Alle origini del no

di Giorgio La Malfa - 27/06/2008 - Politica estera
Alle origini del no
L’esito negativo del referendum irlandese dello scorso mese di giugno sul Trattato di Lisbona, così come quelli della Francia e dell’Olanda nel 2005 sul Trattato costituzionale, rappresentano dei segnali molto preoccupanti per il processo di integrazione europea. Le classi dirigenti europee si dovrebbero interrogare molto seriamente sulle ragioni di questa reazione di rigetto nei confronti dell’Europa e cercare di andare al fondo delle questioni che queste risposte popolari pongono.

 Invece di affrontare la situazione che si è creata, sia i governi che la Commissione europea hanno scelto la strada opposta: parlare il meno possibile del problema (questo è il senso di quella che viene chiamata pudicamente “la pausa di riflessione”); cercare delle spiegazioni per il no che escludano il più possibile l’ipotesi che gli elettori si siano espressi negativamente sul progetto europeo in quanto tale. Possono essere addotte ragioni di prudenza per l’una e per l’altra scelta. Ma non è detto che sia saggio rinviare una riflessione sulle ragioni per le quali, quando sono chiamati a farlo, gli elettori europei si esprimono negativamente su un Trattato sottoscritto dai loro Governi.

L’esempio più evidente di questo sforzo di minimizzazione fu il commento del Presidente della Commissione europea nel 2005 dopo l’insuccesso nel referendum francese sul Trattato di Roma: “Il no francese – dichiarò allora Manuel Barroso - non è un no al testo (del Trattato costituzionale) bensì al contesto”. Seguirono questa falsariga i commenti al voto negativo dell’Olanda nel 2005 a pochi giorni dall’esito del referendum francese. Simili a queste sono state le interpretazioni offerte per il no irlandese. Gli elettori europei, secondo queste interpretazioni, non  intenderebbero pronunciarsi sul merito dei Trattati, peraltro – si aggiunge - così lunghi e complessi da risultare praticamente illeggibili, e neppure sul processo di integrazione europea in quanto tale di cui gli elettori non possono non apprezzare i grandi effetti positivi. Può esservi – si ammette -  una quota del voto che fa capo a qualche segmento nazionalista, nostalgico della sovranità del proprio Stato, ma la spiegazione del successo dei no va ricercata nell’assommarsi di reazioni diverse, in parte contraddittorie, che portano vari segmenti dell’elettorato a trovare nel referendum l’occasione per una manifestazione clamorosa di questo loro malessere che avrebbe a che fare solo parzialmente con la questione sottoposta al voto popolare.

Una parte degli elettori – si dice – coglie  l’occasione del referendum per esprimere la propria insoddisfazione verso il governo, anche se il referendum riguarda l’Europa e non il governo; un’altra trova modo, con il no,  di manifestare allarme per la globalizzazione sentita come una minaccia alla stabilità del proprio posto di lavoro, nonostante che l’integrazione europea non sia la causa della globalizzazione e anzi sia forse lo strumento per farvi fronte; altri ancora voterebbero no per segnalare la propria preoccupazione per il fenomeno dell’immigrazione sia dai paesi dell’Unione, sia dall’esterno di essa. Si è letto anche che l’Irlanda potrebbe aver votato no perché nel Trattato non si farebbe riferimento alle radici cristiane dell’Europa.

Dunque in fin dei conti l’esito referendario non sarebbe un no all’Europa, ma la somma di tante pulsioni diverse che con l’Europa non hanno molto a che fare. Da qui il passo è breve a sostenere che l’esito del referendum sia il frutto di un equivoco dovuto alla confusione ingenerata negli elettori da un quesito posto su una materia così complessa da non consentire  una risposta semplice con un sì o con un no. Anche in questa considerazione, ovviamente, c’è qualcosa di vero. Non è un caso che la Costituzione italiana – che fu redatta da legislatori saggi – escluda la ratifica dei Trattati dalle materie per le quali è possibile il ricorso al referendum. Partendo da queste considerazioni, qualcuno ha sostenuto che la ratifica dei Trattati europei dovrebbe essere affidata in via esclusiva ai Parlamenti. E tuttavia è difficile, ex post factum, cioè dopo le bocciature referendarie dei due Trattati europei più recenti (e, ancor prima di questi episodi, la quasi bocciatura nel 1993 nel referendum francese sul Trattato di Maastricht) stabilire che il compito di ratifica dei Trattati europei spetti esclusivamente ai Parlamenti nazionali. Ancor meno praticabile è la proposta di Mario Monti di prevedere che, quando un paese bocci la ratifica di un Trattato europeo, si debba subito indire un secondo referendum che ponga agli elettori il quesito se essi davvero intendano esprimersi negativamente sull’Europa e dunque uscire dall’Unione o se invece, come direbbero i giuristi, rex melius perpensa, preferiscano ratificare il Trattato.

In sostanza le classi dirigenti europee scelgono la strada di minimizzare il significato dei referendum popolari e di non interrogarsi sul loro significato complessivo. Rifiutano di accettare l’idea che vi sia, fra i cittadini europei, un malessere reale verso la costruzione europea, non intendono affrontare un esame serio della possibilità che le cose stiano così, non intendono mettere in discussione né ciò che è stato fatto, né ciò che di volta in volta viene consolidato in un Trattato sulla base di quanto risulta possibile fare attraverso la negoziazione intergovernativa.

E se non fosse così? Se cioè il voto degli europei esprimesse una reale insoddisfazione verso lo stato dell’integrazione europei, magari assommando il malessere di chi vorrebbe più Europa con quello di chi ne vorrebbe meno? Si tratterebbe pur sempre, anche nel caso in cui il no derivasse dalla spinta di posizioni fra loro contraddittorie, di una manifestazione precisa di pensiero di cui le classi dirigenti dovrebbero farsi carico aprendo una riflessione seria sul processo di integrazione europea, sulla sua attuale condizione, sull’esito o sugli esiti possibili.

L’Europa non sembra rendersi conto che la strada della minimizzazione presenta il rischio dell’accumulazione progressiva del malessere. Dando l’impressione, all’indomani dell’esito negativo di una consultazione popolare, che non si intende rispettare il giudizio popolare ma puramente e semplicemente di trovare il modo di aggirarlo, si rischia di stimolare un effetto di imitazione nei paesi in cui, almeno finora, la maggioranza dei cittadini ha espresso un giudizio favorevole sui passi compiuti nella direzione dell’integrazione europea. E’ stato un errore molto grave, dopo la bocciatura francese e olandese del Trattato costituzionale, riproporre di fatto quello stesso testo, limitandosi soltanto al ritocco lessicale dell’eliminazione della parola ‘Costituzione’. E’ un errore, oggi, pensare di aggirare il problema dell’esito negativo del referendum irlandese chiedendo a quel paese di indire fra qualche mese un nuovo referendum sulla base di un qualche Protocollo aggiuntivo che dia l’impressione (agli elettori irlandesi) che il loro no abbia avuto l’effetto di modificare sostanzialmente il Trattato. Si tratta di sotterfugi che possono avere successo in qualche occasione, ma che portano a un sempre più ampio scetticismo delle opinioni pubbliche sulla costruzione europea.

La strada scelta dal Consiglio Europeo di Bruxelles riunitosi all’indomani del referendum irlandese è ancora una volta la stessa: al posto di una riflessione attenta del disincanto crescente delle opinioni pubbliche europee sul processo di integrazione, è stata decisa una cosiddetta ‘pausa di riflessione’. Si è stabilito, in sostanza, di tacere il più possibile nella speranza o nella convinzione che l’Irlanda trovi il modo di ritornare sui propri passi, facendo semmai balenare l’ipotesi che alcuni dei paesi membri possano decidere di procedere da soli nella strada dell’integrazione e magari escludere dal beneficio dei flussi di fondi europei i paesi devianti.
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