La grande sfida del’ 900? L’ha vinta la socialdemocrazia

di Giorgio La Malfa - 10/09/2007 - Politica estera
L’interpretazione largamente dominante delle vicende del secolo breve – come Hobsbawm ha chiamato il secolo ventesimo – è che esso sia stato testimone, sopratutto in Europa,  di uno scontro durissimo fra il modello politico liberale sviluppatosi nell’ottocento, basato sul presupposto dell’economia di mercato e sul laissez-faire e le diverse alternative tentate dai sistemi totalitari di destra e di sinistra. Secondo questa versione della storia del secolo scorso, avendo fronteggiato con successo l’assalto del fascismo e del nazionalsocialismo da un lato e del comunismo dall’altro, il capitalismo democratico si sarebbe rivelato come la forma migliore, anzi come la forma ‘naturale’ dell’organizzazione sociale.

In un bel libro apparso di recente, una studiosa americana contesta radicalmente questa lettura delle vicende della storia europea.  Non è  affatto vero - sostiene Sheri Berman in “The Primacy of Politics[1] che lo scontro che, sopratutto in Europa, ha caratterizzato buona parte del secolo ventesimo, abbia avuto come protagonista il liberalismo ottocentesco ed il mercato. Il modello che alla fine è risultato vincente è ben diverso dal modello messo in discussione dal fascismo, dal nazionalsocialismo e dal comunismo. Il capitalismo ed il sistema politico del mondo contemporaneo sono completamente diversi da quelli che caratterizzarono l’ottocento e rappresentano il risultato di una evoluzione che ne ha fatto qualcosa di sostanzialmente diverso e nuovo rispetto alla configurazione che essi avevano in passato e attorno alla quale si era aperto lo scontro con le possibili alternative di destra e di sinistra. “La storia del ventesimo secolo – scrive la Berman – è...in larga misura la storia di come il capitalismo e la democrazia siano stati resi fra loro compatibili, tanto da farli apparire oggi come inestricabilmente connessi.” Questo risultato è il prodotto di “una revisione drammatica delle relazioni fra Stato, mercato e società, quali esistevano ancora all’inizio del XX secolo; questo ha significato la creazione di un capitalismo temperato e limitato dal potere politico e spesso piegato ai bisogni della società piuttosto che in grado di piegare quest’ultima ai propri bisogni.”[2]

La Berman sostiene che l’agente principale di questa trasformazione è stata la socialdemocrazia europea di cui traccia la storia dalle critiche rivolte da Eduard Bernstein a Marx, alle esperienze della socialdemocrazia svedese fra le due guerre, alle posizioni dei socialisti liberali come Carlo Rosselli negli anni trenta fino alla diffusione di questo modello in buona parte dell’Europa occidentale nel secondo dopoguerra. L’importanza che hanno avuto le idee della socialdemocrazia nell’evoluzione del modello liberale – nota la Berman – è dovuta all’originalità delle critiche che essa ha mosso tanto al marxismo che al liberalismo: ”Benché oggi venga considerato come una forma modificata di liberalismo, il sistema diffusosi in Europa nel secondo dopoguerra con la forza di un incendio è stato qualcosa di profondamente differente: è stata la socialdemocrazia...Rifiutando l’economicismo e la passività del liberalismo e del marxismo ortodosso e scartando la violenza e l’autoritarismo del fascismo e del nazionalsocialismo, la socialdemocrazia è stata costruita sul convincimento del primato della politica e del senso comunitario – cioè sulla convinzione che la politica e non l’economia fossero e dovessero essere le forze trainanti della storia e che ‘i bisogni’ e ‘il bene’ della società vadano protetti e sostenuti.”[3]

La Berman insiste a lungo sui caratteri distintivi della socialdemocrazia. Il suo tratto originale non sarebbe costituito tanto dalle specifiche proposte in materia economica sviluppate a seguito della critica keynesiana allo spontaneismo dei mercati, né dalla adozione delle idee sviluppate in Inghilterra da William Beveridge sullo Stato sociale: quello che conta nell’identificazione dell’ideologia socialdemocratica sarebbe la convinzione della superiorità dell’azione collettiva sull’azione individuale: “L’ordine del secondo dopoguerra comportò...una drammatica revisione delle relazioni fra stato, mercato e società prevalente fino all’inizio del secolo. Questo assetto è assai distante da quello che i liberali avevano a lungo richiesto (cioè, la massima libertà possibile per i mercati e per gli individui), ma anche da quanto era negli obiettivi dei marxisti ortodossi e dei comunisti (cioè la fine del capitalismo)...Oltre a dover essere considerata come una ideologia e un movimento distinti dagli altri, la socialdemocrazia deve essere altresì considerata come l’ideologia e il movimento politico di maggior successo del secolo XX.”[4]

La polemica della Berman contro l’interpretazione delle vicende del secolo ventesimo è importante non solo perché essa contribuisce a attenuare una specie di dogmatismo neoliberale che si è andato consolidando in questi anni, ma perchè in fondo fa risaltare una caratteristica del sistema economico e politico liberale che ha fatto sì che esso si rivelasse superiore alle sue possibili alternative. Questa caratteristica è la capacità dimostrata dal sistema di incorporare progressivamente i correttivi elaborati sia dal suo interno che dall’esterno. La visione socialdemocratica si è affermata in Europa nel secondo dopoguerra utilizzando  idee e strumenti – dal New Deal di Roosevelt all’economia Keynesiana – sviluppati all’interno delle concezioni liberali, sia idee e metodi della programmazione e della proprietà pubblica di parti importanti del sistema produttivo di cui avevano fatto largo uso il fascismo a destra e il comunismo a sinistra. Quello che conta è che il sistema economico e politico liberale dell’ottocento si è dimostrato passibile di cambiamento e di evoluzione, mentre i regimi alternativi di destra o di sinistra sono stati del tutto incapaci di adattamento e di miglioramento. In questo senso la rigidità e il dogmatismo neoliberali di oggi contrastano con la flessibilità di cui il vecchio sistema liberale ha dato prova e che gli ha consentito di vincere una sfida che negli anni ’30 del secolo scorso sembrava perduta per le democrazie.

Questa è dunque la sostanza della tesi della Berman. Essa appare molto convincente nella rilettura della storia del secolo appena concluso. Meno convincente, invece, la proiezione di questa interpretazione del passato alle discussioni dell’oggi. La Berman lamenta che la scarsa consapevolezza da parte della sinistra europea dell’importanza di quanto essa ha saputo realizzare nel secondo dopoguerra lasci oggi campo libero a uno scontro che ha il sapore delle vecchie contrapposizioni fra liberismo estremo e anticapitalismo altrettanto estremo: “Che i partecipanti al dibattito se ne rendano conto o meno, le battaglie attuali sulla globalizzazione rappresentano essenzialmente un nuovo capitolo del vecchio dibattito sulle implicazioni e le conseguenze del capitalismo e su come esso possa essere riconciliato con la democrazia e la stabilità sociale.”[5] La Berman ha ragione nel sostenere che anche rispetto a fenomeni come la globalizzazione una visione equilibrata, come quella raggiunta con il compromesso socialdemocratico in Europa nel secondo dopoguerra, consentirebbe di coniugare meglio la forza spontanea del mercato con le esigenze di equilibrio e di giustizia sociale.

Ma contro questa possibilità di riprodurre a livello globale il compromesso socialdemocratico vi è un ostacolo rilevante di cui la Berman non sembra del tutto consapevole. Esso è costituito dal fatto che l’esperimento socialdemocratico in Europa, come anche l’utilizzazione della strumentazione keynesiana, sono stati resi possibili dall’esistenza degli Stati nazionali e dalle barriere alla libertà di movimento dei fattori produttivi e in particolare dei capitali che hanno caratterizzato quel lungo periodo della storia recente dell’Europa. Il modello socialdemocratico di cui la Berman descrive i successi si è fondato essenzialmente su una politica di  redistribuzione dei redditi all’interno della società – una redistribuzione sufficientemente ampia da consentire di realizzare un maggiore equilibrio sociale, ma non tale, per le sue dimensioni, da scardinare l’incentivo individuale alla crescita ed alla accumulazione. Si trattava di mungere le mucche e non di mangiarle, secondo il detto dei socialdemocratici svedesi. Ma la mungitura (forse ancor più dell’uccisione che è un atto una tantum) presuppone un recinto dal quale le mucche non possano scappare, cioè le barriere fisiche e legali che circondavano degli Stati nazionali. Se il recinto viene meno, anche la fattibilità del compromesso socialdemocratico viene meno. Nè apparirebbe opportuno, per la perdita di efficienza che sarebbe inevitabile, immaginare, se pure fosse possibile, di riprodurre le barriere che esistevano un tempo.

Tutto questo lasciando da parte un sospetto ancora più profondo, e cioè che al miglioramento delle condizioni di vita dei ceti più deboli abbia concorso in Europa, più che la redistribuzione dei redditi all’interno di ciascun paese, il beneficio della caduta secolare dei prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime iniziato a metà dell’ottocento e proseguito fino alla metà almeno del secolo ventesimo. In questo senso ciò che sarebbe stato distribuito per migliorare le condizioni sociali del sistema capitalistico non è tanto il reddito dei ceti più agiati, quanto il reddito dei paesi produttori di materie prime resi più poveri da questo trasferimento di risorse ai loro danni.

Pur lasciando da parte questo problema, che richiederebbe una trattazione a parte, risulta difficile immaginare una ricetta socialdemocratica in un mondo che diviene globale per l’eliminazione delle barriere fisiche e giuridiche al commercio. Servirebbe almeno un accenno ad un governo mondiale, mentre gli istituti che in fondo sono espressione di questa visione, e che pure esistono, il Fondo Monetario, la Banca Mondiale, il WTO, sono ancora troppo deboli per poter svolgere un ruolo significativo. Resta tuttavia il fatto che il problema esiste: si tratta, come scrive la Berman, “di promuovere una ‘globalizzazione progressiva’, utilizzando il potenziale produttivo contenuto nell’espansione dei mercati guidando nello stesso tempo il processo in modo tale che esso funzioni a beneficio di tutti.”[6] Che sia più facile a dirsi che a farsi è ovvio. E non è neppure detto che la strada vi sia. E’ certo però che, rinunziando a cercarla, non la si troverebbe mai. Ed è molto importante che qualcuno indichi la strada che bisognerebbe imboccare.

In un paese come l’Italia in cui il grosso della sinistra oscilla fra la nostalgia del tempo antico in cui era naturale proporsi di abbattere il capitalismo e una adesione acritica e rassegnata al neoliberismo e in cui sta per nascere un partito democratico senza che si sappia quale corpo di idee lo connoterà, un libro che faccia riflettere sui contenuti e sui meriti della socialdemocrazia darebbe un contributo prezioso alla definizione di una piattaforma politica moderna. Per questo vi è da sperare in una prossima edizione italiana di questo bel libro.

[1] S. Berman, The Primacy of Politics, Social Democracy and the Making of Europe’s Twentieth Century, Cambridge University Press, Cambridge 2006 pagg.228.
[2] Ibid.pagg.1-2.
[3] Ibid. pagg.5-6.
[4] Ibid. pagg.200-201.
[5] Ibd. pag. 210.
[6] Ibid. pag.212.


Sheri Berman, The Primacy of Politics – Social Democracy and the Making of Europe’s Twentieth Century, Cambridge University Press 2006, pagg. 208

da Il Riformista del 10 settembre 2007
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