Giorgio La Malfa su Il Mattino del 18 giugno 2016 "Perché il no Brexit conviene all’Italia"

di Giorgio La Malfa - 18/06/2016 - Politica estera
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 18 giugno 2016 "Perché il no Brexit conviene all’Italia"

Ancor prima del tragico episodio dell’uccisione della deputata laburista Jo Cox che probabilmente sposterà molti voti a favore del No all’uscita della Gran Bretagna dall’UnioneEuropea, un’esito negativo del referendum appariva possibile. Nonostante i sondaggi più recenti che danno in maggioranza i Si al cosiddetto Brexit. La ragione è che normalmente i voti degli elettori incerti tendono a favorire lo status quo. Gli incerti potrebbero concludere che  infondo, avendo Cameron ottenuto che l’Inghilterra non sia in alcun modo vincolata dalle decisioni degli altri paesi circa ulteriori passi verso l’integrazione, la sovranità inglese è pienamente assicurata. Non varrebbe la pena quindi di rischiare, votando Si, le conseguenze economiche negative del Brexit che vengono prospettate come probabili. Dunque, la maturazione degli orientamenti degli incerti,unita all’emozione suscitata dall’assassinio di Jo Cox, potrebbe far pendere la bilancia verso il No. Questo nonostante le reazioni negative suscitate in Inghilterra dalle pesanti ingerenze di altri paesi e delle istituzioni europei nel referendum e dalla evidente forzatura nella rappresentazione catastrofica delle conseguenze del Brexit. L’anno scorso, la violenza intimidatoria con la quale vennero presentate le conseguenze del referendum greco contribuirono a fare vincere il No. Oggi potrebbe succedere lo stesso in Inghilterra per il Si.

Questo delle ingerenze europee nelle decisioni nazionali è un problema serio. Le ha sperimentate la Grecia in questi anni, le subì l’Italia nel 2011 quando si vide imporre un cambio di governo e di fatto il nome del nuovo primo ministro. Le sta subendo la Gran Bretagna quasi che la convocazione di un referendum sull’eventuale uscita dall’Unione Europea sia un atto contrario allo spirito e dalla lettera dei trattati. È bene ricordare che nei primi trattati europei non era prevista né una clausola di durata dei trattati, né una clausola di recesso. In sostanza si ipotizzava che gli Stati partecipanti avessero deciso di muovere, passo dopo passo, alla costituzione, in Europa, di un vero e proprio stato federale, sul modello degli Stati Uniti d’America e che si trattasse di una decisione irrevocabile. In questo quadro, sebbene il diritto internazionale riconosca sempre il diritto degli Stati di recedere dai trattati anche quando eventualità non sia prevista esplicitamente, l’idea che un Paese membro abbandonasse l’Unione poteva apparire quasi come un tradimento passibile di rappresaglie economiche e politiche. Oggi le cose non stanno più così. Nel più recente dei trattati europei e, per molti aspetti,nel più ambizioso, il TUE, il Trattato sull’Unione Europea firmato a Lisbona nel 2007, è prevista, all’articolo 50, una facoltà di recesso. «Ogni Stato membro – si legge - può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione».

E si aggiunge che «lo Stato membro che decide di recedere,notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso,tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione». Dunque, se uno stato membro decide di uscire dall’Unione Europea, la reazione non può essere così scomposta come quella alla quale si assiste in questi giorni, costellata di previsioni catastrofiche e di minacce di rappresaglia. A meno di non immaginare delle misure di discriminazione tariffaria e doganale decise per “punire” l’Inghilterra, ad essa, dopo il suo recesso, non potrebbe che applicarsi lo stesso regime commerciale che si applica oggi a paesi europei esterni all’Unione, come la Norvegia o l’Islanda. Di fatto sulpiano economico l’Inghilterra sarebbe parte del mercato unico europeo, senza essere vincolata da tutta la legislazione di Bruxelles. Le conseguenze economiche sarebbero molto modeste: pochissime o trascurabili per i paesi dell’Unione, un po’ più rilevanti per l’Inghilterra se qualche impresa che ha sede in quel paese, decidesse di voler prendere sede in un paese dell’Unione. Ma si tratta di conseguenze minori che comunque riguardano solo gli inglesi, che forse potrebbero compensarle adottando, essendo fuori dall’Unione Europea, regimi fiscali ancor più favorevoli alle società di quanto già essi non siano.

Quello che è invece difficile da prevedere e da valutare è l’effetto della vittoria del No sui mercati finanziari, non perché vi sarebbero conseguenze reali da questa eventuale decisione, ma perché è stata trasmessa ai mercati da parte delle classi dirigenti europee un senso di incertezza e di precarietà. Che bisogno c’è di informare l’opinione pubblica che la Bce è pronta a fare il necessario se vi fosse una Brexit? L’impressione è che lo si faccia solo per insinuare che la Brexit avrà effetti sconvolgenti e dunque per condizionare il voto degli inglesi. Ed infine. Che giudizio dovremmo dare noi delle conseguenze politiche della decisione inglese? Dobbiamo augurarci che vinca il Si o il No? Detto che gli effetti economici sarebbero modesti, la vera ragione per preferire la vittoria del No è che in un’Unione Europea con dentro l’Inghilterra i rapporti di forza fra i diversi paesi sarebbero più equilibrati. Con l’Inghilterra dentro, la Francia, la Germania e in qualche misura anche l’Italia costituirebbero un gruppo di paesi di peso non troppo diverso fra loro. Con l’Inghilterra fuori risalterebbe molto di più la posizione dominante della Germania e questo peso lo si sentirebbe presto. Meglio, molto meglio un’Europa meno coesa con dentro l’Inghilterra che un’Europa coesa dominata dalla Germania. Ecco la vera ragione politica per la quale conviene, nonostante tutto, augurarsi la vittoria del No.

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