Europa a rischio, intervenga la politica: Massimiliano Cannata intervista La Malfa sul Giornale di Sicilia

di Giorgio La Malfa - 27/04/2012 - Politica estera
Europa a rischio, intervenga la politica: Massimiliano Cannata intervista La Malfa sul Giornale di Sicilia

IL GIORNALE DI SICILIA - 22 aprile 2012

 

Pubblichiamo l’intervista di Massimiliano Cannata a Giorgio La Malfa per il Giornale di Sicilia, del 22 aprile scorso, che trae spunto dal suo ultimo saggio L’Europa in pericolo: la crisi dell’Euro (ed. Passigli).

 

 

Onorevole, quando stava per nascere la moneta unica aveva in una precedente edizione di questo studio intravisto alcune difficoltà, parlando di un’”Europa legata”. E’ tornato sull’argomento, usando toni allarmati. Significa che in dieci anni il “sogno europeo” è ancora lontano?

Partirei da una data fondamentale: l’89. Con la caduta del muro di Berlino, l’Europa che non aveva nessuna reale spinta verso l’unificazione, concepisce la monte unica per limitare il rafforzamento della nuova Germania. Quelle ragioni oggi non ci sono più e ci troviamo di fronte al paradosso di una moneta che non ha fondamento politico. Nata tardi e probabilmente male, l’euro sta alimentando antagonismi e diffidenze tra gli stati. In prospettiva molto dipenderà da quello che succederà in Francia, che è la cerniera tra i paesi mediterranee e i continentali. Se Hollande  dovesse vincere la Germania rimarrebbe da sola, con attorno paesi quali la Finlandia,l’Austria. A quel punto la costituzione dell’Euro potrebbe mutare, ritrovando nuova linfa, perché se rimane la situazione attuale la moneta non potrà reggere.

 

Qual è il fil rouge del volume ?

Dieci anni fa nessuno lo ammetteva, mentre  oggi sembra ovvio: la moneta è l’espressione di una sovranità statuale. Senza lo stato alle spalle, la moneta è una costruzione che non sta in piedi. Non possiamo sostituire allo stato le regole, meccanismi, gli statuti come quello della Banca Centrale. La BCE sta prestando dei soldi agli stati, cosa che appare ovvia in questo momento, ma che se si guarda ai principi del Trattato di Maastricht corrisponde a un “anatema”. Comprare debito pubblico o intervenire a sostegno degli stati non è infatti né previsto né tanto meno praticabile, ma la crisi ha capovolto ogni prospettiva.

 

La consapevolezza di dover frenare la corsa del debito mostrata dall’euro zona non va vista come una prova di maturità?

Aveva ragione Machiavelli: quando ci si accorge tardi di un problema, non è sufficiente ad essere certi che verrà risolto. Spero, malgrado questo, che non si arrivi alla dissoluzione dell’euro sarebbe drammatico per l’Europa. Per molti mesi non si avrebbe più un sistema di pagamento comune, senza contare che anni di dura preparazione sarebbero vanificati. La crisi del capitalismo è già profonda, se vi aggiungiamo il disordine devastante di un’implosione del vecchio Continente l’orizzonte diverrebbe tragico.

 

Dalla prospettiva dell’Italia, qual è la preoccupazione principale?

Quando i meccanismi economici determinano una disparità tra lo sviluppo delle regioni, è sempre lo stato che deve intervenire a correggere gli squilibri. La storia italiana è molto eloquente al riguardo: il Mezzogiorno nel 1860 stava economicamente meglio che trent’anni dopo. Lo sviluppo industriale che i Borboni avevano portato,  nella seconda metà del XIX  aveva perso la sua forza. Con l’unità era stato messo in moto un processo che ha spostato la ricchezza al Nord, mentre dal Sud è scappato il risparmio, a dimostrazione del fatto che i processi spontanei di unificazioni non portano all’uguaglianza. All’euro è successo qualcosa di simile:  è stato costruito sull’idea che non avesse bisogno di una politica economica, nel frattempo le distanze tra i paesi si sono allargate.

 

Come si corregge tutto questo ?

E’ stato più volte ribadito in questi giorni da alcuni interventi di Giuliano Amato e da Barbara Spinelli: ci vuole l’Europa politica. Certo rispondo, ma come fare? Quando si fa una unione politica bisogna riscrivere la costituzione, quella dell’Europa per i punti economici è stata scritta. E’ li che si deve intervenire, ricordandoci che il nostro modello non è quello degli USA, che in virtù delle elezioni Presidenziali, in un contesto meno ideologizzato, possono adottare politiche neoliberiste o stataliste, in rapporto al candidato che si aggiudica la competizione elettorale.   

 

Come valuta la politica economica del nostro premier, che sta facendo leva sulla necessità di ridare forza e prestigio  al ruolo dell’Italia nell’Europa e nel mondo?  

La terapia Monti ricorda il monito di Machiavelli, cui facevo prima riferimento: è stata avviata la cura da cavallo, ma basterà? Va però riconosciuto al nostro premier un merito importante: in un’Europa concentrata sul rigore ha, conquistando la partnership degli USA, riacceso l’imperativo della crescita. I grandi partiti, dal PDL al PD non riconosceranno tutto questo, sono avari con il Presidente del Consiglio, non mi stupisce, altrimenti avrebbero fatto un governo di unità nazionale. Tuttavia un punto critico rimane: le politiche della crescita richiedono si le liberalizzazione, però senza sgravi fiscali, che possono aiutare i consumi, una legge che aiuti  gli investimenti e muove capitali, uno sviluppo delle infrastrutture, tutte azioni che richiedono soldi pubblici, non si riparte. Perciò Gli stati più forti hanno l’obbligo di investire, a cominciare dalla Germania, che continua a storcere il muso ad ogni modifica in senso più flessibile e solidale dei rigidi criteri economicistici di Maastricht.

 

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