Paolo Savona su "La Confederazione Italiana": Il rischio che il sistema europeo si frantumi

di Paolo Savona - 20/01/2015 - Politica estera
Paolo Savona su "La Confederazione Italiana": Il rischio che il sistema europeo si frantumi

La partecipazione all’UE è oggi presentata come una
materia di fede

Il rischio che il sistema europeo si frantumi

 

NON È POSSIBILE ATTIVARE POLITICHE ADATTE A PERSEGUIRE GLI OBIETTIVI DEI TRATTATI EUROPEI MANTENENDO LE ATTUALI STRUTTURE ISTITUZIONALI

 

Il mercato finanziario, forse è più preciso dire gli organi di stampa, vivono nell’attesa messianica dell’arrivo del Quantitative Easing in stile europeo. Nel mentre la banca centrale svizzera ha gettato un secchio di acqua gelata in testa agli investitori che davano per scontato la discesa ulteriore dell’euro e la rivalutazione del franco. Nei confronti del QE gli imprenditori non finanziari hanno assunto una posizione wait and see, aspetta e osserva; essi sono consci che l’immissione di base monetaria attraverso l’acquisto di titoli pubblici influenzerà positivamente le quotazioni di borsa o, quanto meno ne sosterrà il livello, e ridurrà gli affanni fiscali dei paesi in difficoltà, senza però rimuoverli.

Le cose rimarranno quel che sono e, nella migliore delle ipotesi, la moneta così creata prenderà tempo ad arrivare nelle loro tasche; se vi arriva, non è detto che essi la investiranno in Europa, tanto meno nei paesi membri in difficoltà. I problemi della crescita in Europa non sono legati a scarsità di credito, ma al fatto che esso, pur abbondante, non si indirizza verso attività produttive perché conviene investire nella speculazione finanziaria e all’esterno dell’UE, perché mancano le condizioni di base per una ripresa degli investimenti produttivi: vi è infatti carenza di domanda aggregata e le riforme auspicate, se ben fatte e non accompagnate da maggiori tasse, spostano potere d’acquisto dalle famiglie alle imprese, peggiorando l’andamento dell’economia interna.

Sorprende che in questi giorni si sia scoperto che i più ricchi hanno migliorato i loro redditi, i più poveri l’hanno peggiorato e il ceto medio annaspa per fronteggiare l’aumento delle tasse e i minori incassi sui risparmi finanziari. E’ esattamente quello che l’Unione Europea, con la sua politica monetaria a bassi tassi dell’interesse e la sua politica fiscale costellata da vincoli si è prefissa di raggiungere: deflazione, recessione e disoccupazione sono insite nell’architettura istituzionale creata.

Un illustre giurista, Giuseppe Guarino, le chiama creature biogiuridiche, ossia che si muovono, una volta fatte, come un organismo biologico: se, come afferma Carlo Azeglio Ciampi, sono affette da “zoppia”, zoppicano; se, come denuncia Mario Draghi, manca di un braccio, quello che gli consentirebbe di gestire i titoli pubblici, non può farlo e così la speculazione che ha entrambe le braccia, prende il sopravvento.

Solo in pochi si sono accorti delle malformazioni delle istituzioni europee al momento della loro nascita, ma lo slogan usato da Jenkins e Delors, money first, indica che all’euro sarebbe dovuta seguire l’unione politica dell’Europa; come pure la fissazione di vincoli alla finanza pubblica – sui deficit e sull’indebitamento pubblico in rapporto al PIL, riconosceva implicitamente i limiti derivanti dall’aver lasciato agli Stati membri la sovranità fiscale, impedendo il coordinamento delle diverse sovranità nazionali per ovviare agli squilibri e gli shock inflattivi e deflattivi che si sarebbero manifestati.

Dopo lo scoppio della crisi finanziaria mondiale e la sua diffusione al settore reale, il mercato internazionale e i cittadini europei hanno scoperto che l’architettura economica creata a Maastricht – resa più rigida ad Amsterdam e ancor più pesante con la direttiva europea chiamata fiscal compact – non consente il perseguimento dell’obiettivo di benessere previsto chiaramente fin dall’Atto Unico Europeo del 1987 e ribadito in dettaglio dal Trattato di Lisbona del 2007; e mette anche in dubbio il mantenimento dell’altro obiettivo, quello della pace, che era stato raggiunto, ma è nuovamente in discussione avendo esso assunto da tempo una fisionomia nuova.

Non a caso Paolo VI concluse nel 1967 la sua Enciclica Populorum progressio affermando che “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”, quello che l’Europa non riesce a garantire a tutti i paesi membri, ma solo ad alcuni tra essi. Evidentemente il meccanismo è costruito male e crea ingiustizie.

La risposta dei paesi che beneficiano del meccanismo malformato è che la colpa è di quelli che non fanno le riforme necessarie nel mercato del lavoro, nella finanza pubblica e nell’innovazione tecnologica. Certamente vi sono profonde diversità nella capacità dei paesi membri di adattarsi alle nuove condizioni geopolitiche e geoeconomichedovute a eredità del passato che gli economisti sintetizzano nel concetto di area monetaria non ottimale (OCA secondo l’acronimo inglese), ossia un’area geografica contraddistinta da profonde diversità nei tassi di crescita della produttività. Il Trattato di Maastricht non prese in considerazione questa realtà e anzi la BCE tentò di produrre evidenza empirica che l’euroarea non fosse tale; ma la storia recente ha confermato la sua esistenza.

La politica europea tenta di forzare i paesi a bassa produttività ad attuare riforme che correggano i tassi di crescita della produttività, ma il problema ha radici profonde, difficili da sradicare e in ogni caso non sradicabili senza adeguate politiche che l’UE non intende prendere. Sotto la spinta della speculazione di mercato e della pubblica opinione europea gli organi comunitari hanno tentato di far funzionare meglio questa architettura imperfetta ma, ogni volta che hanno provveduto a farlo, hanno sempre ribadito e poi aggiunto vincoli all’azione della politica fiscale.

Sono state anche sollevate obiezioni sul piano della giurisdizione interna, come testimonia il ricorso alla Corte Costituzionale tedesca prima da parte dei cittadini e poi della banca centrale, girato per “un parere” alla Corte di Giustizia europea; questo episodio sottolinea la volontà della Germania di far prevalere la sua sovranità nazionale su ogni scelta europea, mentre la nascita dell’euro presupponeva il contrario. L’aver infatti creato un’architettura istituzionale che trasferisce il potere di regolare il mercato e la moneta a un’istituzione sovranazionale senza risolvere prima le diversità di concezione su come si gestiscono queste sovranità o accettare un meccanismo democratico di loro determinazione, conferma la scelta affrettata e non meditata d’essere passati da un’unione prevalentemente economica a una più propriamente politica. Questa carenza iniziale autorizza alcuni paesi membri dell’Unione capeggiati dalla Germania ad arrogarsi il diritto di essere quelli che dettano l’ordine a quelli che non sanno darselo, almeno come loro intendono che debba essere. In sostanza, invece di un’unione democratica si è scivolati verso un’unione coloniale.

Poiché l’architettura economica e politica creata non garantisce né autonomia della banca centrale europea, né il coordinamento delle politiche fiscali, la proposta che viene avanzata non è di modificarla assegnando alla BCE uno Statuto simile a quelli delle principali banche centrali del mondo (la Fed americana, la BoJ giapponese e la PBoC cinese) – rimuovendo l’asimmetria oggi esistente tra essa e la banca centrale inglese che contrasta con il suo pieno diritto ad accedere ai benefici del mercato comune manovrando tassi dell’interesse ufficiali e rapporto di cambio della sterlina – ma di procedere con piccole modifiche che si mostrano insufficienti a perseguire gli obiettivi di pace e di benessere.

In conclusione non è possibile attivare politiche adatte a perseguire gli obiettivi dei Trattati europei mantenendo le attuali strutture istituzionali. Se è giusto chiedere riforme agli Stati membri che arrancano sulla strada dello sviluppo, lo è altrettanto chiedere all’Unione Europea di dotarsi di riformare la sua architettura istituzionale per cambiare i comportamenti delle sue creature biogiuridiche. La partecipazione all’UE è oggi presentata come una materia di fede nel suo futuro alimentata da attese messianiche di un suo miglioramento.

L’Europa è oggi simile a una Chiesa che incorpora gli errori fatti all’atto della sua costituzione e predica che si deve credere nella religione dei più forti. Poiché una larga parte dei cittadini europei non l’accetta, l’architettura rischia di andare in frantumi. Si tratta solo di conoscere chi deciderà lo scisma e quali forze eventualmente si opporranno e come.

Paolo Savona

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