L’Italia, le riforme economiche e la Strategia di Lisbona

di Giorgio La Malfa - 02/04/2007 - Politica estera
L’Italia, le riforme economiche e la Strategia di Lisbona
Tocco tre punti tra i molti emersi in questa utilissima discussione organizzata dalle nostre Fondazioni. Il primo è la questione cui accennava il Ministro Bonino; il livello di coordinamento: come si fa a rendere Lisbona efficace nei singoli Paesi? Il Ministro Bonino dice: “Forse sarebbe stato meglio utilizzare un meccanismo di penalizzazione tipo Maastricht, cioè imporre ai Paesi le riforme e monitorarle a livello comunitario.
 
Capisco il senso della proposta, ma non sono convinto che sia una via praticabile in quanto vi sarebbe il rischio di far odiare definitivamente l’Europa, perché se ha una giustificazione mettere sotto controllo degli elementi che possono avere effetti negativi su tutta l’Unione europea, come possono essere i deficit di bilancio, è più difficile dire che è obbligatorio –ad esempio- per un Paese indurre le donne a lavorare: se quel Paese è felice così o se il Paese vuole avere una bassa produttività, in fondo sono affari suoi; cioè, pensare che la riforma debba venire dall’Europa, finché l’Europa non è un governo europeo—e a quel punto il benessere delle varie regioni dipenderebbe dal giudizio del governo europeo— è una forzatura.
 
Non credo quindi che si possa immaginare un sistema per cui si debbano dare dei parametri cui uniformarsi entro una certa data. In effetti a noi dava molto fastidio, quando avevo la responsabilità delle politiche europee, leggere di queste “pagelle”. Marco De Andreis della nostra Fondazione sostiene che, se si fa un’analisi attenta dei dati, si scopre che molto spesso questi giudizi così negativi sull’Italia sono ingiustificati. Finché eravamo al governo gli ho vietato di sviluppare questa polemica; adesso che siamo all’opposizione gli ho detto che lo può dire quando ce n’è motivo, perché qualche volta bisogna difendere il governo da giudizi troppo drastici, per esempio da quello che l’Italia è 84esima come democrazia nel mondo. Si tratta di affermazioni assurde e lo possiamo dire meglio noi che siamo all’opposizione piuttosto che dirlo quando si è al governo, perché ovviamente è più sospetto.
 
Io invece sono convinto che bisogna convincere l’Europa in quanto tale a prendere sul serio Maastricht. Ripeto quello che ho detto prima: è inaccettabile che ci siano i ministri delle Finanze che hanno come compito la stabilità e non ci siano i ministri dello sviluppo che hanno come compito lo sviluppo; siano essi i ministri che si chiamano “dello sviluppo”, siano i ministri di Lisbona. Bisogna cioè decidere che vi è un gruppo di ministri europei che si incontrano regolarmente così come si incontrano i ministri del Tesoro, i quali fanno il loro compito in modo eccellente, cioè di raccogliere l’opinione europea e di riportarla al governo nazionale e imporre quello che deve essere fatto per le finanze dello Stato; ci vuole qualche cosa che coordini, quindi qualcosa che vada nella direzione del ministro Bonino.
 
 Secondo tema: stamattina il Professor Collignon ha sollevato con molti argomenti importanti un’osservazione che riporto ai colleghi che non erano presenti: lui da un giudizio più negativo delle politiche fiscali di quanto non abbia io, dice: “Quelle non servono sostanzialmente a niente, quindi è inutile pensare di mettere a posto l’economia europea con gli strumenti macroeconomici, la politica monetaria è giusto che combatta l’inflazione, la politica fiscale, meno se ne fa, meno danni si fanno”— se capisco bene la sua posizione—. “Però serve un governo europeo; finché voi non avrete fatto un governo europeo voi non riuscirete a rendere l’Europa non dico ‘all’avanguardia del mondo’, come diceva il piano di Lisbona nel 2000, ma non farete sostanziali progressi”.
 
Voi sapete la storiella di quel romano che, vedendo una bella ragazza passare davanti al bar, tutti i giorni le faceva dei pesantissimi complimenti, molto sboccati e pesanti, e questa naturalmente faceva finta di niente. Dopo 6, 8 mesi di questa corte volgare, molto pesante, lei, improvvisamente, non si sa perché, cede, e gli dice: “Prendimi, sono tua” e lui la guarda e le fa: “Mo’ ce vorebbe uno pratico!” Cioè, la distanza tra il proposito, lodevole, e la realizzabilità di questo proposito, cioè quello di fare il governo dell’Europa unita, è notevole. Però, andando in quella direzione, a noi è venuta un’idea che vorrei sottoporre ai nostri colleghi: forse la chiave di questo è cambiare la struttura del bilancio della Comunità europea, cioè, se gli inglesi sono così contrari, per così dire, ad ogni progresso politico, forse se l’Europa togliesse dei fondi alle politiche agricole, li restituisse e dicesse “il principio di sussidiarietà, che tutti invocano, ci porta a dire che oggi la politica agricola è bene farla al livello di dove sta l’agricoltura, cioè negli Stati nazionali, e la politica della ricerca, di cui abbiamo parlato tutti, e dell’università, conviene farla al livello europeo”. Oggi i soldi non ci sono; ma se noi togliamo l’80% di risorse che stanno nel bilancio agricolo e le trasferiamo alle politiche della ricerca scientifica e diamo al ministro europeo per la ricerca scientifica dei fondi, allora forse noi cominciamo a cambiare, forse col governo “economico”, non quel governo generalissimo di cui parlavo questa mattina. Quindi, se vogliamo dare forza a questa idea di Lisbona, bisogna affrontare il nodo delle risorse, su cui troviamo un’Inghilterra più favorevole, naturalmente una Francia contraria e un’Italia che non se ne è mai occupata, ma forse questo è uno dei problemi del dare concretezza all’Agenda di Lisbona.
 
Terzo ed ultimo punto: il problema delle riforme di Lisbona in Italia. Naturalmente con lo sforzo che si fa: il ministero di Lisbona, il coordinamento, serve effettivamente, almeno ne ho avuto l’impressione in quei pochi mesi e credo così anche l’esperienza della Bonino, e anche le liberalizzazioni che ha fatto Bersani si possono giudicare l’una per l’altra, ma nel complesso sono passi nella direzione necessaria. La domanda che io faccio è questa: cambiano il quadro di fondo dell’economia italiana? Cioè, possiamo veramente pensare che la trasformazione dell’economia italiana da un’economia chiusa, chiamiamola corporativa, per brevità, in un’economia aperta, coraggiosa, disponibile alla concorrenza, capace di innovare, avendo un patrimonio di imprenditori che poi in fondo sanno fare il loro mestiere in questo Paese, possa essere confinata a una legge, due, tre, a degli interventi ciascuno dei quali trova quelle resistenze variegate di cui parlava il Ministro?
 
Oppure serve un clima politico diverso, cioè qualche cosa che cambi più profondamente le condizioni con cui il Paese affronta le corporazioni, le resistenze? E allora la domanda che io faccio è: se noi vogliamo prendere sul serio la necessità di cambiare l’Italia, se abbiamo il senso che l’Italia rischi un declino, un’emarginazione, ma allora non dovremmo porci il problema di una diversa configurazione delle maggioranze politiche di questo Paese? Cioè, ha davvero senso che la difficoltà maggiore che deve incontrare il ministro Lanzillotta venga dall’interno della sua maggioranza, che, sommata poi all’opposizione, significa il blocco, è possibile che certe riforme trovino una forte resistenza, come io ho visto dentro il governo, cioè qualsiasi discorso che noi aprivamo sulle liberalizzazioni sicuramente avrebbe trovato l’opposizione fermamente contraria, per ragioni di opposizione politica, ma trovava una tale opposizione dentro la maggioranza, che la somma delle due significava non far niente, ed è un po’ quello che secondo me, non voglio entrare in un dibattito politico-politico, ma secondo me è quello che alla fine renderà gli sforzi liberalizzatori del governo Prodi sostanzialmente poco incisivi, perché è chiaro che questi provvedimenti vengono ottenuti prima dal governo, poi dal dibattito parlamentare, e quando è necessario anche dall’opposizione che ovviamente non collabora.
 
Allora la domanda è questa: se noi dobbiamo cambiare il clima politico dell’Italia nei confronti di queste cose, non dobbiamo anche pensare a fare politiche diverse? Lo pongo sul terreno perché allora il significato del lavoro che le nostre Fondazioni, che hanno diversi orientamenti politici, possono fare, può essere quello, necessariamente lungo e approfondito, di preparare il terreno per quando domani vorremo affrontare il problema italiano nella sua vera complessità.
Testo integrale dell'intervento di Giorgio La Malfa nell'ambito del convegno "L'italia, le riforme economiche e la Strategia di Lisbona", organizzato dalla Fondazione Ugo La Malfa in collaborazione con la Fondazione Italiani Europei, l'Istituto Bruno Leoni e Nuova Economia Nuova Società.
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