Giorgio La Malfa su Il Mattino dell'8 aprile 2016 "Quei governi europei sordi agli appelli"

di Giorgio La Malfa - 08/04/2016 - Politica estera
Giorgio La Malfa su Il Mattino dell'8 aprile 2016 "Quei governi europei sordi agli appelli"

Devono essere molto forti le preoccupazioni di Mario Draghi sulle prospettive economiche del 2016 nella zona dell'euro per spingerlo a intervenire ben due volte nello stesso giorno con proprie dichiarazioni alla stampa. Un primo intervento è costituito dall'Introduzione alla Relazione della Banca Centrale Europea per il 2015 pubblicata ieri.

Nel suo scritto, Draghi mette in luce un contrasto fra l'andamento del 2015 e le prospettive di quest'anno e conclude con una frase sui rischi di tenuta dell'euro che non può certo essere sottovalutata. Nell'anno appena concluso scrive Draghi la situazione sembrava in via di netto miglioramento anche per effetto degli interventi della Banca Centrale ed in particolare della decisione del gennaio 2015 di dare vita al cosiddetto Quantitative Easing: «con l'evoluzione dell'anno abbiamo assistito al consolidarsi della fiducia...nell'intera area dell'euro è ripartita la dinamica del credito.

L'occupazione ha continuato ad aumentare e i timori di deflazione che si erano diffusi all'inizio del 2015 sono stati interamente dissipati». Rispetto a questa evoluzione positiva nel corso dello scorso anno, fra la fine del 2015 e l'inizio del 2016 si è determinato un cambiamento di clima: la ripresa che sembrava avviata stenta a consolidarsi sia a causa delle turbolenze internazionali, sia per una dinamica interna assai meno favorevole di quanto l'evoluzione dei mesi precedenti lasciava pensare. Si sconta anche una efficacia minore del previsto delle misure monetarie che la Bce aveva varato lo scorso anno. Scrive Draghi: «Il 2016 non

sarà meno foriero di sfide per la Bce. Le prospettive per l'economia mondiale sono circondate da incertezza. Dobbiamo fronteggiare persistenti forze disinflazionistiche. Si pongono interrogativi riguardo alla direzione in cui andrà l'Europa e alla sua capacità di tenuta a fronte di nuovi shock. In questo, il nostro impegno a onorare il mandato conferitoci continuerà a rappresentare un'ancora di fiducia per i cittadini d'Europa».

Già le parole sulla «capacità di tenuta dell'Europa di fronte a nuovi choc» segnano una forte preoccupazione del Presidente della Bce. Ma sono ancora più forti le parole diffuse dalle agenzie di stampa sulla disoccupazione che Mario Draghi ha pronunziato nel pomeriggio a Lisbona in apertura di una conferenza internazionale di banchieri. L'alta disoccupazione giovanile in Europa detto Draghi colpisce «la generazione più istruita di sempre» e rappresenta un vulnus significativo. «Per evitare una generazione perduta ha detto Draghi dobbiamo agire velocemente», aggiungendo che senza il ruolo attivo dei governi nazionali il problema non si risolverà. «Capacità di tenuta dell'Europa e rischio di una generazione perduta» sono espressioni forti, espliciti e non consuete nel linguaggio felpato dei governatori delle banche centrali.

Se Draghi si risolve ad utilizzare queste espressioni è perché evidentemente egli ritiene indispensabile una risposta adeguata da parte delle istituzioni e dei governi europei. Con questi interventi la Bce o almeno il suo presidente mostra una consapevolezza dei rischi per l'eurozona se non si riuscirà a fare un passo in avanti nella soluzione dei problemi. E tuttavia a questa consapevolezza non corrisponde né una diagnosi condivisa sulle cause di queste difficoltà, né tantomeno una comune azione di politica economica. Draghi accenna al ruolo dei governi, ma non dice come i governi debbano agire, se debbano insistere con le misure di flessibilità sui mercati del lavoro e di consolidamento fiscale che l'Europa ha teorizzato in questi anni o se invece non si debba con coraggio utilizzare in senso espansivo le politiche di bilancio pubblico compensando attraverso la domanda che deriva dal disavanzo pubblico la debolezza della domanda proveniente da altre fonti.

L'impressione è che la Bce sia ormai più vicina a questa posizione che all'altra, ma l'ambiguità su quale debba essere il ruolo attivo dei governi nazionali limita considerevolmente l'efficacia e il risultato di questi appelli.

 

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