Giorgio La Malfa su Il Mattino del 22 febbraio: "Il nodo irrisolto della moneta unica"

di Giorgio La Malfa - 22/02/2015 - Politica estera
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 22 febbraio: "Il nodo irrisolto della moneta unica"
“Tocca alle nuove generazioni tedesche chiarire che  la loro intenzione è  di costruire non un’Europa tedesca, ma una Germania europea”.
Così Thomas Mann si rivolgeva nel 1953 ai giovani tedeschi mentre  l’Europa cercava faticosamente di uscire dalle rovine materiali e morali delle due terribili guerre che l’avevano devastata nel giro di poco più di 20 anni e di trovare la via di un cammino comune. Spiegava Thomas Mann: “Noi non possiamo ignorare che fra le difficoltà che ritardano la unificazione dell’Europa vi è una diffidenza sulla purezza delle intenzioni della Germania, una paura negli altri popoli dell’egemonia della Germania”.
 
In quella distinzione fra una Germania europea e un’Europa tedesca e nella percezione della diffidenza degli altri popoli nei confronti della Germania, Thomas Mann coglieva la contraddizione profonda, e forse ineliminabile,  insita nel progetto europeo: esso può  procedere solo nella misura in cui la Germania ne è protagonista, ma non può non essere frenato proprio dalla preoccupazione del resto dell’Europa per questo ruolo della Germania. Nec tecum, vivere possum, nec sine te – avrebbe detto Ovidio.
 
Nella evidente dialettica fra la Cancelliera Merkel e il ministro del Tesoro Schauble, che ha accompagnato in questi giorni la trattativa fra il nuovo governo greco e l’Europa, si riflette la dicotomia di cui parlava Thomas Mann. La Cancelliera sa che non può esistere un’Europa costruita integralmente sulla base delle regole tedesche, come vorrebbe Schauble. Ma è altrettanto evidente che non si può prescindere dalle regole tedesche senza far venire meno l’adesione della Germania all’Europa.
 
Come era prevedibile, alla fine si è trovato un accordo di compromesso fra le esigenze della Grecia e quelle della Germania. Essendo l’alternativa all’accordo la rottura dell’euro, alla fine si è giunti a un’intesa. La Germania può rivendicare che il Governo Tsipras, chiedendo l’estensione dell’accordo precedente, ne ha riconosciuto la legittimità. Il governo greco può dire di avere ottenuto l’estensione del sostegno economico alla Grecia, pur avendo rifiutato l’integrale realizzazione delle condizioni che a suo tempo le erano state imposte. In questo senso la democrazia avrebbe  prevalso sulla tecnocrazia impersonata dalla troika e si sarebbe avviato un cammino nuovo e diverso dal passato.
 
Nella sostanza, però, ieri non è stato raggiunto un accordo di merito, rinviato a una ulteriore fase di contatti. Si è solo constatato che una rottura avrebbe avuto conseguenze troppo pericolose e si è deciso di rinviare al seguito la definizione concreta di ciò che farà la Grecia nei prossimi mesi. Era la soluzione inevitabile per evitare di precipitare la crisi dell’euro.
 
Questa vicenda, ed anche la sua conclusione di compromesso, confermano la debolezza  di fondo dell’impianto della moneta unica. In essa convivono due diverse filosofie alla lunga incompatibili fra loro. Da un lato vi è l’idea di una politica europea comune che consideri i problemi di ciascun paese come problemi di tutti e chieda ai paesi più forti politiche che aiutino I paesi più deboli a superare la crisi (Draghi ha chiesto insistentemente in questi mesi alla Germania di fare una politica fiscale più espansiva per aiutare la ripresa dei paesi in difficoltà: il governo tedesco, facendo mostra di non sentire, ha respinto seccamente questa ipotesi). Dall’altro vi è l’idea di basare la moneta unica su rigide  regole di comportamento che impongano a ciascun paese di tenere in ordine i propri conti senza aver bisogno di ricorrere all’aiuto degli altri e senza contagiare gli altri con i propri problemi.
 
L’Europa non è nelle condizioni di giungere alla prima soluzione, perché essa  richiederebbe sostanzialmente la piena unificazione politica del Continente in uno stato federale che avrebbe le caratteristiche degli Stati Uniti d’America. Non ci sono oggi in Europa le condizioni per un’unione politica di questa ampiezza e di questa portata, né esse possono realizzarsi in un futuro prossimo.
 
Ma neppure l’altra soluzione può funzionare: l’Unione Monetaria non può basarsi sulla idea tedesca di un accordo europeo che consiste essenzialmente in un sistema di cambi fissi garantiti  da regole rigide e da sanzioni contro i paesi “devianti”. Insistere su questa strada, come vorrebbero il ministro delle finanze Schauble e la Bundesbank, porterà a tensioni politiche crescenti e, alla fine, alla necessità di rinunciare, di fronte all’aumento della disoccupazione in una gran parte dei paesi della zona euro,  alla rigidità dei cambi: in sostanza, porterà alla fine della moneta unica.
 
Gli eurocrati, quando nacque la moneta unica, sapevano di non avere messo a punto un meccanismo perfetto. La loro illusione era che l’emergere delle difficoltà avrebbe costretto i paesi europei a fare dei passi avanti sostanziali sulla strada dell’integrazione ‘politica’ dell’Europa. Questo, come si è visto ieri, non avviene. E poiché vicende come quelle di questi giorni lasciano una traccia di amarezza e di incomprensioni e  lacerano il tessuto della solidarietà europea, esse creano le premesse di ulteriori crisi e di ulteriori difficoltà.
 
Ci si deve sentire  sollevati perché la crisi è rientrata, ma tutti sanno a Bruxelles che i problemi non sono risolti. È evidente che i leader  politici europei non hanno né la lungimiranza, né il coraggio di affrontare davvero il nodo della questione della moneta unica. Non sono in grado nè di fare dei passi in avanti sostanziali, né di fare un passo indietro che forse, se concepito in uno spirito di collaborazione, potebbe avere modalità non rovinose. Aspettano e sperano. Ma questa non è una soluzione.”
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