La Malfa sul Sole24Ore: Il rigore che sta gelando l'Europa

di Giorgio La Malfa - 11/05/2012 - Politica estera
La Malfa sul Sole24Ore: Il rigore che sta gelando l'Europa

IL SOLE 24 ORE - 11 maggio 2012

 

Ha scritto l'altro giorno il Financial Times in un supplemento dedicato all'Unione Europea che «la crisi attuale sta logorando la trama dell'integrazione pazientemente tessuta nei decenni passati».

 

I risultati del primo turno delle elezioni francesi e quelli di domenica scorsa in Grecia e nelle elezioni amministrative in Italia confermano questa diagnosi e segnalano il rischio che si stia avviando un processo di disintegrazione dell'Europa.

Jean Monnet sosteneva che gli europei si sarebbero progressivamente avvicinati all'idea di una federazione europea constatando i vantaggi della cooperazione dell'unione. Ma se l'unione fra i paesi europei è accompagnata da condizioni economiche sempre più sfavorevoli, l'Europa non ha futuro.

La predicazione del rigore a tutti i costi, in presenza di disoccupazione crescente e redditi calanti, confermata da tutti i dati Eurostat, avrà effetti devastanti sul tessuto sociale dell'Europa e sulla solidarietà politica fra i paesi dell'Ue. Ed è illusorio pensare di affrontare il malessere degli europei prospettando loro una unione politica che rischia di apparire, come ormai appare l'euro, una scelta calata dall'alto che non tiene conto della volontà e dei desideri degli elettori.

Solo la ripresa della crescita economica può salvare l'Europa. Che la Germania, all'indomani delle elezioni di Hollande in Francia, abbia cominciato a parlarne è di per sé un fatto positivo. Ma vi è il rischio concreto che fra questa consapevolezza e l'individuazione delle cose da fare passi troppo tempo e, soprattutto, che si scelgano strumenti solo apparentemente efficaci.

È il caso dei cosiddetti project bonds, cioè il finanziamento di grandi infrastrutture da parte dell'Unione europea, coperto con l'emissione di titoli di debito europei. La messa a punto delle idee su questi titoli, l'individuazione dei progetti da finanziare e la ripartizione dei bonds fra i vari paesi comporterà tempi lunghi, considerata la lentezza delle decisioni europee. In una situazione economica che richiede interventi immediati fin dalle prossime settimane, l'effetto dei project bonds sarà praticamente nullo.

Alla Germania andrà detto con chiarezza - dalla Francia e dall'Italia - che è ormai inevitabile abbandonare i due tabù su cui è stata costruita l'Unione monetaria europea: il pareggio del bilancio e l'"euro forte". Almeno uno di essi dovrà essere abbandonato.

O si rende meno rigido il fiscal compact, per esempio - come ancora due giorni fa proposto dal presidente del Consiglio Monti - mediante l'esclusione degli investimenti pubblici dal computo del pareggio di bilancio, consentendo così il sostegno della domanda interna attraverso la finanza dello Stato; oppure si lascia scendere il tasso di cambio dell'euro verso valori più realistici che consentano una ripresa delle esportazioni, e attraverso di esse una ripresa della domanda.

Quando si avviò la moneta unica, nel 1999, il cambio euro-dollaro fu fissato a 117 dollari per euro. Nei tredici anni trascorsi da allora, la produttività degli Stati Uniti è cresciuta molto più della produttività in Europa; come può, quindi, giustificarsi una rivalutazione dell'euro di oltre il 10 per cento rispetto a quel valore iniziale? Se l'euro scivolasse verso il livello del 1999, la ripresa delle esportazioni aiuterebbe anche la politica del rigore.

È chiaro che, quando si pongono questi temi sul tavolo, si va al cuore dell'equivoco che ha accompagnato l'Unione Monetaria Europea fin dalla sua nascita: la coesistenza di visioni e di esigenze diverse fra la Germania e molti degli altri paesi chiamati a farne parte, risolta finora con la prevalenza delle posizioni tedesche.

Oggi siamo al nodo del problema. Buona parte dei membri dell'Unione monetaria non può reggere l'euro se l'euro non cambia. Bisogna capire se, a sua volta, la Germania possa reggere l'euro, se l'euro cambia. I risultati elettorali dei giorni scorsi sono un drammatico allarme.

Le classi dirigenti europee debbono avere la percezione che i tempi sono brevi e che, come scrive il Financial Times, si rischia di logorare irrimediabilmente la trama dell'integrazione e provocare la debacle dei Paesi che l'hanno voluta.

 

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