La Malfa sul Foglio: "Über Alles"

di Giorgio La Malfa - 17/10/2013 - Politica estera
La Malfa sul Foglio: "Über Alles"

IL FOGLIO QUOTIDIANO – 12 ottobre 2013

 

“I principali problemi di sicurezza degli europei sono rimasti gli stessi nel corso dei secoli… Pur cambiando il linguaggio nel quale sono stati espressi, i concetti di accerchiamento, di zone cuscinetto, di equilibrio delle forze, di stati falliti, di interventi preventivi, il sogno imperiale e la ricerca della sicurezza… hanno continuato ad assillare le leadership europee dalla metà del secolo XV ad oggi.” Quanto alla natura e alla sostanza di questi problemi, essi hanno avuto ed hanno ancora oggi origine da una sola grande questione: la Germania. È la Germania, e la sua posizione nei confronti degli altri Stati europei, il nodo centrale della storia dell’Europa dall’inizio dell’età moderna ai giorni nostri.

 

Questa è la tesi centrale che emerge con grande forza fin dalle prime pagine di un libro pubblicato da pochi mesi in Inghilterra: Europe. The Struggle for Supremacy 1453 to the Present (Allen Lane, 2013, pagg. XXVIII-690). L’autore è Brendan Simms, professore di storia delle relazioni internazionali all’Università di Cambridge. Simms sostiene che la questione tedesca è stato ed è il leit-motiv della storia europea: “Questo libro mostrerà – scrive nell’Introduzione – che il Sacro Romano Impero e gli stati che gli succedettero rappresentano il cuore dell’equilibrio delle forze in Europa. Qui si sono incrociate le preoccupazioni strategiche delle grandi potenze. In mani amiche, quest’area poteva rappresentare un fattore decisivo di rafforzamento; in mani ostili, essa costituiva una minaccia mortale. Ciò che accadeva lì era cruciale per l’Inghilterra perché era l’ancora alla quale era attaccata la ‘barriera’ dei Paesi Bassi che difendeva la costa meridionale dell’isola da un possibile attacco e perché costituiva il cardine dell’equilibrio europeo; per la Spagna era la fonte del titolo imperiale e del reclutamento degli uomini ed era anche il retroterra strategico delle terre spagnole d’Olanda; più tardi la stessa cosa fu per gli austriaci; per i francesi, perché era una zona cuscinetto nella quale era possibile espandersi; per la Prussia perché era la base per qualsiasi espansione verso est come verso ovest; per gli americani dell’800 lo era a causa degli intrighi del Kaiser nel Messico; per l’America e per l’URSS nel secolo scorso perché ambedue puntavano a dominare quest’area o, in alternativa, a evitare che a dominarla fosse l’avversario.” (p.4)

 

Simms precisa ulteriormente in questi termini il senso della centralità della questione tedesca rispetto agli equilibri europei e mondiali: “E’ stata una convinzione fermissima dei leader europei negli ultimi 550 anni, anche di quelli che non avevano ambizioni imperiali, che la lotta per la supremazia in Europa sarebbe stata decisa entro il Sacro Romano Impero o nei suoi stati successori.  Lo sapeva Elisabetta I; lo sapeva Cromwell; lo sapeva Marlborough; lo sapevano i due Pitt; lo sapeva Bismarck; lo sapeva il comando alleato nella I guerra mondiale; lo sapeva Franklin Delano Roosevelt; lo sapeva Stalin come Gorbachev; lo sapevano i russi strenuamente contrari all’espansione ad est della NATO dopo la caduta del Muro di Berlino; lo sanno le élites europee che cercano oggi di tenere insieme l’Unione Europea per paura di consentire alla Germania di mollare gli ormeggi che la legano all’Occidente. Chiunque avesse controllato l’Europa centrale per un tempo sufficiente – è la conclusione finale – controllava l’Europa e chiunque controllava l’Europa nel suo insieme alla lunga avrebbe dominato il mondo” (p.5).

 

Questa è per grandi linee l’idea di fondo del libro di Simms che, forse anche per questa nettezza di giudizi, ha provocato, in Inghilterra, reazioni positive ma anche aspri giudizi negativi. Fra questi ultimi vi è quello di Richard J Evans, che è Regius Professor of History nell’Università a Cambridge. In una recensione apparsa sul Guardian, Evans ha liquidato il volume dicendo che si tratta di “un libro noioso, pieno di luoghi comuni, ravvivato qua e là da affermazioni controverse”. Evans aggiunge che Simms descrive le relazioni internazionali “nei termini desueti utilizzati nei decenni lontani, quando andava  di moda la storia diplomatica.”

 

Da questo riferimento al modo in cui si insegnava la storia in passato si capisce che il libro ha riacceso, prima di tutto, una controversia sul metodo – una di quelle methodenstreit  come ve ne sono in tutte le scienze sociali -   che investe la scelta dei temi sui quali fare ricerca storica e la metodologia -  storia sociale o storia politica, storia degli uomini o storia delle istituzioni, storia dall’alto o storia dal basso e così via: una polemica resa   probabilmente più aspra dalla contiguità delle cattedre dei due contendenti, ambedue professori a Cambridge, e dalla preoccupazione che il successo editoriale del libro possa influenzare i curricula scolastici dell’Università. Può darsi, però, che nelle critiche di Evans, che è uno specialista di storia della Germania, vi siano anche delle riserve sull’accento eccessivo messo sulla centralità della questione tedesca. Altre reazioni sono state invece più favorevoli. Sul TLS, ad esempio, lo storico economico, Niall Ferguson, ha scritto che il libro è “chiaro, importante e fondato su una profondità di studi” e che l’idea di porre la Germania al centro della storia d’Europa è un’idea sacrosanta.

 

Lasciando da parte le questioni metodologiche, nelle quali, come si diceva una volta, è bene non mettere il dito e su cui è giusto lasciare la parola agli storici di professione, debbo dire che, personalmente, trovo di straordinario interesse questo libro. Che la storia d’Europa non sia una semplice narrazione di fatti e di vicende che si susseguono fra loro, ma che vi sia un filo rosso che la percorre tutta e che fa sì che, pur nell’evoluzione dei tempi, delle economie e delle società, taluni problemi tendano a riproporsi regolarmente, è una considerazione che spinge alla riflessione. Può darsi che, nell’argomentare la sua tesi sulla continuità della storia europea, Simms abbia finito per ignorare o per sopravvalutare qualcosa, ma l’esito è un libro molto stimolante. Una lettura ‘politica’ di questo volume porta a riflettere molto sul passato e, ancor più, sul presente – un presente nel quale la parola Germania echeggia nel dibattito europeo con una frequenza o con degli accenti assai diversi da quelli del recente passato.

 

In particolare, terminato di leggere il libro, che giunge fino ai giorni nostri e si conclude con alcuni interrogativi sul futuro della Germania e dell’Europa, mi sono chiesto: se è vero, come scrive Simms, che la questione tedesca è stato il problema dominante della storia europea dalla metà del ‘400 in avanti e che da essa sono scaturite le mutevoli alleanze strette fra i vari protagonisti e le guerre che hanno accompagnato la vita del continente; se è vero, in particolare, che la riunificazione della Germania intorno alla Prussia dalla metà dell’800 ha finito per provocare le due guerre civili europee del ‘900, allora, forse, finalmente, dopo la fine della seconda guerra mondiale, si può sperare che l’Europa abbia imboccato la strada giusta, l’unica strada possibile, per superare quel problema? Si può cioè concludere che il progetto federale europeo, che prevede l’inserimento della Germania in un concerto di stati democratici guidati da una solidarietà di interessi, offra a tutti i protagonisti una garanzia di sicurezza mai esistita prima nel corso del periodo raccontato da Simms?

 

Questo mi sembra il tema sul quale il libro induce a riflettere. Possiamo sperare che il progresso dell’integrazione europea abbia sciolto il dilemma posto da Thomas Mann dopo la seconda guerra mondiale fra la germanizzazione dell’Europa e la europeizzazione della Germania e lo abbia risolto nel senso giusto? L’integrazione europea ha sciolto una volta per tutte – o per lo meno avviato verso una soluzione definitiva – l’interrogativo angoscioso che si sono posti nel tempo tutti i governanti degli Stati europei, quello di come evitare il rischio di accerchiamento – e quindi di strangolamento – da parte di una coalizione di altri paesi europei? Era questa la preoccupazione della Francia stretta fra la Spagna e la ‘Germania’, ma era anche la preoccupazione dell’Austria, stretta fra l’Europa Occidentale, la Russia e la Turchia; era la preoccupazione della Russia premuta dal sud dall’impero ottomano e dall’Occidente dalle potenze del centro Europa. Era, paradossalmente, una preoccupazione anche per la Prussia, nonostante la sua forza economica e militare. Bismarck, parlava spesso di un suo cauchemar des coalitions, cioè della sua preoccupazione che Francia, Austria e Russia potessero allearsi e stringere la Germania da tutte le parti. Bismarck diceva, a chi gli parlava dell’Africa, che “la sua mappa dell’Africa era in Europa. Qui è la Francia, qui è la Russia e noi siamo nel mezzo. Questa è la mia Africa”(p. 250).

 

Dunque alleanze offensive e difensive, guerre di difesa, guerre di espansione e guerre preventive. Tutto questo per secoli nel cuore dell’Europa. Ora, finalmente, si cambia rotta:dallo scontro alla cooperazione. Questa, del resto, era l’idea di fondo del manifesto federalista di Altiero Spinelli e di Ernesto Rossi che sottolineava la necessità di associare la Germania (e l’Italia) nonostante la responsabilità di avere scatenato la guerra, alla costruzione di una federazione democratica di stati europei. Era anche l’idea di fondo degli Stati Uniti che, fino a tempi molto recenti, erano sempre stati favorevoli ed attivamente interessati al perseguimento dell’obiettivo dell’unificazione europea e all’idea che la Germania ne dovesse far parte. Il riavvicinamento franco-tedesco era anche l’obiettivo di fondo della lettera del maggio 1950 del ministro degli esteri francese, Maurice Schumann, al Governo tedesco in cui proponeva di mettere in comune le riserve di carbone e di acciaio, da cui nacque nel 1951 il trattato della CECA e prese avvio tutto il processo di integrazione europea.

 

Una unione degli Stati europei o dei popoli europei per eliminare la guerra: l’unione dell’Europa come schermo e come antidoto contro la guerra europea. Questo è il senso dei discorsi di uomini come Adenauer, come Kohl, come Ciampi o come Mitterand.

 

Ricordo, personalmente, la grandissima emozione nell’ascoltare, in un giorno del gennaio del 1995, a Strasburgo, il discorso con cui Francois Mitterand, giunto al termine del suo secondo mandato presidenziale, si congedava dal Parlamento Europeo. Entrò nell’emiciclo un uomo vecchio, profondamente segnato dalla malattia che, di lì a poco, lo avrebbe condotto alla fine. Mitterand lesse con una certa abilità retorica il discorso ufficiale sui problemi dell’Europa, espresse fiducia nel futuro, in particolare sulla moneta unica allora in via di realizzazione, chiese che si accelerasse il passo verso l’unione politica. Poi, dopo una pausa, disse di voler concludere con qualche considerazione più personale. E fu un breve ma straordinario discorso politico.

 

“I casi della vita hanno voluto – così comincia la trascrizione di questa parte – che io sia nato durante la prima guerra ed abbia combattuto nella seconda. Ho dunque vissuto la mia infanzia entro famiglie lacerate che piangevano i loro morti e nutrivano un rancore, spesso un vero e proprio odio, con il nemico tradizionale…Oggi mentre la mia generazione termina il suo corso – questo è uno degli ultimi miei atti pubblici – noi dobbiamo trasmettere non questo odio, ma la possibilità di una riconciliazione, una riconciliazione che noi dobbiamo a quelli che, a partire dal 1944-45, essi stessi insanguinati e lacerati nella loro vita personale, hanno avuto l’audacia di concepire un avvenire più radioso che potrà essere fondato sulla pace e sulla riconciliazione…Io – aggiunse – sono cresciuto in una famiglia dove si praticavano le virtù dell’umanità e della benevolenza, ma in cui, quando si parlava della Germania se ne parlava con animosità”. [Il mio ricordo di questo passo è un po' diverso dal testo scritto. A me sembra che Mitterand avesse detto che nella sua famiglia in cui si praticavano le virtù dell'umanità e della benevolenza, si veneravano tre cose tedesche: la musica, la poesia, la filosofia tedesche, ma vi era anche la certezza che nel nostro futuro vi sarebbe stata una guerra con i nostri coetanei tedeschi]…Dunque – conclude il testo scritto – bisogna vincere la nostra storia perché se non la sconfiggeremo, bisogna sapere che la regola tornerà a prevalere. Signori: il nazionalismo è la guerra…”

 

Questo ero lo spirito del progetto europeo: la speranza di cancellare un passato le cui tracce e le cui conseguenze terribili erano ancora ben evidenti nella memoria di quella generazione. Naturalmente, subito sotto la superficie, restavano le preoccupazioni che avevano accompagnato per lunghi secoli la storia d’Europa. Molte delle istituzioni europee sono nate per ricomprendere la Germania, ma anche per ingabbiarla; per rassicurarla, ma anche per tenerla a bada. E’ significativa la battuta attribuita a Lord Ismay, il primo segretario generale della NATO, sui tre obiettivi dell’Alleanza: tenere gli americani dentro l’Europa, i russi fuori …e i tedeschi sotto (p. 402). E questo era anche il senso del sostegno all’integrazione europea da parte dell’America nella speranza che, immessa in questo quadro più vasto, la Germania si sarebbe sentita più sicura e sarebbe apparsa meno minacciosa per gli altri.

 

Per molto tempo si è pensato che la divisione fra le due Germanie fosse una garanzia ulteriore per la sicurezza di tutti. Nel 1956 Macmillan aveva duramente criticato il progetto del mercato comune, che “avrebbe condotto a un’Europa occidentale dominata dalla Germania: stiamo dando loro su un piatto d’argento quello che abbiamo combattuto due guerre per negargli” (p.426). Ed è la stessa reazione che ebbero gli europei, dalla Thatcher a Andreotti, allo stesso Mitterand, quando nel 1989 crollò di colpo il Muro di Berlino. La prima reazione fu di cercare di evitare quello che veniva percepita come una vera e propria minaccia per la sicurezza di tutti.

 

Poi, compreso che non era possibile bloccare la riunificazione, gli europei si posero alla ricerca frenetica di qualcosa che potesse attenuare i pericoli impliciti in quegli sviluppi. Da qui venne – oggi lo si vede con chiarezza – il drammatico errore di accelerare il progetto della moneta unica europea senza riflettere e discutere a fondo le condizioni che ne avrebbero assicurato il duraturo successo. Obblighiamo la Germania a rinunziare al marco come strumento e simbolo della sua nuova forza ed indipendenza! Questa fu la riflessione ‘politica’ delle Cancellerie europee. E, con la leggerezza di chi non conosce a fondo i problemi economici, si pensò che il valore politico della moneta unica fosse la cosa principale e che il resto si sarebbe potuto sistemare in seguito. Le pagine di Simms su queste vicende confermano che questa è la spiegazione dell’accelerazione che subì, fra l’89 e il ’90, il progetto dell’euro.

 

Ma quanto è solida e duratura la costruzione europea? E’ davvero morto e sepolto il tema dell’equilibrio delle forze, dell’accerchiamento delle alleanze e delle controalleanze in Europa? A conclusione del libro, Simms lascia aperto questo interrogativo e affida la risposta al futuro ed in particolare a ciò che faranno l’Inghilterra da un lato e la Germania dall’altro. L’Inghilterra, secondo Simms, dovrebbe avere il coraggio di unirsi al progetto europeo, offrendo all’Europa il proprio sistema militare e la propria visione del mondo, dovrebbe – dice – fare come la Prussia rispetto alla Germania. A me non sembra che l’opinione pubblica inglese possa acconsentire che ciò avvenga.

 

L’altro paese da cui dipende il futuro dell’Europa – scrive Simms – è la Germania. Essa dovrebbe avere il coraggio di rinunciare a coltivare esclusivamente il proprio interesse economico: “La Germania deve comprendere che l’alternativa a una moneta unica controllata democraticamente è una egemonia economica tedesca che nel lungo periodo distruggerà l’Unione Europea, e accrescerà l’insicurezza economica e strategica della stessa Germania” (p.533).

 

Questa è anche, fin dalla nascita dell’euro, la mia preoccupazione. Ho criticato, fin dall’inizio del cammino della moneta unica, la mancanza di strumenti europei di sostegno della crescita. In quel momento l’economia mondiale andava bene e quindi essi potevano apparire non necessari. Ma era chiaro che, prima o poi, essi sarebbero stati indispensabili e che, in assenza di essi, si sarebbe determinato un dualismo economico in seno all’Europa fra un centro tendenzialmente sempre più forte ed una periferia più debole. Questo avrebbe generato tensioni politiche alla lunga insostenibili.

 

Credo che siamo arrivati esattamente a questo punto. La Germania deve riflettere molto seriamente sul suo futuro e sul futuro dell’Europa. Forse, la generazione degli Adenauer, dei Kohl, dei Brandt e degli Schmidt lo avrebbe fatto. Non sono certo che i politici tedeschi di questa generazione riusciranno a farlo. Essi rappresentano elettori ormai quasi tutti nati dopo la fine della seconda guerra mondiale, e perfino dopo la caduta del Muro, che non hanno avuto diretta, personale, esperienza della drammaticità della storia europea e faticano a comprendere che la questione europea è prima di tutto una questione di pace e di guerra. Per questo, oggi il futuro dell’Europa appare incerto e problematico. Mi auguro che il libro di Simms, con il richiamo alla contemporaneità del nostro passato, susciti l’indispensabile riflessione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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