La Malfa su ASPENIA: La breve stagione dell’eurottimismo

di Giorgio La Malfa - 24/04/2012 - Politica estera
La Malfa su ASPENIA: La breve stagione dell’eurottimismo

ASPENIA N. 56 - 2012

 

Per un periodo di tempo abbastanza lungo, che va dal 1 gennaio del 1999 - data d’inizio della terza e ultima fase della Unione Monetaria Europea - fino all’esplosione della crisi greca nel 2010, è stato praticamente impossibile aprire una discussione seria sulla moneta unica, le regole che la governano, le condizioni per il suo successo, le eventuali modifiche da apportarvi.

Per le classi dirigenti europee, è stato quasi un articolo di fede affermare che la nascita dell’euro costituiva uno straordinario successo per l’Europa, sia per il modo nel quale era stato realizzato il trasferimento delle responsabilità della politica monetaria dalle banche centrali nazionali alla Banca Centrale Europea, sia per il prestigio che in pochi anni la nuova valuta aveva acquisito sui mercati finanziari internazionali, sia, infine, per lo scudo protettivo che l’euro aveva rappresentato, negli anni della crisi economica mondiale, per l’economia dei paesi membri.

La crisi greca ha cambiato di colpo la percezione dei problemi. Quella che può essere definita come la stagione dell’eurottimismo è ormai conclusa, sostituita dalla consapevolezza, tardiva, della fragilità dell’euro. Ci si rende conto ormai che sono stati commessi degli errori nella fase di preparazione della moneta unica e che è necessario apportare delle modifiche nel suo funzionamento. Questo non vuol dire, però, che sia imminente una riorganizzazione della moneta unica ed una revisione delle sue regole tale da darle nuova solidità. Infatti, mentre è a tutti evidente la fragilità della moneta europea, sono totalmente diverse fra loro le analisi relative alle origini di questa fragilità ed ai  rimedi da apportare al sistema. È quindi molto difficile passare dalla consapevolezza dei problemi all’individuazione delle soluzioni necessarie.

Per questa ragione le contraddizioni dell’euro, divenute evidenti  in questo ultimo periodo, sono destinate a perpetuarsi nel tempo. Questo non vuol dire prevedere la fine dell’euro. Ma non vuol dire neppure ritenere che ci si avvii ad una soluzione dei problemi che sono divenuti evidenti in questo periodo. Così come è sopravvissuta fino ad ora, è molto probabile che la moneta unica continuerà nel suo cammino  pur senza risolvere le contraddizioni di fondo che la accompagnano. Molto dipenderà dalle condizioni esterne: se l’economia mondiale riuscirà a riprendere il cammino espansivo degli anni che hanno preceduto la crisi, ciò si rifletterà positivamente anche sulle economie dell’area dell’euro rendendo meno urgente il chiarimento di fondo sulle regole di funzionamento della moneta unica. Se invece le condizioni di crisi dell’area dell’euro non si attenueranno, sarà difficile che non si determinino dei sommovimenti politici che metteranno in discussione non solo la moneta unica, ma la stessa integrazione europea.

 

DUE VISIONI IN CONFLITTO

E’ ormai evidente quello che doveva essere percepito e discusso fin dagli anni ’90 quando venne avviata la unificazione monetaria europea e cioè che in seno all’Europa convivono e si scontrano due filosofie economiche profondamente diverse e sostanzialmente incompatibili fra di loro. Queste due visioni contrastanti si palesano anche nella discussione sulle ragioni della debolezza della costruzione della moneta unica e sulle cose da fare per consolidare l’euro. Semplificando al massimo, una prima opinione può essere attribuita alla Germania ed a alcuni dei paesi dell’Europa settentrionale che tradizionalmente si schierano con la Germania nelle discussioni su questi argomenti, come la Finlandia, la Danimarca, l’Olanda, l’Austria e alcuni dei paesi dell’Europa centro-orientale di più recente adesione all’Unione Europea e all’euro. Una seconda e diversa opinione  può essere attribuiti agli altri paesi dell’UE, con la Francia in una posizione oscillante fra il desiderio di condividere le posizioni dei paesi  forti e la consapevolezza di condividere con i paesi più deboli molte delle caratteristiche di quelle economie. E’ altresì evidente che questa stessa contrapposizione di idee si manifesta anche all’interno di ciascun paese. Vi sono certamente economisti in Germania che non condividono la visione più rigida della moneta unica  di cui si fa interprete il Governo tedesco, così come vi sono ambienti che condividono, in Italia e altrove, l’analisi che si fa nei paesi forti delle cause della debolezza dell’euro. Non avere risolto questi contrasti in fase di formazione della moneta unica e non avere individuato una procedura di carattere politico per stabilire in quale modo si potesse periodicamente scegliere quale  di queste concezioni dovesse prevalere nella conduzione della politica economica dell’area dell’euro, condanna la moneta unica ad uno stato perenne di fragilità.

Nella visione di cui è portatrice principale la Germania, le difficoltà della moneta unica nascono dalla mancanza di rigore finanziario di alcuni Paesi che stentano a tenere in ordine i loro bilanci pubblici e che , di conseguenza, tendono a scaricare i loro problemi sui paesi più solidi. Secondo questa visione la condizione necessaria da porre a fondamento della moneta unica  è la solidità finanziaria di tutti i paesi che sono ammessi a fare parte della nuova area monetaria. Se tale condizione non è rispettata all’atto dell’ingresso nella moneta unica, non vi è dubbio che, a maggior ragione,  essa debba essere realizzata a posteriori affinché la moneta unica possa sopravvivere e prosperare.

Il recente accordo raggiunto in Europa sulle regole di bilancio - il cosiddetto fiscal compact – che la Germania ha insistentemente chiesto di tradurre in un vero e proprio Trattato, altro non è che la riformulazione dei parametri che nel Trattato di Maastricht erano stati introdotti per valutare quali paesi dell’Unione Europea potessero essere ammessi alla terza ed ultima fase dell’Unione Monetaria, accompagnata da regole più rigide in materia di enforcing di queste regole. È implicito in questa impostazione che non vi possa e non vi debba essere alcun trasferimento di risorse a favore di paesi che non realizzino pienamente le condizioni di convergenza, quali che siano le cause di tali scostamenti, in quanto tali trasferimenti altro non farebbero che perpetuare delle condizioni divergenti che sono alla base della debolezza della moneta unica. È altresì evidente che in questa impostazione vi è anche l’ipotesi – se non l’auspicio – che i paesi che non riescano a superare le difficoltà di rispettare i criteri di stabilità indispensabili per la partecipazione alla moneta unica, possano optare - o essere indotti a optare – per una fuoriuscita dalla Unione Monetaria, quantomeno per il tempo necessario a realizzare le condizioni per una ordinata partecipazione all’euro.

A fronte di questa visione, che è certamente propria, almeno oggi,  della Germania e di alcuni altri paesi del nord Europa, vi è una seconda interpretazione degli squilibri che si stanno manifestando e che indeboliscono la moneta unica. Questa seconda interpretazione pone l’accento sul problema della crescita e attribuisce alla bassa crescita che ha caratterizzato l’area dell’euro in questi anni l’emergere di condizioni di grave squilibrio della finanza pubblica in alcuni dei paesi membri che oggi mostrano le maggiori difficoltà di ordine finanziario. In questa seconda interpretazione, la crescita economica non è semplicemente il frutto di una stabilità di fondo del sistema economico ma è il frutto di una attiva politica economica che aiuti e sostenga la crescita.      

Questa politica economica, che è indispensabile intraprendere quando le condizioni della congiuntura lo richiedono, richiede in primo luogo una politica monetaria che, mantenendo bassi i tassi di interesse, favorisca e stimoli gli investimenti privati; richiede inoltre che le autorità europee – il Consiglio Europeo e la BCE – sorveglino l’andamento del tasso di cambio dell’euro assicurandosi, attraverso accordi con i principali paesi del mondo o attraverso le azioni di politica monetaria della BCE, che il valore esterno dell’euro contribuisca a sostenere le esportazioni del Paesi europei e, tramite queste ultime, i livelli di occupazione e di reddito dell’area; richiede infine una politica di bilancio che sostenga la domanda aggregata o attraverso una minore pressione fiscale o per effetto di maggiori investimenti pubblici.

Per quanti condividono questa visione di fondo del funzionamento del sistema economico, avere stabilito all’atto della creazione dell’Unione Monetaria Europea regole di politica monetaria e di bilancio che escludono radicalmente l’utilizzazione di questi strumenti ai fini del sostegno della crescita economica ed aver altresì escluso di fare assumere alle istituzioni europee i compiti di conduzione della politica economica di cui precedentemente erano titolari gli stati nazionali, determina una condizione tendenziale di sottosviluppo destinata ad accentuare gli squilibri fra le diverse aree dell’Europa e ad aggravare le condizioni economiche e sociali di tutti i paesi membri ed in particolare di quelli che partono da condizioni meno favorevoli.

 

L'UNIONE POLITICA,UN TERRENO COMUNE

Si  tratta di interpretazioni profondamente divergenti della natura dei problemi che l’Unione Monetaria dovrebbe affrontare. Questa differenza fondamentale rende equivoco l’unico terreno comune che sembra emergere quando si parla della debolezza dell’euro. Questo terreno comune è costituito dall’affermazione che per rafforzare la moneta bisogna pervenire a un grado più intenso di  unione politica dell’Europa. Su questo tema sembrerebbe esservi oggi un vasto consenso come testimoniano i ripetuti appelli che puntano in questa direzione. E tuttavia, per rendersi conto che questa apparente unità nasconde un equivoco sostanziale, è sufficiente domandarsi quali sarebbero i compiti e i doveri che dovrebbero essere attribuite alle (rafforzate) istituzioni europee che dovessero scaturire da un processo più intenso di integrazione politica. È ovvio che la distanza fra le due posizioni in cui si riassumono le divergenze attuali in seno all’Unione Europea, rimarrebbe inalterata se proseguisse il processo di devoluzione delle sovranità nazionali europee verso istituzioni di tipo federalistico. Le nuove istituzioni europee dovrebbero, nella prima concezione, rafforzare la cosiddetta cultura della stabilità che evidentemente non appare sufficientemente tutelata all’interno del Trattato di Maastricht e dalle regole stabilite per l’Unione Monetaria. Quanto alla seconda posizione, coerentemente con essa le nuove istituzioni europee dovrebbero invece dare vita a quelle politiche di sviluppo che in questi anni sono mancate e la cui mancanza ha finito per accentuare gli squilibri in seno all’Europa ed ai paesi membri dell’Unione Monetaria.

Naturalmente vi sarebbe un passo avanti qualora si giungesse a una piena integrazione politica dell’Europa, cioè ad un vero proprio Parlamento federale e Governo federale. Il vantaggio sarebbe costituito dal fatto che sarebbero le elezioni a indicare le linee programmatiche alle quali le istituzioni di governo europee dovrebbero attenersi. Negli Stati Uniti buona parte del confronto elettorale che si svolge ogni quattro anni per l’elezione del Presidente della Repubblica, riguarda la politica economica e, in quello scontro elettorale, si confrontano normalmente visioni che per grandi linee assomigliano a quelle che si contrappongono oggi in Europa nel’esaminare le cause della presente crisi dell’euro. Ma sarebbe la Germania disponibile ad un’unione politica europea che lasciasse integralmente all’esito del confronto elettorale la scelta della politica economica? Oppure, essa chiederebbe che l’unione politica fosse fondata su una Costituzione che risolva in radice il problema degli indirizzi della politica economica nel senso in cui lo ha risolto, o tentato di risolverlo, il trattato di Maastricht? Il fatto che il nuovo Trattato, concordato nelle scorse settimane a Bruxelles, preveda l’inserimento nelle carte costituzionali nazionali del principio del pareggio del bilancio dice chiaramente i limiti che la Germania porrebbe nel momento nel quale si passasse davvero ad una discussione concreta sull’integrazione politica europea. E, per converso, sarebbe nell’interesse dei paesi che oggi non condividono la visione così strettamente monetarista che è stata posta alla base della moneta unica accettare una unione politica qualora essa non rimettesse in gioco quella che possiamo chiamare l’attuale “ideologia”  dell’euro?

Quindi, anche i discorsi che si vanno facendo frequenti e gli appelli a superare la crisi dell’euro attraverso un passo in avanti del processo di integrazione politica non contengono un risposta risolutiva alla difficoltà che la moneta unica europea ha messo in luce nel corso della sua breve, ma intensa, vita.

 

LA HUBRIS DELLE CLASSI DIRIGENTI

La tesi centrale che ho sostenuto in questi anni (si veda da ultimo il mio saggio L'Europa in pericolo. La crisi dell'euro,Passigli editori, Firenze 2011) è che questi problemi andavano discussi e risolti prima di giungere alla decisione della moneta unica. Si trattava o di rinunciare a costruire la moneta riconoscendo che non c’era -  e non c’è - una comune visione dei problemi di cui farsi carico e del modo di affrontarli, o di individuare una procedure politica democratica che lasciasse alle scelte dei cittadini europei l’individuazione delle politiche economiche necessarie.

Nel modo in cui è stata costruita la moneta unica vi è stato un peccato di arroganza tecnocratica, nel senso che, prima in seno al Comitato Delors chiamato a  preparare l’unificazione monetaria europea, poi nel negoziato per la redazione del Trattato di Maastricht,  di fatto  prevalse l’idea che le avanguardie europee dovessero imporre ai paesi membri dell’Unione ed ai popoli europei  di fare un passo avanti sulla moneta proprio perché, per le sue caratteristiche, una moneta unica  avrebbe reso  indissolubile il legame fra i paesi che l’avessero adottata. Si ritenne, insomma, che se ci fosse interrogati se vi erano le condizioni per un passo in avanti dell’integrazione politica, probabilmente le classi dirigenti europee (e forse i popoli europei) avrebbero risposto negativamente, mentre se si fosse legato indissolubilmente il destino di quei popoli attraverso  la moneta unica, essi sarebbero stati costretti ad accettare come un dato di fatto che si era creato fra loro un legame indissolubile ed avrebbero trovato il modo di risolvere i problemi che nascevano da una riflessione incompleta sul significato ed i contenuti dell’unificazione monetaria.

Probabilmente, negli anni dell’eurottimismo si è pensato che quella scommessa fosse vincente: pur coesistendo visioni diverse, la moneta unica sembrava assicurare vantaggi sufficienti ai paesi membri per non suscitare una reazione di rigetto nelle opinioni pubbliche. Oggi, il quadro risulta totalmente diverso. I contrasti sono venuti alla luce e la loro esistenza comincia a riverberarsi nei giudizi delle pubbliche opinioni, sia nei paesi più forti che nei paesi deboli dell’area dell’euro. L’esistenza della moneta unica non sta affatto  rendendo più facile l’integrazione ulteriore dell’Europa. Essa, paradossalmente, accentua e rende  più facile la disunione dell’Europa, proprio perché, in presenza di situazioni economiche difficili, è quasi inevitabile attribuire le difficoltà che si sperimentano al carattere troppo vincolante del legame che si è  contratto a seguito dell’unificazione monetaria europea.

 

GLI ESITI POSSIBILI DELLA CRISI DELL’EURO

Nel corso di questi mesi hanno cominciato a circolare - prima riservatamente, poi sempre più apertamente - diverse ipotesi circa gli sbocchi possibili che potrebbero aversi qualora la crisi dell’euro non si fermi. Probabilmente per ora si tratta di ipotesi sulle quali le istituzioni monetarie internazionali non hanno compiuto studi approfonditi, per evitare che l’emergere di informazioni circa l’esame di queste eventualità potesse essere interpretato come il segno di una maturata convinzione dell’inevitabilità di questi esiti. Ma questo non vuol dire che si tratti di esiti impossibili.

Una prima ipotesi  è che uno o più paesi possano essere costretti, o indotti, a uscire dalla moneta unica. Di questa eventualità si parla ormai molto apertamente a proposito della Grecia.  In questo caso il grosso dei paesi membri – attualmente 17 - resterebbe nella moneta unica. Essi, pur incontrando delle ovvie difficoltà nel ridisegnare un sistema a 16 o, magari, successivamente a 15 o a 14, potrebbe farlo senza difficoltà eccessive. Sarebbero infatti soprattutto i paesi costretti ad uscire dalla moneta unica a dover affrontare lo sconvolgimento nelle relazioni con l’area della moneta unica  conseguente alla enucleazione di un piccolo sistema monetario nuovo da istituire e organizzare. Se il paese in questione avesse una quota del proprio debito pubblico detenuto all’estero, il ritorno a una propria moneta svalutata rispetto all’euro renderebbe sostanzialmente inevitabile una dichiarazione di  default rispetto al proprio debito con conseguenze negative che si prolungherebbero nel tempo.

La seconda ipotesi è che la crisi dell’euro sia talmente vasta da determinare il venir meno in quanto tale della moneta unica ed il ritorno di tutti i paesi membri alle condizioni originarie pre-Maastricht. È evidente che si tratterebbe di uno scenario drammatico, perché esso comporterebbe uno sconvolgimento assoluto dei sistemi di pagamento e dei sistemi bancari europei per il tempo, non necessariamente breve, necessario per ricostruire la situazione che precedette la moneta unica. È quindi uno scenario meno probabile sia rispetto al primo che scaricherebbe il grosso dell’aggiustamento sui paesi che escono dal’euro, sia rispetto a una terza possibile evoluzione dell’area dell’euro alla quale è possibile stiano pensando almeno una parte delle classi dirigenti della Germania e dei paesi più forti in seno all’euro.

La terza soluzione sarebbe costituita dalla divisione dell’area dell’euro in due aree. Una prima area comprenderebbe i paesi prevalentemente del nord Europa, nei quali non solo è più largamente diffusa la cosiddetta cultura della stabilità, ma sono state anche raggiunte condizioni di effettiva stabilità dei bilanci pubblici. Una seconda zona comprenderebbe tutti i paesi che in questi anni hanno dimostrato difficoltà  nel  mantenere gli equilibri dei loro bilanci o hanno subito una forte flessione nel ritmo della crescita economica anche a seguito degli sforzi di correzione dei deficit pubblici. Sulla carta questa divisione dell’euro in due potrebbe apparire più fattibile, certamente dell’ipotesi precedente ma anche della prima ipotesi perché essa avrebbe essenzialmente carattere consensuale e potrebbe quindi essere preparata in modo più ordinato. Probabilmente essa verrebbe associata all’idea della creazione di un regime di cambio sostanzialmente fisso fra le due aree, nel senso che all’indomani della separazione fra le due zone dell’euro, cui probabilmente sarebbe associata una revisione del rapporto di cambio fra le due monete, si cercherebbe di stabilizzare al nuovo livello il tasso di cambio.

La separazione dell’euro in due potrebbe apparire, sulla carta,  di più semplice realizzazione poiché le visioni di politica economica dei due gruppi di Paesi sarebbero più omogenee di quanto esse non siano attualmente all’interno della vasta area dell’euro. E tuttavia quando si passi dalla prospettazione astratta di questa possibilità al tentativo di definirne concretamente i contorni, le difficoltà non sono minori che negli altri due casi. Intanto, lo sconvolgimento dei sistemi di pagamento nonché dei rapporti bancari e finanziari sarebbe vastissimo e tale da portare al blocco per un tempo che potrebbe essere consistente dei sistemi di pagamento. In secondo luogo, la difficoltà principale sarebbe costituita dalla identificazione del perimetro delle due monete, Chi farebbe parte dell’euro-nord e chi dell’euro-sud? E come si prenderebbe questa decisione? Sarebbe essa presa su base volontaria, ciascun paese potendo scegliere la propria collocazione, o sarebbero dei nuovi parametri di Maastricht ad operare la selezione? In questa ipotesi di divisione in due dell’area dell’euro, il problema più delicato che si porrebbe riguarda la collocazione della Francia, specialmente nell’ipotesi che si possa determinare un mutamento al vertice della Repubblica nelle imminenti elezioni politiche. La Francia di Francois Hollande potrebbe avere molte delle caratteristiche di stabilità della Francia strettamente alleata della Germania di Sarkozy ma certamente avrebbe una visione di politica economica radicalmente diversa da quella della Germania e degli altri paesi dell’euro-nord e più vicina alla visione di politica economica dei paesi dell’euro-sud. Dunque non sarebbe facile nemmeno questa terza soluzione.

 

IL FUTURO DI UNA MONETA DEBOLE

Non vi sono le condizioni per trarre conclusioni certe da questa analisi. Guardando alla situazione attuale, si dovrebbe dire che la situazione dell’euro sia destinata a proseguire così come essa è oggi, senza che le classi dirigenti europee si dimostrino in grado di affrontare efficacemente i problemi emersi nei primi dieci anni di vita  della moneta unica. L’Unione Monetaria non sembra potersi dividere consensualmente; non appare in grado di modificare le proprie regole di funzionamento; non riuscirà a fare un passo avanti significativo sul terreno politico-istituzionale. Dunque l’euro rimarrà, se questa analisi è esatta, una moneta debole sotto il profilo costituzionale e l’area dell’euro una zona a basso tasso di crescita economica, anche in confronto con i paesi dell’Unione Europea che non fanno parte dell’euro. Forse, la debolezza dell’euro sui mercati dei cambi è anch’essa un riflesso della fragilità dell’euro che ormai i mercati percepiscono.  

Paradossalmente questa potrebbe rivelarsi alla lunga la cura ricostituente migliore per l’euro in quanto un euro debole vuol dire una maggiore forza competitiva delle produzioni europee nel mercato mondiale e dunque una maggiore crescita economica indotta dalla crescita delle esportazioni e dalla diminuzioni delle importazioni. A sua volta, tale maggiore crescita economica potrebbe consentire alle economie europee, soprattutto a quelle dei paesi più deboli, di sopportare meglio il rigore della finanza pubblica imposto dai mercati e dalla Germania. Sta avvenendo tutto questo? In parte sta avvenendo come testimonia la discesa delle quotazioni dell’euro sui mercati dei cambi. È questo il frutto della saggezza della Banca Centrale Europea? E’ difficile dirlo e forse è meglio non dirlo per evitare che si apra, anche in quella sede, una discussione filosofica sulla costituzione monetaria. Ma certo è una sconfitta autentica che un grande sogno politico come quello dell’unione dell’Europa  sia oggi affidato  e quasi appeso agli andamenti dei mercati dei cambi.

 

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