Grande coalizione: l'Italia segua la Germania e la Francia

di Giorgio La Malfa - 22/10/2007 - Politica interna
Grande coalizione: l'Italia segua la Germania e la Francia
In Germania, all’indomani delle elezioni del 2006, si è formata una grande coalizione fra democristiani e socialisti. E’ stata una scelta politica, non imposta dai numeri parlamentari in quanto, con i verdi e con il partito di Lafontaine e dell’ex-comunista Gysi, il partito socialdemocratico avrebbe avuto un’ampia maggioranza in Parlamento. Ha scartato questa soluzione ed ha scelto di allearsi con la Democrazia Cristiana: nel farlo e per farlo ha lasciato il Cancellierato alla signora Merkel.
All’indomani delle elezioni italiane dello scorso anno quella era la strada che l’Italia doveva imboccare. Era evidente, infatti, l’eterogeneità e contraddittorietà dello schieramento che aveva sostenuto Romano Prodi, mentre la situazione di quasi parità dei seggi in Senato rendeva comunque precaria la posizione del Governo e determinanti anche le più minute frange estremistiche della sinistra. Berlusconi si era dichiarato disponibile a questa soluzione e si poteva procedere.
Non ho capito perché Prodi abbia scartato immediatamente, senza neppure prenderla in considerazione, questa ipotesi, essendo evidente che egli sarebbe stata la prima vittima di una navigazione intrapresa in quelle condizioni. Né ho capito perché nei DS e nella Margherita non si sia aperta una riflessione su una scelta il cui esito disastroso, non solo per Prodi ma anche per loro, era facilmente prevedibile.
A oltre un anno dalla sua formazione, la grande coalizione in Germania funziona. Il Governo ha ridotto le tasse e, nello stesso tempo, sta rimettendo in sesto il bilancio, cosa che l’Italia, pur avendo avuto una crescita straordinaria delle entrate tributarie, non riesce a fare. Dunque la scelta tedesca aveva una seria ragion d’essere, mentre quella italiana è del tutto priva di senso.
Ora c’è la Francia. Nelle elezioni presidenziali di qualche mese fa Sarkozy ha vinto con una maggioranza significativa, confermata, seppure in misura più ridotta, nelle successive elezioni della Assemblea Nazionale. La crisi del partito socialista è devastante. Egli potrebbe quindi governare tranquillamente con il solo sostegno del proprio schieramento. Ed invece, fin dal primo giorno, ha inserito esponenti socialisti nella sua compagine: il ministro degli Esteri, il direttore del Fondo Monetario, il presidente della Commissione di studiosi chiamata a proporre un programma di rilancio dell’economia francese.
Forse la politica italiana dovrebbe riflettere su questa esperienza. Perché il neopresidente francese apre ai socialisti? Vuole aggravarne la crisi o vi è qualcosa d’altro? Io credo che Sarkozy, che si propone di incidere profondamente nelle condizioni della società francese, sia giunto alla conclusione che per farlo egli debba riuscire a coagulare un consenso più ampio di quello che i soli elettori del centrodestra gli hanno attribuito. Si rivolge dunque a una parte almeno degli ambienti che fanno riferimento ai socialisti per associarli al suo sforzo. Alcune delle osservazioni di Mario Monti nella sua intervista al Corriere vanno in questa direzione. Se così è, vuol dire che Sarkozy  ha varato, nelle forme proprie di quel sistema istituzionale, una specie di grande coalizione analoga a quella della Germania.

Dunque, dei tre grandi malati dell’Europa continentale - Francia, Germania e Italia – che hanno in comune bassa crescita economica, eccessiva pressione fiscale, squilibri elevati della finanza pubblica, peso soverchiante nelle scelte di governo delle forze sociali e delle più varie corporazioni, due adottano formule di unità nazionale. E noi? Noi, che oltretutto abbiamo problemi più gravi, dobbiamo sacrificare al mito dell’alternanza la possibilità di creare governi più omogenei programmaticamente e più forti nel Parlamento e nel Paese? Non credo che l’Italia se lo possa permettere. Il mondo corre e il tempo si è fatto breve.

dal Corriere della sera 20-10-2007

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