Giorgio La Malfa su Il Mattino del 7 luglio 2015: "A chi conviene aiutare ancora i più deboli"

di Giorgio La Malfa - 07/07/2015 - Politica estera
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 7 luglio 2015: "A chi conviene aiutare ancora i più deboli"

Quando alla metà degli anni ’80, si cominciò a parlare di una moneta unica per quella che ancora si chiamava la Comunità Europea e comprendeva 12 membri, le obiezioni più forti vennero dagli ambienti finanziari tedeschi. La Bundesbank in particolare manifestò la preoccupazione che una moneta comune avrebbe accentuato i divari economici fra i paesi (“in una unione monetaria – dichiarò il Presidente della Bundesbank Pohl nel 1988 - i deboli diventerebbero sempre più deboli e i forti sempre più forti”) e per effetto di queste differenze a un certo punto i paesi forti, come la Germania, sarebbero stati costretti, loro malgrado, a intervenire con sussidi per salvare i paesi deboli. Per questa ragione, appariva più prudente prima cercare di fare convergere le economie europee verso standard comuni e poi, se e quando le differenze si fossero sufficientemente attenuate, passare la moneta unica.

A questa tesi venne opposto dai fautori della unificazione europea che lo sforzo di partecipare a un’impresa comune come la moneta unica avrebbe avuto un effetto positivo ed avrebbe favorito un processo di convergenza fra le economie dei paesi partecipanti. Inoltre, mettere in comune la moneta avrebbe costretto l’Europa a fare dei passi avanti, proprio per fronteggiare queste difficoltà, nella unione politica che rappresentava l’obiettivo più nobile e più alto di tutto il processo d’integrazione europea.

Questo contrasto di opinioni paralizzò in quel momento i progetti di unificazione monetaria ed avrebbero continuato a farlo se non fosse avvenuto un fatto imprevisto e del tutto estraneo a questa specifica questione. Il 9 novembre del 1989 crollò il Muro di Berlino e si aperse di colpo la possibilità di una rapida riunificazione della Germania. Non era una prospettiva che il resto dell’Europa vedeva con favore, perché una grande Germania posta al centro del continente, dominante in termini numerici e economici, rischiava di squilibrare l’Europa. Ma quando divenne evidente che la spinta alla riunificazione tedesca era inarrestabile, la Francia pensò che non potendo evitare la nascita (o meglio la rinascita) di una grande Germania, si poteva cercare di legarla indissolubilmente al progetto europeo sottraendole l’autonomia monetaria e trasferendo a un organismo europeo la titolarità della moneta. Nacque così l’idea di fare del progetto della moneta unica la contropartita per la riunificazione tedesca.

A quel punto, Helmut Kohl, che allora il Cancelliere tedesco, dando giustamente priorità alla riunificazione del proprio Paese, un obiettivo cui le classi dirigenti tedesche, pur senza parlarne apertamente, non avevano mai rinunciato per tutto il dopoguerra, spazzò via le obiezioni della Bundesbank e diede il via libera al progetto della moneta unica. Nacque così, dopo una breve trattativa, il trattato di Maastricht del 1992 che affrontò i problemi tecnici, ma evitò i nodi politici della costruzione di una moneta comune. E le preoccupazioni sulle condizioni necessarie perché la moneta unica fosse un successo? Esse furono sacrificate all’urgenza di una risposta politica. Non nacque così una vera unione politica in Europa di cui la moneta sarebbe stata il segno esterno. Nacque un accordo per una moneta unica, governata da una Banca Centrale che ha tutti i poteri delle banche centrali nella creazione monetaria, ma non prevede la responsabilità di prestatore di ultima istanza a favore del governo del proprio paese o meglio dei governi dell’Unione. Questa esclusione porta con sè delle conseguenze anche per quanto riguarda la funzione di prestatore di ultima istanza nei confronti delle banche – di ente cioè chiamato a garantire la liquidità delle banche dell’area. Infatti, se le banche in difficoltà operano in seno a uno stato in difficoltà, dare loro della liquidità significa consentir loro di acquistare i titoli di stato di quel paese e quindi contribuire al finanziamento dei fabbisogni dello stato in questione.

La crisi greca del 2010 e la sua ripetizione in questi mesi ha rivelato la fragilità dell’impianto sottostante: una moneta unica che non nasce come esito di un processo di unificazione politica del continente europeo, ma solo come un accordo sulla gestione in comune della moneta, accompagnata da una diffidenza reciproca sulle politiche finanziarie dei vari governi. E il tutto accompagnato da un impegno futuro e imprecisato a procedere a una vera e propria un’unificazione politica.

E’ avvenuto così che, mancando una comune politica, come era stato giustamente previsto, i deboli siano divenuti più deboli ed i forti più forti, e sta avvenendo che a un certo punto i deboli chiedano l’aiuto dei più forti. E le opinioni pubbliche europee dei paesi forti sono in rivolta contro questa ipotesi. E lo sono anche quelle dei paesi deboli che in questi anni hanno accettato la severa (e inutile) disciplina che la UE ha imposto, che non saprebbero giustificarsi davanti ai propri elettori se oggi la Grecia ottenesse quella comprensione di cui essi in hanno goduto. E sono in rivolta infine i greci che si sono sentiti trattati con disprezzo coloniale dalla Germania e dagli altri.

Meglio avrebbe fatto la Cancelliera Merkel se essa avesse tenuto aperto il tavolo negoziale con Tsipras la scorsa settimana come aveva suggerito Hollande (la Francia è l’unico governo europeo che ha dato prova di buon senso in questa circostanza, anche se non ha avuto la forza di impedire che altri sbagliassero). Avendo dichiarato che avrebbe atteso l’esito del referendum, ora la signora Merkel si trova in gravi difficoltà a non riaprire il negoziato. Ma negoziato per che cosa, dal momento che la situazione finanziaria greca è evidentemente insostenibile e lo stesso Fondo Monetario ha certificato che il problema del debito non può non essere affrontato con priorità? In ogni caso il problema giunge in queste stesse ore sui tavolo della BCE. E’ anzi quest’ultima, prima ancora del Consiglio Europeo, che con le sue decisioni potrebbe determinare la conclusione di questa vicenda. Se deciderà di sostenere la liquidità delle banche greche, Atene potrà restare nella moneta unica e negoziare con l’Europa tutte le altre questioni a cominciare da quella del debito. Se invece la BCE non estenderà ulteriore liquidità alle banche greche, sarà il governo greco a dovere provvedere di moneta le proprie banche e potrà farlo di fatto solo emettendo una propria moneta nazionale.

Dunque gli ulteriori sviluppi della questione greca dipenderanno dalle decisioni della BCE e da quelle dell’eurogruppo e forse si assisterà a un tentativo degli uni di costringere l’altro a prendere la decisione definitiva sulla permanenza della Grecia nell’euro.

Indipendentemente da come si chiuderà questa specifica questione, resta il fatto l’euro porta con sé dalla nascita dei difetti genetici. E poiché da una radice bacata non possono crescere piante solide, a un certo punto bisognerà affrontare questo problema e decidere che cosa fare dell’euro e dell’Europa. Il problema è che i leader europei non hanno ancora messo a fuoco esattamente il problema. La Cancelliera Merkel ha dichiarato nei giorni scorsi che “se cade l’euro, cade l’’Europa”. La realtà è che la Germania per prima non è disposta a spendere il necessario per non far cadere l’euro e dunque l’euro è sostanzialmente morto. Si tratta solo di sapere se la sua caduta trascinerà con sé anche il logoramento delle istituzioni europee in quanto tali. Vedremo presto se esiste una capacità di leadership in Europa e se essa, dopo avere dato prova di scarsa lungimiranza fino ad oggi, saprà riscattarsi nei prossimi giorni.

Giorgio La Malfa

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