Giorgio La Malfa su Il Mattino del 23 febbraio 2016 "La nuova UE vista da Roma: più crescita"

di Giorgio La Malfa - 23/02/2016 - Politica estera
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 23 febbraio 2016  "La nuova UE vista da Roma: più crescita"

Dalle indiscrezioni che ne avevano preceduto la pubblicazione e soprattutto dalle dure ed esplicite dichiarazioni del Presidente del Consiglio contro le conseguenze negative sulla crescita del cosiddetto Fiscal Compact, ci si poteva attendere che il contributo del Governo italiano alla discussione sulla politica economica europea aperta molte settimane fa dal cosiddetto documento dei 5 Presidenti avrebbe posto con grande chiarezza l'esigenza di una svolta nella politica economica europea. Mentre i 5 Presidenti ( del Consiglio Europeo, della Commissione Europea, dell'eurogruppo, della BCE e del Parlamento Europeo) si erano limitati, nel loro documento, ad auspicare dei passi in avanti nell'integrazione europea senza entrare nel merito dei problemi che hanno indebolito in questi anni la moneta unica, l'Italia – si era fatto intendere – avrebbe posto questioni sostanziali di politica economica. Il documento italiano, reso noto oggi, non corrisponde a queste attese.

O meglio vi corrisponde molto parzialmente e, in un certo senso, con una contraddizione interna fra l'analisi e le conclusioni. Vi è una novità importante nell'analisi, nel senso che il documento italiano si discosta dal modo in cui tradizionalmente le istituzioni europee hanno analizzato la situazione economica e delineato le politiche economiche da seguire. Ma esita dal proporre una impostazione sostanzialmente diversa da quella tradizionale che ci viene dall'Europa. In questo senso non c'è la svolta annunciata. Nell'analisi bisogna dare atto al documento che, rispetto all'insistenza tradizionale nei documenti europei sulla priorità del riequilibrio dei conti pubblici, il contributo italiano mette ripetutamente l'accento sul tema della crescita. Si legge ad esempio che se l'eurozona dovesse continuare a trascinarsi in una "ripresa incerta non vi sarebbe progresso nella crescita e nella creazione di posti di lavoro e questo metterebbe in dubbio ...la sostenibilità dell'euro." Poco più avanti, a fianco del tradizionale tema della accelerazione delle riforme strutturali, il documento accenna alla necessità di "una più forte domanda interna... necessaria per evitare una riduzione del potenziale di crescita".

E ancora "rafforzare l'integrazione monetaria e finanziaria dovrebbe camminare insieme con le misure per sostenere la crescita e la creazione di posti di lavoro." Finalmente la crescita economica e la creazione di posti di lavoro sembrano diventare l'obiettivo numero uno della politica economica. Da questa analisi, tuttavia, dovrebbe discendere una impostazione molto diversa da quella consueta in Europa. Il documento, partendo da questa analisi, avrebbe dovuto formulare delle proposte chiare. O rivendicare l'immediata attribuzione a un ministro europeo del Tesoro la responsabilità della crescita dell'eurozona insieme con i mezzi per provvedervi, ivi incluso il ricorso a un deficit a livello europeo finanziato dalla Banca Centrale Europea, come avviene negli Stati Uniti e in particolare come è avvenuto in questi anni nei quali mentre l'eurozona languiva, gli USA riprendevano a crescere. Oppure, in alternativa, se questa soluzione europea non fosse immediatamente disponibile, il documento avrebbe dovuto rivendicare che per tutti i paesi membri vi sia la possibilità di ricorrere, qualora lo ritengano, a maggiori deficit pubblici per sollecitare la ripresa della domanda. Bisognerebbe cioè proporre l'abolizione delle regole del fiscal compact che rendono invece obbligatorio un cammino nella direzione esattamente opposta anche quando lo stato del ciclo imporrebbe un sostegno della domanda. Se il documento avesse voluto porre i problemi nei loro termini essenziali, esso avrebbe potuto scrivere che o si affida all'Europa il compito della piena occupazione o si restituisce ai singoli paesi la possibilità di perseguire questo obiettivo. Se si rimane al di qua di questo chiarimento, si resta nell'ambito dell'attuale sistema nel quale al massimo si possono rivendicare spazi di flessibilità nell'applicazione di regole sostanzialmente e duramente deflazionistiche.

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