Giorgio La Malfa su Il Mattino del 9 settembre 2016 “Senza gli investimenti pubblici il bazooka della Bce spara a salve"

di Giorgio La Malfa - 09/09/2016 - Politica estera
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 9 settembre 2016 “Senza gli investimenti pubblici il bazooka della Bce spara a salve"
Cari amici,
vi mando un articolo che ho scritto per il mattino di stamane sulla BCE. La mia tesi è che il QE non serve  a nulla senza una politica fiscale espansiva: il motore della ripresa americana non è il QE, ma la politica federale. Fare il QE e contemporaneamente insistere nel pretendere il ritorno al pareggio dei bilanci significa lasciare a sé stessa  l'economia dell'eurozona. Presto la BCE dovrà porsi il problema di cominciare a riassorbire la liquidità he sta creando a piene mani, senza che si siano avuto risultati. A me Draghi ieri è apparso preoccupatissimo. Penso che sia sotto un attacco sempre più forte da parte dei suoi oppositori. Ma neppure ieri Draghi ha detto le cose come stanno: e cioè che se la Germania non si sente di fare politiche espansive, allora dovranno farle gli altri paesi europei, che abbiano o no i conti in ordine. Ma dir questo sarebbe troppo per un banchiere centrale e quindi ha ripetuto che servono le riforme strutturali, la flessibilità e tutto l'armamentario delle proposte che se realizzate aggraverebbe la crisi dell'occupazione.
Molto cordialmente 
Giorgio La Malfa 
 

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La Bce non ha preso nuove decisioni di politica monetaria nella riunione mensile del Consiglio Direttivo. Alcuni comitati – ha detto Mario Draghi – stanno studiando le opzioni possibili. Il fatto è che la politica del Quantitative Easing non sta producendo i risultati che erano stati preannunciati. Lanciata con coraggio da Draghi all’inizio dello scorso anno fra grandi polemiche dei rappresentanti tedeschi nella banca con l’obiettivo di far ripartire l’economia dell’eurozona e riportare la crescita dei prezzi verso quel 2% l’anno che la Bce considera ottimale, il Qe si dimostra inefficace. Naturalmente può essere vero che senza il Qe le cose andrebbero ancora peggio. Ma il dato rilevante è che il reddito cresce poco, con rischi soprattutto verso il basso ed i prezzi rimangono praticamente inchiodati intorno allo zero.  E’ molto probabile che in seno alla banca la battaglia fra chi, come Draghi ritiene che si debba fare di più, e gli oppositori del Qe che ritengono che l'esperimento sia fallito e non valga la pena di continuarlo, sistia facendo infuocata. Forse è bene uscire dal linguaggio ovattato dei banchieri  centralie dire le cose come stanno. A Francoforte non possono sorprendersi per gli scarsi risultati del Qa La Bce non poteva e non può non sapere che da solo il Quantitative Easing non è in grado di realizzare gli obiettivi che ci si era proposti. In una situazione di depressione economica come quella in cuiè piombata l'Europa a partire dal 2008, c'è una sola politica che può fare ripartire l’economia: un sostegno alla ripresa che venga dal bilancio pubblico, una straordinaria iniezione di domanda attraverso gli investimenti pubblici o una riduzione così forte del prelievo fiscale da convincere i consumatori a spendere di più, o una combinazione di questi due interventi. O :n; gli imprenditori non investono perche non vedono all'orizzonte una crescita della domanda, mentre i consumatori, temendo chele cosepossano peggiorare ulteriormente, cercano di inetta da parte le risorse per coprirsi rispetto a un futuro che appare incerto. Se non c'è un'istituzione europea che abbia ilpotere di spendere a sostegno della ripresa e se gli Stati dell'eurozona sono sorvegliati specieli perché debbono tagliare i deficit e non possono pensare ad altro, come può ripartire la crescita? ll Quantitative Easing di per sé e da solo non è una politica economica: è un aiuto collaterale indispensabile a una politica economica pubblica intesa a fare ripartire la crescita.In presenza di questa politica pubblica, il Quantitative Easing delle banche centrali è indispensabile per evitare che la domanda aggiuntiva provochi un subitaneo aumento dei tassi d’interesse che strangoli la ripresa. Cioè le banche centrali possono porsi contro le politiche pubbliche e farle fallire o possono aiutarne il successo. Ma senza le politiche pubbliche, non c'è ripresa. llQe è al massimo un comdizione necessaria, ma una condizione sufficiente per la ripresa In America l'economia è ripartita per l'effetto congiunto delle politiche di bilancio del governo federale e della politica monetaria accomodante della Fed. L'una e l' altra sono state necessarie e tempestive. In Europa questo non è avvenuto e non avviene. É difficile credere che Mario Draghi, il Presidente della Banca Centrale Europea, non sappia bene tutto questo, almeno quanto noi. Fone non può dirlo, se non nelle forme caute che normalmente adotta quando propone che i paesi che hanno i bilanci in ordine facciano la loro parte. Ma dirlo non basta. Né basta dire a sé stessi di avere fatto la propria parte, se akrinonfannolaloro, che è laparte essenziale. Il problema europeo è molto difficile, istituzionalmente e politicamente. Non c'è un governo centrale, come negli Stati Uniti, che possa fare politiche finanziarie a sostegno dellaripresa. Al posto di un govemo federale vi è una Commissione politicamente debolissima, divisa da visioni economiche contrastanti e priva diun bilancio attraverso ilquale fare un'eventuale politica economica espansiva Si tenga presente che ilb ilancio della Commissione è pariall'1% circadelreddito dell'Unione Europea e che essa non ha facoltà di indebitamento. Non essendovi un bilancio federale, il compito dovrebbe passare agliStatimembri. Ma qui si il paradosso dell'Europa fra i paesimembii, quelli che hanno condizioni di bilancio pubblico solide, come la Gennania, non hanno alcuna intenzione difare politiche distimolo alla ripresa e in fondo lo si può comprendere poiché godono già di condizioni di piena occupazione. Perché dovrebbero stimolare la loro economia, se non per aiutare le esportazioni altrui? E dunque non lo fanno. Quanto ai paesi che invece avrebbero bisogno di stirnolare la ripresa, come l’Italia, la Francia o laSpagna, dove la disoccupazione è alta e l'economia funziona ben al disotto del suo potenziale, essi hanno i bilanci in disordine, anche perché la bassa crescita colpisce la situatone finanziaria pubblica. Sono quindi dei sorvegliati specialicuila Commissione rivolge continui moniti a fare di più in senso restrittivo. In queste condizioni, come potrebbe funzionare il Quantitative Easing che di fatto diviene non una politica di sostegno dell'economia, bensì un modo per ridurre il rischio di crisi del debito pubblico dei paesi più esposti  un risultato importante, ma non risolutivo? In fondo, le classi dirigenti europee non hanno voglia di affrontare questo tema. Far riflettere che, invece di concentrarsi sul tema del rilancio della crescita, si di salta di misure sociali, come l'aumento delle pensioni minime, cioè si discuta nondicome uscire dalla depressione, ma dicome attenuarne le conseguenze sociali Il problema è che in Europa in fondo prevale una filosofia conservatrice  per non di rereazionaria  che dimentica i probienni della disoccupazione e pensa che siauna manifestatone di demagogia o di populismo richiamare l'attenzione su questi problemi. A Francoforte ci si consola dicendo che senza il Qe le cose andrebbe ancor peggio di come vanno oggi in Europa. È un argomento così debole che prima o poi le voci di quelli che sono stati contrari a queste politiche fin dal primo giorno, finiranno per prevalere. Possiamo aspettare che dalla crisi si esca con un passo in avanti nell'integrazione politica? Ma come può esservi nei popoli europei una disponibilità a un passo in avanti, se l'Europa appare oggi come la causa principale delle difficolta nelle quali ci dibattiamo? L'esito del voto tedesco di domenica scorsa spinge la Merkel a essere ancora contro ogni idea di sviluppo comune. Gli altri paesi, a cominciare dalla Francia e dall'Italia, sono politicamente così deboli da non potere far nulla. Per questo pesa sull'Europa la cappa di una crisi dicui non si vede la fine e di cui si coglie il segno, pur nella rarefatta atmosfera diFrancoforte, anche nelle voci e nei volti degli esponenti della Banca Centrale Europea. 

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