
<!--
@page { margin: 2cm }
P { margin-bottom: 0.21cm }
--</style>
Non si può discutere il caso Fiat come se fosse una sorta di déjà vu
Non ti buoi bagnare due volte nello stesso fiume: non siamo negli anni cinquanta. Lo scorporo dell’Auto dal gruppo Fiat, voluto da Marchionne, è una scelta strategica netta e comprensibile. Nasce una impresa che produce automobili e compete sul mercato mondiale. Rimane in Italia un’altra impresa, fondata sulla tradizione di una famiglia industriale, che non avrà il peso determinante che hanno avuto la Fiat di Valletta e quella di Gianni Agnelli. Quella Fiat è stata la più grande ed unica impresa italiana che produceva automobili: una combinazione nella quale il monopolio, la relazione preferenziale con il Governo e la dimensione della occupazione impiegata rappresentavano una terna sulla quale riposavano, insieme ed ambiguamente, un equilibrio di potere ed un equilibrio di mercato. Ora, la divisone in due entità, eterogenee per natura e non solo per dislocazione territoriale, genera una condizione nella quale niente potrà essere come prima. La multinazionale, che diventa un player del mercato mondiale dell’auto, è un’impresa che necessità di una produttività adeguata agli standard necessari per restare competitiva su quel mercato. La conglomerata controllata dalla famiglia Agnelli sarà uno dei centri del capitalismo italiano e potrà giudicare, di volta in volta, quanto produrre e come investire nelle varie opportunità che le si faranno incontro. La sensazione che si ottiene osservando le reazioni di sindacati e Confindustria alle conseguenze di questi eventi è singolare. Due organizzazioni che si occupano di rappresentare interessi collettivi dovrebbero prendere atto di tre elementi: valutare lo stato della situazione, in cui quegli interessi agiscono; valutare i traguardi di fondo che entrambe si rappresentano come destini identitari della propria azione; valutare lo spazio possibile del compromesso, senza il conseguimento del quale, non si coglie né il proprio destino finale né quello negoziato. Ed entrambe le parti perdono, per sempre, una occasione di reciproca condivisione. Ogni negoziato concluso è un vantaggio per entrambe le parti in causa. Tutti guadagnano un risultato. Ogni volta che non si conclude un accordo entrambi perdono qualcosa: sono tutti più poveri. Osservando il caso Fiat, insomma, sembra che i “duri a morire” siano troppi su entrambi gli schieramenti e che, se continua così, finiranno per generare un danno sia per le imprese che per i lavoratori. Confindustria, per utilizzare un esempio comparabile, non deve finire nella medesima trappola in cui sembra concludersi l’impatto con un governo di centrodestra. Non cogliere, come compromesso di destini diversi ma convergenti, alcun successo sula riduzione della pressione fiscale sulle imprese emerse è davvero un cattivo risultato: per la reputazione del Governo come per quella di Confindustria. Ci sono tre cose, d’altra parte, che sembra strano non percepiscano sia i sindacati che Confindustria. Non riconoscono che nel mercato mondiale conta la produttività. Non riconoscono che nella nuova dimensione della produzione non conta solo la tutela della mera erogazione di energia ad un salario standard da parte dei lavoratori – come accadeva nell’epoca del fordismo – ma che serve riconoscere, a chi impiega meglio quella energia, anche una parte dei vantaggi monetari che la circostanza genera per l’impresa. Non riconoscono che se cambia l’acqua del fiume in cui ci bagniamo dobbiamo anche fare i conti con quella diversità. Non prendere atto di tutto questo implica che entrambi restino convinti di un sistema adattivo dei contratti: se ne abbiamo firmato uno ieri non ne possiamo firmare uno diverso domani. Ma il contenuto dei contratti lo decidono gli attori non la storia dei contratti. Altrimenti non si cambia proprio mentre cambia il mondo e si rimane con le ruote sgonfie da entrambe le parti. Spostare l’accento sui cavilli – per firmare o non firmare, aderire o non aderire all’organizzazione che ha firmato – può essere una soluzione di comodo. Un espediente ma non una risposta ai problemi sui quali le organizzazioni di rappresentanza dovrebbero traguardare la propria identità, il proprio destino, e la natura delle scelte negoziali che pongono in essere. Se non esiste un destino diverso dal passato siamo tutti già morti. Perché la vita sta proprio nel riconoscere e costruire il cambiamento. Si può sperare che i “duri a morire” lascino il passo ai vivi primi di far morire tutti gli altri?
Massimo Lo Cicero
Napoli, 26 luglio 2010