''Una vita per la fisica e il disarmo'', intervista al professor Francesco Calogero

di Francesco Calogero - 08/11/2018 - Politica estera
''Una vita per la fisica e il disarmo'', intervista al professor Francesco Calogero
Francesco Calogero sta per ritirare un premio importante che non di rado  ha anticipato un Nobel, che però il fisico ha già ricevuto ma non per le sue ricerche

Dannie Heineman era un ingegnere e un industriale: ai primi del Novecento creò le reti elettriche di mezza Europa e di mezza America, fu benefattore e filantropo delle scienze.
La fondazione che istituì a proprio nome assegna ogni anno, dal 1959, un premio per la fisica matematica amministrato dall’American Physical Society.
Lo hanno ricevuto dieci italiani: il primo fu Tullio Regge, nel 1964, il più recente sarà consegnato nel 2019 a Francesco Calogero, oggi professore emerito della «Sapienza» Università di Roma. Si tratta di un riconoscimento importante, prova ne sia che molti dei premiati hanno poi ricevuto anche il Nobel.
Ma Calogero un premio Nobel lo ha già avuto nelle mani: quello per la pace, nel 1995.
Ricapitoliamo.
 
Qual è il lavoro per cui viene premiato?
Sono un fisico teorico e il risultato per cui mi premiano risale al 1971. Avevo cominciato con la fisica delle particelle ma ero presto passato alla fisica nucleare, che mi piaceva di più perché trattabile in maniera più rigorosa dal punto di vista matematico. In quell’ambito ho inventato un modello per tante particelle che interagiscono tra loro e che è suscettibile di una soluzione matematica esatta. Quasi contemporaneamente a me un collega statunitense ha costruito un modello analogo in meccanica statistica, ed è per questo che veniamo premiati insieme. Lui si chiama Bill Sutherland. C’è poi un terzo premiato, un collega francese: Michel Gaudin.
 
 
 
Il premio intitolato a Dannie Heineman è considerato un precursore del Nobel. Ma i premiati italiani sono stati molti, mentre col Nobel abbiamo avuto meno fortuna. Come si spiega?
La politica dei premi Nobel è imperscrutabile. Va detto che il Dannie Heineman Prize è un premio per la fisica matematica e i premiati sono tutti teorici, mentre il Nobel per la fisica più spesso viene dato ai fisici sperimentali. Comunque sì, ci sono stati due o tre casi clamorosi in cui il Nobel avrebbe dovuto essere dato a un italiano: il più scandaloso forse è stato quello di Nicola Cabibbo. O quello di Giovanni Jona-Lasinio: per il suo lavoro con Yoichiro Nambu, che era lo scienziato senior, è stato premiato solo Nambu. Ma lui stesso, ormai molto anziano, ha delegato proprio Jona-La-sinio a tenere la Nobel Lecture al suo posto!
Per quanto riguarda me: no, non credo di meritare, né ora né in futuro, il premio Nobel. Mentre forse il Dannie Haineman Pri-ze, sì, lo merito. Come del resto lo meriterebbero anche molti altri colleghi.
 
 
Lei però un Nobel lo ha già ricevuto, in qualità di segretario generale delle Pugwash Conferences on Science and World Af-fairs, note più comunemente solo come Pugwash, un’organizzazione di scienziati per il disarmo nucleare, che 1995 fu premiata con il Nobel per la pace insieme al suo fondatore Jo-seph Rotblat. Come ha cominciato a occuparsi di questi temi?
Per caso. Ero a Washington con mia moglie e i miei genitori nel momento cruciale della crisi dei missili sovietici a Cuba nel 1962. Ci stavamo avvicinando a una guerra nucleare.
Fino a quel momento mi ero interessato abbastanza poco di politica. Dopo quella esperienza ho dedicato parte del mio tempo al controllo delle armi nucleari, maturando una certa competenza e occupandomene attivamente. Per esempio mi sono impegnato nel dibattito in Italia sull’adesione al Trattato di non proliferazio-ne nucleare, a fianco di Edoardo Amaldi. E dal 1989 al 1997 sono stato segretario generale del Pugwash. 

Da quel premio Nobel sono passati 23 anni e il mondo è cambiato. Serve ancora il Pugwash?
Serve ancora, certo. Dopo la fine della guerra fredda il Pugwash ha continuato a occuparsi di conflitti che potenzialmente possono coinvolgere armi nucleari, come quello tra India e Pakistan e in Medio Oriente. Lo ha fatto con il suo consueto basso profilo, e mi preme ricordare che adesso è segretario generale un altro fisico italiano: Paolo Cotta Ramusino, dal 2002. 
Dico basso profilo, ma sono azioni importanti: tre anni fa il Pugwash ha organizzato un incontro a Doha, in Qatar, tra una delegazione di talebani e alcuni membri del governo afgano. Era un incontro riservato però dopo due giorni il «New York Times» gli ha dedicato il suo principale articolo di fondo. 
Ora con l’amministrazione Trump è tutto molto più difficile. Il Pugwash è una società civile di scienziati che dialoga con i governi. Con l’amministrazione precedente avevamo lavorato molto e bene: John Holdren, che è stato capo del comitato esecutivo del Pugwash, è stato per otto anni alla Casa Bianca come consigliere per la scienza e la tecnologia del presidente Barack Obama. Ades-so le cose sono molto diverse.
 
I giovani scienziati partecipano al Pugwash?
A dire il vero il Pugwash non è nato per i giovani scienziati. È un’organizzazione di scienziati eminenti, forse io ero il meno eminente di tutti! E di altri esperti che possono avere influenza sulla politica. È così da sempre ed è stato chiaro soprattutto in Unione Sovietica: la rivoluzione di Mikhail Gorbaciov credo che ne sia stata influenzata in modo determinante.
 
Sempre in tema, in Italia lei ha fondato l’USPID, l’Unione degli scienziati per il disarmo.
Sì, l’USPID è un’organizzazione italiana nata nel 1982 sull’onda dell’attività degli scienziati sui cosiddetti euromissili [missili con testata nucleare a raggio intermedio che furono installati da Stati Uniti e Unione Sovietica sul territorio europeo alla fine degli anni settanta e contro i quali nacque un forte movimento pacifista, NdR]. Continuiamo a fare attività e ogni due anni organizziamo un convegno internazionale a Castiglioncello, in Toscana. Gli scienziati italiani sono tutto sommato consapevoli della necessità di un loro impegno. E sarebbe utile che qualcuno cercasse di educare i nuovi governanti: magari tra loro ci sono persone motivate con cui si può lavorare.
 
 
Infine, come vede la situazione politica globale attuale?
Sono pessimista e ottimista insieme. Credo che si arriverà all’eliminazione delle armi nucleari ma, forse, solo dopo una catastrofe. Lo pensavo già prima, ma con l’elezione di Trump mi pare che la tendenza verso la catastrofe si sia accentuata. Mentre sulla questione nordcoreana credo che non ci sarà alcun progresso. È un regime orrendo, con milioni di persone chiuse in campi di concentramento. Ma non credo che quella dittatura rinuncerà mai alle armi nucleari: per loro sono garanzia di sopravvivenza.
Il clima? Non sono competente in materia ma direi che gli effetti del riscaldamento si cominciano già a osservare, soprattutto nell’aumento dei fenomeni estremi.
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