Giorgio La Malfa su Left del 2 luglio 2016 "Il filo rosso che unisce Brexit e l’avanzata dei 5 stelle"

di Giorgio La Malfa - 04/07/2016 - Politica estera
Giorgio La Malfa su Left del 2 luglio 2016 "Il filo rosso che unisce Brexit e l’avanzata dei 5 stelle" Un filo rosso collega le diverse espressioni di insoddisfazione che si susseguono in Europa, dalla vittoria di Siriza in Grecia nelle elezioni del gennaio 2015 e nel referendum di metà anno alla crescita di Podemos in Spagna, dai successi della Le Pen in Francia all’avanzata dei partiti antieuropeisti in Olanda e in Austria, dall’avanzata dei 5 Stelle in Italia alla vittoria del Brexit nel referendum inglese dei giorni scorsi. Liquidare questi fenomeni parlando di partiti antisistema o di populismi è un rito consolatorio di classi dirigenti che non sanno affrontare i problemi che esse stesse hanno creato. Il fattore scatenante della crisi europea è la diffusa percezione di un deficit democratico. All’inizio del processo di integrazione, questo problema non si poneva perché i primi Trattati europei prevedevano campi di collaborazione specifici e complessivamente ristretti. Ha cominciato a manifestarsi quando si sono ampliati i compiti affidati alle istituzioni comunitarie. E’ esploso quando si è presa la decisione azzardata, e poco meditata sotto il profilo politico, di introdurre l’Euro. La creazione di una Banca Centrale del tutto autonoma dal potere politico ed autoreferenziale nella definizione dei suoi obiettivi e l’adozione di regole rigide che hanno sterilizzato le politiche di bilancio e le hanno indirizzate in senso strettamente restrittivo hanno alimentato una diffusa sensazione di impotenza. Fino all’esplosione della crisi nel 2008, le osservazioni critiche per questa deriva tecnocratica, che pure si levavano, venivano liquidate come espressione di residui nazionalistici. Una volta scoppiata la crisi, l’aumento della disoccupazione, la precarietà delle condizioni di vita di strati crescenti di cittadini, la percezione di ineguaglianze crescenti nella distribuzione dei redditi hanno fatto da detonatore per i sentimenti di estraneità alla costruzione europea e di ostilità per l’incapacità dei governi nazionali di assicurare ai propri cittadini condizioni adeguate di vita. L’aggravarsi delle condizioni internazionali ed i conseguenti flussi di immigrazione hanno reso esplosivi questi stati d’animo. Gli europei, che vivono sulla loro pelle la crisi, percepiscono chiaramente che le decisioni cruciali vengono prese da organismi come la Commissione, il Consiglio Europeo e la BCE che non rispondono ai cittadini. Il Parlamento Europeo che non esprime un Governo e non è in grado di fare da contrappeso agli organismi europei viene ormai percepito come una componente di un sistema di potere che soffre di un sostanziale deficit democratico. Dunque, le radici della crisi sono politiche e sono acuite dai dati economici. La tesi di chi dice oggi, all’indomani del voto inglese, che ‘serve più Europa’ non tiene conto dell’incontrollabilità democratica dei poteri europei. Essa va nella direzione sbagliata. Perseguire questo obiettivo significa acuire il senso di estraneità e di crescente ostilità dei cittadini rispetto alla costruzione europea. La moneta unica è il fattore centrale di questa crisi perché costringe a una condotta comune che non risponde alle esigenze di rilanciare la crescita e di ridurre le diseguaglianze economiche e sociali. Non si tratta di puntare ad avere più Europa, come ripete lo stanco ritornello di questi giorni. Si tratta di ottenere più democrazia in Europa. Per farlo è indispensabile allentare i vincoli che si sono moltiplicati in questi anni, restituire margini di autonomia alle politiche economiche nazionali, consentire ai cirttadini di contare. Solo così si può evitare la disintegrazione completa del tessuto europeo che faticosamente era stato costruito nel dopoguerra. Più Europa o più democrazia in Europa? Questa è la questione politica del presente.
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