei non corressero alcun pericolo, ma poi nel giro di 15 anni l’era coloniale si dissolse completamente. Le vicende dell’India per quanto riguarda l’Inghilterra, quelle della Francia in Indocina e poi i movimenti di rivolta nell’Africa del Nord misero in moto un processo che acquistò progressivamente velocità.

Reybouck dedica un capitolo del libro al processo di decolonizzazione del Congo che durò in tutto 5 anni, dal 1955 al 1960. Negli anni ’50 i belgi  erano ancora convinti che la loro ‘missione’ di sottrarre il Congo alle sue origini arcaiche per farlo entrare nella modernità fosse lungi dall’essere concluso. Nel 1959 il padre missionario belga Petrus Wijnants, poi divenuto arcivescovo, disse ai suoi fedeli che l’indipendenza del Congo si sarebbe realizzata “forse fra settantacinque anni o, in ogni caso, prima di cinquanta” (p. 247). Non vi erano né piani, né idee chiare sull’assetto che avrebbe dovuto avere un Congo indipendente. Doveva essere uno stato unitario o federale? Doveva staccarsi completamente dal Belgio o mantenere un qualche legame, come accadeva per i paesi del Commonwealth rispetto all’Inghilterra? L’unica cosa evidente è che gli strati più evoluti della società congolese ormai sentivano il richiamo delle lotte per l’indipendenza che in quegli si sviluppavano un po' dovunque. Il Belgio, pur ritenendo che parlare di indipendenza fosse assolutamente prematuro, pensò di dare forme limitate di rappresentanza locale agli indigeni. Nel ’57 si tennero nelle città principali elezioni locali. In quel momento l’economia tirava, anche perché la guerra di Corea aveva portato a un rialzo molto forte dei prezzi delle materie prime, le condizioni di vita miglioravano visibilmente. Un leader locale, Joseph Kasavubu, che sarebbe stato il primo presidente del Congo indipendente, eletto sindaco del suo comune in quelle elezioni pronunciò un discorso infiammato. “La democrazia non si instaura se…si continuano a nominare funzionari invece che eletti dal popolo…se nelle fila della polizia non vediamo nessun commissario congolese. La stessa cosa vale per l’esercito, non conosciamo nessun ufficiale congolese, n´dirigenti congolesi del servizio medico…Chiediamo elezioni generali e autonomia interna” (p.259). Nel ’58 la pressione aumentò. Del resto il generale De Gaulle in visita a Brazzaville, che era di fronte a quella che allora si chiamava Leopoldville ed era la capitale del Congo, aveva dichiarato “L’indipendenza chiunque la vorrà potrà prendersela” (p. 262). Diventava difficile controllare il processo, anche perché emergevano nuovi leader. Uno di questi si chiamava Patrice Lumumba che sarebbe stato nominato primo ministro all’indomani dell’indipendenza. Si accendevano scontri che la polizia stentava a controllare. Il 13 gennaio del ’59 il Re Baldovino in un discorso alla radio dichiarò: “La nostra ferma risoluzione è oggi di condurre senza funeste lentezze, ma senza precipitazione sconsiderata, le popolazioni congolesi all’indipendenza nella prosperità e nella pace” (p. 271). Propositi nobili, ai quali non corrispondeva la possibilità di governare un processo che era ormai in corso avanzato. Si formarono decine di partiti politici nel Congo, emersero nuove dirigenti a livello nazionale, ma anche nelle diverse regioni del paese. All’inizio del ’60, un tavolo ‘di pace’ convocato dal governo belga a Bruxelles che riuniva una folta delegazione congolese, decise che la data dell’inidipendenza doveva essere fissata subito e presto. Si decise per il 30 giugno dello stesso anno. Presa la decisione, non vi fu il tempo di pensare ad altro, di organizzare una transizione ordinata, di definire le strutture del nuovo stato indipendente. E così il Congo piombò nella tragedia.

La tragedia nasceva non solo dalla complessità etnica del paese, ma anche e forse soprattutto dalle immense risorse minerarie che custodiva nel suo territorio. Queste risorse affluivano a potentissime società di capitali decise a non perdere di colpo le basi del loro successo e nello stesso tempo facevano gola agli Stati Uniti da una parte, all’Unione Sovietica dall’altro il cui scontro congelato in termini militari, si nutriva della possibilità di spostare questo o quel paese da un campo all’altro.

Lumumba, nominato primo ministro all'indomani della dichiarazione di indipendenza, diventò il punto di riferimento per l’URSS e quindi la bestia nera dell’Occidente. Fu ucciso. Vi fu la secessione del ricchissimo Katanga con Moise Tshombe. Poi dopo qualche anno un ufficiale dell’esercito, Mobutu, prese il potere con un colpo di stato e lo mantenne, con il sostegno dell’Occidente, fino alla metà degli anni 90. Il benessere che all'inizio degli anni 50 sembrava potersi consolidare, si disperse rapidamente, le infrastrutture vennero abbandonate, le scuole chiuse. Oggi a 50 anni di distanza dalla nascita della repubblica del Congo, vi sono in tutto meno di mille chilometri di strade asfaltate e pochissimi tratti di linee ferroviarie.

L’ultima parte del libro di Reybrouck racconta la storia di questa discesa all'inferno del Congo, le decine di guerre locali, la nascita di forze militari agli ordini di capi feroci che hanno saccheggiato tutto quello che poteva essere saccheggiato. E si conclude raccontando come la Cina si stia affacciando nella vita politica del Congo, attratta anch'essa, come gli europei prima di lei, dalle sue risorse minerarie. Il libro di Reybrouck non parla del futuro. Guarda un passato tremendo. E quando lo si chiude, non si può non provare un senso di amarezza e di vergogna per quello che l’Europa ha fatto in Africa in passato e per la sua incapacità in questi decenni di aiutare l’Africa a trovare la sua strada. L’Europa è il luogo dei diritti e un faro di civiltà? Forse, oggi, sì, ma a che prezzo pagato da altri?

 

Inaspettatamente l’era coloniale termina. Nel 1960, senza preparazione alcuna, il Belgio riconosce l’indipendenza del Congo e il Congo diventa un campo di battaglia della guerra fredda anche per i suoi guacimenti di uranio e di cobalto. Lumumba si appoggia alll’URSS e dopo pochi mesi viene uscciso, il Katanga  con Thsombé,dichiara la propria indipendenza con il sostegno delle compagnie minerarie. Dopo qalche anno l’Occidente  è felice che il generale Mobuto prenda il potere e lo mantenga.

Tutte queste vicende sono descritte in modo molto vivo  nel libro di Reybrouck, fino a dare il senso a un l;ettore europeo che le colpe che abbiamo accumulato  a seguito delle esperienze coloniali sono assolutamente imperdonabili e non dovrebbero essere dimenticate. E, come  italiani, non si può non essere sollevati per il fatto che le nostre esperienze coloniali siano state così modeste e così tardive, anche se non sfugge che, in Libia, come in Etiopia,  ci siamo abbandonati alla nostra parte di barbarie.

Giorgio La Malfa

 

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