Giorgio La Malfa su Il Mattino del 5 febbraio 2016 “L’Europa perduta e il cavaliere solitario”

di Giorgio La Malfa - 05/02/2016 - Politica estera
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 5 febbraio 2016 “L’Europa perduta e il cavaliere solitario”

Per l'Europa è un momento molto difficile, forse il più difficile nell'ormai più che sessantennale cammino intrapreso verso l'integrazione economica e politica. Anche in passato vi sono stati problemi esterni e contrasti interni, ma mai se ne erano accumulati contemporaneamente tanti e così diversi fra loro. Le crisi, anche le gravi, apparivano come incidenti di percorso lungo un cammino che poteva magari apparire tortuoso, ma che andava dalla sovranita degli stati nazionali alla sovranita delle istituzioni europee. Oggi non è più così. Nel '54 il Senato francese bocciò la ratifica del Trattato istitutivo della Comunità europea della Difesa.

La crisi fu drammatica, ma meno di un anno dopo, con la Conferenza di Messina, si decise di ricominciare il cammino partendo dall'unione doganale e dalla creazione di un mercato comune. Nel 1957 a Roma furono firmati i Trattati che istituivano l'Euratom e soprattutto la Cee, al centro della quale fu posta la Commissione europea di Bruxelles, concepita come l'embrione di un futuro governo federale europeo. Pochi anni dopo, nel '65, fu di nuovo la Francia del generale De Gaulle a aprire una crisi istituzionale mettendo in discussione la centralità della Commissione europea. La determinazione della Francia trasformò profondamente l'assetto europeo. Il cosiddetto compromesso del Lussemburgo sancì l'affiancamento alla Commissione europea del Consiglio dei Capi di Stato e di governo che conferisce all'Europa un carattere essenzialmente confederale e tende a riportare il baricentro delle decision! politiche dalle istituzioni europee al dialogo intergovernativo. Pur in un diverso e più confuso assetto istituzionale, il cammino non si interruppe.

All'inizio degli anni 2000 venne lanciato il proposito ambizioso di scrivere una Costituzione per l’Unione europea sottoscritta a Roma nel 2004. L'esito negativo di due referendum indetti in Francia e nei Paesi bassi annullò il Trattato, ma molti dei suoi contenuti vennero riproposti nel successivo Trattato di Lisbona attualmente vigente. Insomma, se una strada appariva sbarrata se ne sceglieva un'altra, ad essa vicina. Anche la via economica all'integrazione ha subito molti intoppi. Fra gli Anni Settanta e Ottanta fallirono uno dopo l' altro i due meccanismi con cui la Comunità europea aveva tentato di stabilizzare il sistema dei cambi dopo la decisione americana di abbandonare it regime dei cambi fissi stabilito a Bretton Woods nell'immediato dopoguerra: il cosiddetto “serpente monetario” e it suo successore, il Sistema monetario europeo. Ma l'Europa decise di non fermarsi di fronte queste difficoltà.

Nacque così l' idea della moneta unica e della Banca centrale europea. Nonostante fossero evidenti le difficoltà di adottare un'unica moneta fra Paesi che non avevano ancora deciso di costituire un'unica entità statuale, l'esperimento venne affrontato con baldanza e per molti anni lo si è considerato e, comunque, lo si definito un successo. Anche di fronte alle prime difficoltà della moneta unica negli anni della grande crisi economica internazionale, dal 2008 in avant!, le classi dirigenti europee hanno risposto rilanciando, proponendo cioè di accelerare l'integrazione monetaria e finanziaria a cominciare da quell'ingranaggio così delicato che è il sistema bancario. Per molto tempo si è affermato che, pur in questo quadro ricco di luci ma anche di molte ombre, adottando la moneta unica, l'Europa aveva fatto un passo in avanti decisivo che garantiva l'evoluzione verso una piena unione politica. Intorno all'inizio del millennio l'euro sembrava offrire la prospettiva di un'Europa in grado di parlare con una voce più forte sul piano internazionale e non solo sui temi economici. Anche questo sogno a svanito. Con realismo ieri Mario Draghi ha riconosciuto davanti al Parlamento europeo che “l’ architettura dell'unione economica e monetaria rimane una costruzione incompiuta”.

Ma queste vicende, pur nella loro complessità, appaiono relativamente minori rispetto ai problemi davanti ai quali si trova oggi l'Europa. Essa a minacciata al suo interno dal terrorismo ed è divisa sulla risposta da dare: se essa debba essere affidata soltanto alla sicurezza interna o se richieda un'azione o più azioni militari dove si annidano i focolai della violenza. E' investita da un' enorme ondata immigratoria, proveniente sia da Sud che da Est che però colpisce i paesi membri in maniera asimmetrica: se saltasse it Trattato di Schengen, i paesi più esposti, che sono la Grecia e l’Italia, si troverebbero rapidamente con le spalle al muro. L'Europa ha il problema di definire le regole della convivenza fra persone così diverse per cultura, per religione, per condizioni economiche e sociali. Essa divisa al suo interno sul modo di affrontare questi ed altri problemi: vi sono posizioni diverse sul modo di rispondere al terrorismo. Ma vi sono divisioni aspre anche su altre questioni a cominciare dai rapporti con la Russia, sui quali vie una divergenza evidente fra l'Europa occidentale e l'Europa centro orientale. Altrettanto duri ed espliciti sono i contrasti sulla politica economica fra la Germania e i paesi a lei più vicini per i quali l'equilibrio dei conti pubblici è una condizione irrinunciabile, e altri paesi, come il nostro, che se vogliono affrontare sul serio problemi, come la disoccupazione e la crisi meridionale, non possono rispettare quei vincoli. In questo quadro la Commissione europea, che era stata concepita dai padri fondatori come l'elemento propulsore del processo di integrazione europea, non è più in grado di svolgere questo ruolo. Essa è tirata in direzioni troppo diverse e sballottata qua e là.

Agli uni appare troppo vicina alle posizioni tedesche; all'opinione tedesca appare troppo incline a condonare comportamenti degli Stati che violano la sostanza degli accordi europei su cui è fondata la moneta uni-ca. Già indebolita nel confronto con il Consiglio dei Capi di Stato e di governo che ne mette in questione la centralità, la Commissione non riesce più a trovare un proprio equilibrio. L'insieme dei problemi che l'Europa si trova davanti sta portando a una guerra di tutti contro tutti. Non si era mai vista contemporaneamente una divaricazione così forte negli orientamenti dei governi europei e una perdita di peso e di prestigio delle istituzioni europee come la Commissione. È nuova e non positiva la veemenza con la quale i governi si rivolgono. alla Commissione ed essa reagisce allo stesso modo. Insomma un quadro devastante. La sola entità europea che per ora sembra sfuggire a questa grave situazione è la Bce. La Banca centrale ed il suo presidente conservano un alto prestigio e sono, di fatto, l'unico punto di riferimento autorevole interno all'Europa e nei rapporti fra l'Europa e il mondo esterno. Progressivamente la voce della Bce esula dalle sole materie monetarie e finanziarie. Colpisce ad esempio che ieri nel suo intervento al Parlamento europeo, a Draghi sia stata chiesta un'opinione su un tema che esula dalle questioni dell' euro come è l'eventualità dell'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea.

Oggi la Bce è la sola istituzione europea che non è contestata apertamente da nessuno. Draghi sta diventando come il Cavaliere della valle solitaria di un celebre film. Che cosa da alla Bce questa autorevolezza? Il suo ruolo è certamente esaltato dalla debolezza degli altri interlocutori istituzionali, dalla Commissione europea ai governi dei principali Paesi, tutti, senza eccezione, in evidenti difficoltà da; vanti a problemi che non riescono ad affrontare. Ma vi è anche da aggiungere la personalità del suo presidente che ha saputo sottolineare l'indipendenza e in qualche modo l' equidistanza rispetto alle posizioni contrastanti dei paesi membri. In fondo a partire dal 2011 e dal celebre «faremo tutto il necessario per salvare l' euro» Draghi ha delineato una politica che, pur non discostandosi troppo dall'ortodossia monetaria, segnala la consapevolezza dell'esistenza del problema della crescita e della necessità di incidere sulla disoccupazione. Nel buio della crisi europea, risalta il prestigio della Bce. Ma per mantenere nel tempo il prestigio, debbono manifestarsi presto dei concreti risultati sul terre-no dell'andamento economico dell'eurozona.

Ha scritto acutamente nei giorni scorsi Martin Feldstein, uno dei più stimati economisti americani, che, mentre il pilastro della politica recente della Bce, il «quantitative easing», non sta producendo i risultati sperati. Mentre negli Sta-ti Uniti, la ripresa è partita in pieno, a tal punto che la Fed ha iniziato ad innalzare i tassi di interesse, in Europa le cose non vanno come dovrebbero e la crescita dell'eurozona rimane troppo bassa. In realtà, la Bce da sola non basta. «Per fare progressi concreti in direzione di un rilancio della loro economia - ha scritto Feldstein - i singoli paesi dovranno fare meno affidamento sull'allentamento quantitativo della Bce e concentrare le proprie energie su riforme strutturali e stimoli di bilancio». Già, ma come si fa a conciliare il ritorno a una certa indipendenza delle politich economiche di ciascun paese con i vincoli rigidi che sono stati presentati e rappresentati come la condizione necessaria per il buon funzionamento della moneta unica? Questo rimane il quesito irrisolto al quale neppure il Cavaliere della valle solitaria è stato in grado, finora, di dare una risposta esauriente.

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