La Malfa sul Sole 24 Ore: "La Ue è ormai al bivio decisivo"

di Giorgio La Malfa - 24/10/2013 - Politica estera
La Malfa sul Sole 24 Ore: "La Ue è ormai al bivio decisivo"

IL SOLE 24 ORE – 24 ottobre 2013

 

In un articolo sul Mulino, Michele Salvati scrive, a proposito della crisi dell’euro, di avere a suo tempo “sottovalutato che… le grandi differenze di produttività, competitività, efficienza, capacità di governo dei diversi Stati avrebbero reso assai faticoso il funzionamento del sistema che per definizione esclude una possibilità di svalutazione da parte dei Paesi che non sono in grado di crescere se sottomessi alla disciplina di una politica monetaria e di cambio comune” (Troppe regole, nessun governo, Il Mulino, 4/13).

 

Si tratta di una ammissione significativa  in questa fase delicata in cui emergono dubbi  sulla solidità e sostenibilità  della moneta unica. La posizione di Salvati  ha accomunato, fino a oggi,  larga parte delle classi dirigenti europee. Questo  atteggiamento acritico  ha fatto cadere nel vuoto ogni tentativo di mettere in discussione il modo nel quale si stava realizzando la moneta unica.

 

Questo ha fatto sì che, quando è scoppiata la crisi, le classi dirigenti  hanno reagito  sbandando e oscillando fra la ricerca affannosa di soluzioni appropriate e la speranza che i problemi potessero risolversi da soli. Oggi non solo non vi è un consenso sulle cose da fare, ma non vi è neppure la legittimazione politica democratica di coloro che hanno il potere di fissare le regole  e di dettare i comportamenti  dai Paesi membri.

 

Nel momento nel quale la crisi dell’euro spinge a riflettere retrospettivamente sugli anni nei quali venne costruita la moneta unica, si deve scavare più a fondo nelle ragioni degli errori compiuti. Due fattori principali hanno contribuito a quegli errori. Il primo è stata l’idea che l’integrazione europea  richieda  delle fughe in avanti da parte di avanguardie consapevoli dei ‘veri’ interessi dell’Europa. Così sarebbe stato anche per la moneta unica. Questa convinzione  non escludeva  dei momenti di crisi, ma si riteneva che le crisi avrebbero costretto i paesi europei a ricercare un più avanzato livello di cooperazione e di integrazione politica.

 

Abbiamo sentito ripetere che le difficoltà dell’euro avrebbero costretto l’Europa a realizzare celermente l’unione bancaria, l’unione fiscale e l’unione politica. Nel Consiglio europeo del giugno 2012, l’allora presidente del Consiglio italiano minacciò di bloccare le deliberazioni del vertice se non si fossero presi impegni precisi su questi temi. Il Consiglio assunse alcuni impegni, ma di quel vasto programma  non si è visto nulla. E’ scomparso l’impegno al sostegno della ripresa economica, sostituito dal suo esatto contrario, cioè dall’inasprimento delle regole fiscali che impongono la deflazione.

 

Questa convinzione manifesta una hubris delle élites europee. Si pensava di forzare la scelta politica europea nella convinzione che essa sia comunque nell’interesse dei popoli europei. In realtà il sostanziale insuccesso dell’Unione monetaria allontana  l’unità politica. L’euro che doveva coronare il progetto di unificazione politica sta divenendo l’ ostacolo alla sua realizzazione.

 

Un secondo errore  riguarda in modo particolare l’Italia. E’ la convinzione che le nostre difficoltà non derivano dalla moneta unica e dalle sue regole. Si ritiene che non si debba guardare a Bruxelles o a Francoforte ma dentro casa nostra per conoscere le ragioni del rallentamento della crescita, poi del suo arresto ed infine della caduta,  più grave che altrove, del reddito nazionale e dell’attività produttiva. Lo stesso Salvati, pur con qualche ambivalenza, aderisce a questa tesi. Egli scrive che “in una situazione recessiva possono essere necessarie condizioni di domanda esterna favorevoli, disavanzi mirati a sostenere la domanda, insomma, rimedi keynesiani” ma aggiunge che “nel medio e lungo periodo, la ripresa di una crescita robusta è un problema di offerta”. E ancora: “Riforme strutturali ed un atteggiamento più aperto da parte delle autorità europee vanno necessariamente insieme”.

 

Queste affermazioni indicano una convinzione radicata che sia una fuga dalla realtà accusare le regole della moneta unica. Si rimane trasecolati da questa visione ‘ultratedesca’ dei nostri problemi. La questione è  se i rimedi keynesiani siano necessari. Se lo sono, essi rimangono tali sia che il Paese in questione faccia  le riforme strutturali, sia che non le faccia.

 

Bisogna fare riferimento al livello dell’occupazione. Fino a quando nel nostro sistema si registra una elevata disoccupazione, è indispensabile una politica della domanda aggregata che sostenga  consumi,  investimenti,  esportazioni. Quando fossimo giunti alla piena occupazione e volessimo forzare la crescita ulteriormente, dovremmo ricercare, attraverso le riforme, gli aumenti della produttività. Ma, fino a quel momento, a cosa servono le riforme dal punto di vista dell’andamento dell’economia? Magari esse rischiano, come ha scritto un gruppo di economisti europei, di aggravare la crisi del Paese, esattamente come è avvenuto nell’ultimo biennio sotto i colpi dissennati inferti dal Governo Monti, senza neppure riuscire a ridurre né il rapporto fra  deficit e PIL, né quello fra debito pubblico e PIL.

 

Questa visione conservatrice è oggi smentita sia dalla rivelazione che alcuni supposti lavori ‘scientifici’ che le fornivano il supporto empirico – Rogoff e Reinhart e Alesina e Ardagna – contenevano errori grossolani sia dall’esperienza di questi anni. Il Fondo monetario  ha oggi una posizione  diversa dal passato sul da farsi; la posizione americana si muove lungo le stesse linee, così il Giappone. Solo la Commissione europea resta aggrappata a politiche che hanno aggravato la crisi. È  paradossale che gli economisti italiani siano ancora sotto l’influenza di teorie che hanno danneggiato il continente.

 

Per anni la questione dell’euro poteva essere riassunta in un  dilemma:  se era un errore la decisione di procedere all’introduzione della moneta unica prima di completare l’unione politica, o se si trattava di un passo coraggioso che avrebbe accelerato la spinta verso l’unione politica. Oggi il problema non può più essere formulato in questi termini. La crisi economica di questi anni  fa riemergere vecchie differenze o vecchi fantasmi del passato.

 

Se, come scrive Salvati, la continuazione della situazione attuale porta all’asfissia mentre il tentativo di uscirne rinunziando alla moneta unica porta alla catastrofe, e se, come egli teme, si rischia di avere in sequenza, prima l’asfissia e poi la catastrofe, allora bisogna porsi un interrogativo politico:  se l’euro sta dividendo l’Europa, vogliamo difendere l’euro e mettere a rischio l’Europa, o vogliamo difendere l’Europa? Il dilemma è reale: se la moneta unica porta all’asfissia e poi alla catastrofe, non sarebbe meglio studiare una via di uscita comune da un sistema che ha eliminato la possibilità di operare un aggiustamento della competitività degli Stati attraverso la revisione dei tassi di cambio?

 

Il problema va ricondotto ai suoi termini politici essenziali: se davvero, come scrive Salvati, non si intravvede un lieto fine alla storia di questi anni, bisogna decidere se sia più utile salvare  la moneta unica o il progressivo avvicinamento politico fra i Paesi europei, che è il lascito sostanziale dei padri fondatori dell’Europa. Si sta avvicinando il momento in cui bisognerà scegliere fra queste due alternative.

 

L’articolo è una sintesi di un saggio che uscirà sul prossimo numero del Mulino

 

 

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