La Malfa sul SOLE 24 ORE: Una via d'uscita ordinata non sia tabù

di Giorgio La Malfa - 25/07/2012 - Politica estera
La Malfa sul SOLE 24 ORE: Una via d'uscita ordinata non sia tabù

IL SOLE 24 ORE - 25 luglio 2012

 

Come si vede dal drammatico andamento dei mercati in questi giorni, la crisi dell'euro è in pieno corso . L'effetto di rasserenamento conseguente agli accordi raggiunti nel Consiglio Europeo di fine giugno è durato solo per qualche giorno: appena è stato evidente che al consenso di principio corrispondevano interpretazioni diverse da parte dei vari paesi, il ballo è ricominciato.

Sabato è dovuto intervenire il Presidente della Banca Centrale Europea per assicurare che l'euro è irreversibile: l'influenza di queste dichiarazioni è durata lo spazio di un mattino. Nel week-end è emersa una situazione molto difficile in Spagna, mentre è ricominciato lo scontro sulle misure che la Grecia si era impegnata ad adottare, di conseguenza gli spread della Spagna e dell'Italia sono saliti alle stelle, mentre le borse scendono a capofitto.

E' ormai evidente qual è il problema della moneta unica: tutti ormai comprendono che la debolezza dell'euro dipende dalla fragile intelaiatura istituzionale su cui esso poggia: l'unione monetaria avrebbe bisogno di avere alle sue  spalle una vera e propria unione politica fra i paesi che hanno adottato la moneta unica.

Ma l'unione politica resta un traguardo lontano, praticamente irrealizzabile nel tempo breve. In queste condizioni è assai difficile evitare che si diffonda  l'idea che la moneta europea sarà scomparsa ben prima che si giunga all'unione politica.

Jacques Delors, che è il padre effettivo del progetto dell'euro, sapeva benissimo che la moneta senza l'unione politica non stava in piedi: fu lui stesso a suggerire nel 1990 la convocazione parallela di due conferenze intergovernative, l'una incaricata di definire le regole di funzionamento della moneta unica, l'altra chiamata a fare un passo avanti verso l'unione politica.

Ma quando fu chiaro che questa seconda conferenza si avviava a un nulla di fatto, invece di fermare il progetto della moneta unica, Delors preferì andare avanti nella fiducia – o nell'illusione – che la forza del vincolo costituito dalla moneta avrebbe costretto i Paesi dell'area dell'euro a compiere ex post quei passi verso l'integrazione politica che non erano in grado di fare ex ante.

Così nacque il trattato di Maastricht del '92  che fissava le tappe per il passaggio alla moneta unica e rinviava al futuro le decisioni sull'unione politica. Forse nella decisione di separare  la questione politica dalla questione monetaria  vi fu una certa arroganza tecnocratica: noi che siamo europeisti e siamo ai vertici delle istituzioni europee – sembrarono dire Delors e gli altri -  sappiamo che per i Governi nazionali è difficile rinunciare spontaneamente alla sovranità; creando la moneta unica, essi a un certo punto saranno costretti dai fatti a rinunziarvi.

Forse poté apparire ai protagonisti di allora un azzardo calcolato. Forse fu una manifestazione di quell'ottimismo della volontà che spesso copre una riflessione insufficiente.

In realtà, la decisione di Maastricht costituisce uno spartiacque fatale nella storia dell'integrazione europea perché  segna l'abbandono del 'metodo Monnet'. Nell'idea di Jean Monnet la costruzione dell'Europa doveva avvenire a piccoli passi, perché, solo constatando i vantaggi che derivavano dalla  cooperazione, gli europei, reduci da secoli di rivalità, avrebbero  scoperto il valore e l'importanza dell'unità dell'Europa.

Alla fine di questo processo, l'Europa sarebbe stata pronta all'unione politica "e i francesi e i tedeschi e gli italiani si innalzeranno a europei" -  aveva scritto Benedetto Croce nelle ultime pagine della Storia d'Europa - così come "or sono settant'anni, un napoletano dell'antico Regno o un piemontese del regno subalpino si fecero italiani".

La decisione di procedere alla creazione della moneta unica in assenza delle condizioni politiche che potessero sorreggerla è all'origine del disastro attuale. Ora siamo con le spalle al muro e dobbiamo uscirne in fretta. E non sarà certo la prospettiva dell'unione politica a compiere il miracolo.

Se mancavano al tempo di Maastricht le condizioni  politiche necessarie, ancor meno esse sono presenti oggi, mentre si accumulano diffidenze e sospetti reciproci, mentre le condizioni economiche e sociale dei paesi in difficoltà divengono esplosive, mentre ai tavoli di Bruxelles i paesi cercano di recidere tutti i legami di dipendenza reciproca.

Politicamente – è doloroso dirlo – l'euro è condannato. Basta vedere da quante riserve viene accompagnata in tutti i Parlamenti la ratifica dei nuovi trattati europei, dal Fiscal compact al Meccanismo europeo di stabilità. Oggi in nessun paese europeo vi sarebbe la ragionevole garanzia di un voto popolare favorevole se uno di questi trattati venisse sottoposto a un referendum.

Quanto può durare una situazione così compromessa? Il rischio vero, che è bene segnalare per tempo, è che una logorante e  prolungata crisi della moneta unica possa finire per coinvolgere anche altri capitoli del cosiddetto acquis communautaire, dall'unione doganale, al mercato unico, alla libera circolazione delle merci, dei capitali, dei servizi e delle persone.

Mi chiedo se non sarebbe prova di lungimiranza da parte dei leader europei cominciare a riflettere se sia possibile organizzare una via di uscita ordinata dalla moneta unica per tutti i Paesi che ne fanno parte, o per quanti fra questi Paesi ritengano troppo oneroso e sostanzialmente insostenibile  continuare a farne parte.

Il pericolo è che, mentre tutti si affannano a rafforzarlo, un aggravamento  improvviso della crisi dell'euro possa travolgere non solo la moneta unica, ma anche buona parte del cammino che l'Europa ha compiuto nel secondo dopoguerra.

Giovedì scorso, concludendo il suo intervento alla Camera sulla ratifica dei nuovi trattati europei, il ministro Moavero ha ricordato che circa cento anni fa l'attentato di Sarajevo dava il via a quella lunga guerra civile europea che ha insanguinato il Novecento.

Ed ha giustamente ricordato che il processo di integrazione europea ha garantito la pace all'Europa. L'azzardo della moneta unica sta ora mettendo in pericolo proprio quello che un cinquantennio di integrazione europea era riuscito a costruire.

 

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