La Malfa su Liberal: Morire di emergenza

di Giorgio La Malfa - 07/06/2012 - Politica estera
La Malfa su Liberal: Morire di emergenza

Intervista di Francesco Lo Dico a Giorgio La Malfa pubblicata su Liberal il 7 giugno 2012

I toni sono quelli felpati propri di chi ricopre un'importante carica istituzionale. Ma la sostanza è che le parole di Mario Draghi bocciano su tutta la linea l'autolesionismo dei vertici europei che a fine giugno si ritroveranno a Roma a discutere di un film già visto.

Di un'ennesima emergenza bancaria, di nuova liquidità da offrire agli istituti di credito sull'altare di un mercato ansioso di drenare nuove rassicurazioni sul fronte debitorio, ci saremmo risparmiati la replica. Con la conseguenza che anche questa volta la crescita sarà rimandata.

Naturalmente a tempi peggiori. Il governatore della Bce è stato chiaro: la crescita resta e resterà più o meno inesistente, la domanda di credito è debole e il futuro è denso di nubi per una precisa ragione, che Draghi spiega a suocera, perché la nuora tedesca intenda: «ll consolidamento fiscale nel medio termine non può, e non deve, essere basato su aumenti delle tasse».

Come a dire che vigengnole te la dittatura contabile di Berlino, per i Paesi in sofferenza non c'è altra maniera di inseguire il pareggio che alzare le tasse, lanciando l'Europa in una folle spirale di autoflagellazione che probabilmente significherà la fine dell'Euro.

«Le elezioni francesi, greche e italiane avevano aperto uno spiraglio alla parola crescita», spiega a liberal l'economista Giorgio La Malfa, «ma il perenne ritardo dei vertici di Bruxelles ha fatto sì che si sia riprodotta l'ennesima emergenza, con il risultato che adesso si debba pensare a un altro salvataggio, piuttosto che alle ragioni che producono il disagio. L'Europa si è infilata in un vicolo cieco».

Professore, per citare Moretti, con questa classe dirigente europea non ci salveremo mai. Ma non è un atteggiamento suicida continuare in questa maniera? L'aggravarsi della situazione finanziaria ha purtroppo sorti- to l'effetto paradossale che nell'agenda europea sia tornato al primo punto il salvataggio del sistema bancario spagnolo. E visto che i dirigenti europei non sono in grado di affrontare più di una questione per volta, è probabile che a fine giugno tutti si concentreranno sull'emergenza.

Si curerà senza successo l'ennesimo sintomo, senza neppure tentare di debellare la malattia. I problemi delle banche spa- vigengnole derivano dal solito inevaso problema: la mancanza di crescita. Se si insiste sul fiscal compact e non si cambia direzione, l'avanzata della crisi diventerà sempre più inesorabile, temo.

Obama ha fatto ieri la voce grossa con l'Europa, dimenticando che Lehman Brothers non è certo una banca italiana. Non le pare singolare che dopo l'autocandidatura americana a risolvere la nostra crisi Moody's abbia declassato sette banche tedesche? Non sono un estimatore delle teorie complottiste, ma certo è che il pessimismo espresso dalle agenzie di rating adesso non risparmia neppure la Germania. Si tratta di un segnale che deve far riflettere i tedeschi, che forse cominciano a capire che la stabilità dell'eurozona è nel loro interesse, oltre che in quello di Grecia, Italia e Spagna.

Eppure da Berlino arriva il solito messaggio: no su tutta la linea, e su qualunque altra cosa che non sia il fiscal compact. Proseguire di questo passo è disastroso perché tamponare ancora una volta l'emergenza non produrrà altro che un momentaneo sollievo. Un salvataggio può incidere solo a brevissimo termine, ma i problemi dell'Europa resteranno irrisolti e il rischio di disgregazione dell'euro paventato da Olli Rehn sul Wall Street Journal resterà tale e quale. Se riempi un buco audi entando le tasse, non fai altro che preparare un altro fosso da riempire: la caduta del reddito aprirà un'altra crepa ancora più grande.

Difatti nel nostro bilancio mancano all'appello tre miliardi e mezzo. Dovessimo far finta che la Germania non esiste, che cosa dovrebbe fare un'istituzione politica vera per fronteggiare questo tipo di crisi? L'Europa continua a non mettere a fuoco il problema e a produrre chiacchiere su chiacchiere. Sarebbe ora di cominciare a capire che ci sono delle priorità per aggredire una malattia. È inutile insistere sul fiscal compact. Dovrebbe essere allentato. E poi occorrerebbe mettere in campo politiche di crescita decise, un'economia di scala più leggera e una moneta più debole in grado di ridare slancio alle esportazioni dei Paesi in difficoltà.

La strada verso gli eurobond è tutta in salita e come ha detto Draghi è ancora lunga da percorrere. Che cosa si può fare intanto? È indispensabile ricorrere a tutto ciò che sia in grado di sostenere la domanda. Se non si arresta la caduta del reddito con una moneta più debole la situazione non potrà che avvitarsi in una spirale sempre più pericolosa.

Sarebbero efficaci invece i cosiddetti project bond, per tamponare la crisi? Si tratta di misure non troppo incisive, che porterebbero a risultati troppo blandi e comunque non apprezzabili nel contrastare efficacemente una crisi di questa portata.

A proposito di malattie non curate, e di critiche giuste ma un po' fuori luogo come quelle di Obama, non sarebbe anche ora di regolamentare gli aspetti più aggressivi di una certa finanza che prima ha scatenato la crisi a Wall Street, e ora raccoglie impunita ulteriori frutti del disastro nel Vecchio continente? Il mercato è spesso attrezzato a correre più veloce delle regole. Semmai si pensasse a una normativa per regolare certi abusi, gli operatori del settore troverebbero una scappatoia per fare ciò che gli pare cinque minuti dopo.

Le pare degno di una democrazia, la possibilità di assicurarsi su beni che non si possiedono, soprattutto se sono titoli di Stato e quindi lavoro e sudore dei cittadini? In un mercato globalizzato, ciò che non è vietato è possibile. L'iniziativa di un singolo Stato, da sola, sarebbe del tutto inefficace se non dannosa.

 

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