Sulla crisi italiana

di Giorgio La Malfa - 14/11/2007 - Politica interna
Sulla crisi italiana
E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,
ma con dar volta suo dolore scherma.

(Dante, la Divina Commedia, Purg. VI)
 

Una crisi in pieno corso
 
Quanto a lungo può durare un Governo che ogni giorno rivela contrasti politici  sostanzialmente insanabili fra le sue componenti? Quale lascito negativo consegnerà al Paese una coalizione che può sopravvivere soltanto attraverso una ricerca affannosa di compromessi su qualunque problema? Non c’è il rischio che con il protrarsi nel tempo il danno prodotto da questa situazione possa crescere esponenzialmente?

Sono passati 18 mesi dalle elezioni politiche del 2006. Vi sono segni imponenti di malessere della pubblica opinione rivelati dalla tendenza dei sondaggi di opinione sul Governo, evidente fin dallo scorso anno, ma progressivamente accentuatasi con il passare dei mesi fino a toccare punte negative dell’ordine di quasi il 70% del corpo elettorale. Si poteva ritenere, nell’interesse del Paese, che questa situazione,  avrebbe indotto i partiti della maggioranza a una seria riflessione e a un deciso mutamento di rotta rispetto al passato. La maggioranza avrebbe potuto, ad esempio, utilizzare la pausa estiva per compiere uno sforzo di riflessione  e tornare, alla ripresa autunnale, con un atteggiamento tale da recare un po’ di requie ai contrasti che hanno accompagnato e punteggiato la vita del Governo Prodi fin dalla sua formazione nella primavera del 2006.

Ma questo non è avvenuto: in queste settimane che segnano la ripresa dell’attività politica dopo le ferie, tutto continua come prima. C’è uno scontro sull’impostazione della legge finanziaria che ripete la bagarre dello scorso anno fra chi propone di ridurre le tasse e chi vuole aumentarle,  chi concentrerebbe gli sforzi sulla riduzione del deficit e chi vorrebbe ridiscutere gli impegni contratti con la Commissione Europea. C’è la querelle sulla presenza dei ministri in piazza il 20 ottobre prossimo alla manifestazione contro la politica del Governo in tema di età di pensionamento, quasi che l’adesione alla protesta da parte di alcuni dei partiti della maggioranza non sia già di per sé un segnale di crisi del Governo. C’è la posizione dell’on. Veltroni, futuro leader del nascente Partito Democratico, che rassicura di continuo il Presidente del Consiglio circa il suo pieno sostegno all’esecutivo, ma la cui voce diviene un sussurro quando è costretto a dire che il Governo ha operato bene. C’è l’on. Fassino che chiede un rimpasto. Ci sono gli onn. Dini e Mastella che si interrogano pubblicamente sulla opportunità di aprire, attraverso una crisi di Governo, la strada a soluzioni diverse. C’è stata la vicenda della discussione in Senato sulla RAI, dove la maggioranza si è vista costretta, per le defezioni annunciate di un certo numero dei propri Senatori, a ritirare la mozione che essa stessa aveva predisposto. C’è l’on. Diliberto che ripropone il ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan, mentre il Presidente del Consiglio riafferma solennemente l’impegno a restare in quel paese. Insomma c’è una situazione di caos completo.

I giornali riferiscono a giorni alterni di un Prodi furibondo con i suoi alleati. Tentato dall’ipotesi di aprire egli stesso una crisi di Governo per provocare un chiarimento, ma trattenuto dall’incertezza sulle conseguenze che questa mossa potrebbe avere e, forse, dal sospetto che l’avvio formale della crisi potrebbe fare il giuoco di quanti, nella sua maggioranza, consapevoli di questi problemi, vorrebbero dar vita a una soluzione diversa. Che tutta la maggioranza viva la situazione con crescente malessere è evidente. La sinistra denuncia l’esistenza di una deriva moderata in seno alla coalizione. La parte moderata considera troppo forte il peso nel Governo delle componenti  radicali. Ciascun partito vorrebbe rassicurare i propri sostenitori mostrando che la linea del Governo coincide con le sue posizioni. Per questo si tende a fare di ogni problema una questione di prestigio.

A conclusione della riunione della maggioranza che si svolse a Caserta all’inizio di quest’anno fu solennemente annunciato che in caso di contrasti interni alla coalizione sarebbe stato il Presidente del Consiglio ad avere l’ultima parola. Il senso di quell’accordo era che, ogniqualvolta fosse emerso un dissenso non componibile fra i partiti della maggioranza, il Presidente del Consiglio avrebbe avuto la responsabilità di stabilire la posizione del Governo e che, una volta che Palazzo Chigi avesse parlato, tutta la maggioranza  si sarebbe riconosciuta in quella posizione e l’avrebbe fatta propria. In realtà, nonostante quell’impegno,  nessuno riconosce al Presidente del Consiglio questa facoltà e lo stesso Prodi, consapevole che un dissenso che si manifestasse nei confronti di una sua parola finale porterebbe alla crisi di Governo, ha preferito in questi mesi non fare uso del potere conferitogli dagli alleati. Dal punto di vista della sopravvivenza del Governo, egli forse non ha torto. Ma la sua prudenza e il suo silenzio proiettano verso l’esterno un’immagine fatale di debolezza e di irresolutezza.

I sintomi di malessere nell’opinione pubblica sono la spia di questa situazione. Essi si vanno accentuando. L’impressione di paralisi che dà la classe politica favorisce l’emergere di posizioni rozze di rifiuto della politica in quanto tale. E’ inutile polemizzare con chi si vale di questi stati d’animo della pubblica opinione per costruire o per consolidare una personale presenza pubblica. Sarebbe necessaria una svolta politica. L’iniziativa dovrebbe sorgere all’interno della maggioranza e, a quel punto, l’opposizione non potrebbe chiamarsi fuori dal tentativo di rispondere subito alla crisi del Paese, senza rifugiarsi nella richiesta di elezioni anticipate il cui svolgimento comporterebbe comunque un altro anno di paralisi. Ma non sembra esservi nessuno che abbia riflettuto a fondo sulle cause vere della crisi, sulla profondità del malessere e sulle conseguenze drammatiche che il prolungarsi di questa condizione avrà sulle istituzioni. Non c’è nessuno che mostri di avere maturato, sulla base delle conclusioni di quella riflessione, un disegno politico e sia disponibile e preparato a promuoverne la realizzazione. La politica dovrebbe saper  anticipare i problemi, non limitarsi a constatarli. Se l’essenza della leadership sta in questa capacità di anticipazione, oggi l’Italia è priva di leadership. Se invece si confonde la popolarità, che nasce dal dire ciò che è sotto gli occhi di tutti, con la leadership. si potrebbe concludere che oggi in Italia abbondino i leader politici.

Diviene legittima la domanda se, dietro l’apparenza, esista ancora un Governo. Il problema non può non occupare l’attenzione del Presidente della Repubblica: perché se questi ha un ruolo costituzionalmente definito nelle situazioni di crisi, egli ha anche la responsabilità, alla quale ha fatto cenno più volte, di assicurare una vita ordinata delle istituzioni. E questa responsabilità può richiedere – ed in questo caso chiaramente richiede – di svolgere nelle forme riservate che sono proprie a questa istituzione una ricognizione attenta delle possibilità di modificare una situazione che oggi appare priva di speranze e di prospettive e di incoraggiare i possibili interlocutori di una diversa condizione a farsi avanti ed a rendersi disponibili alle decisioni ed alle iniziative necessarie.
 
 
Una falsa partenza
 
Dovrebbe essere ormai evidente, a tutti i protagonisti della vita politica così come  a tutti gli osservatori, che all’indomani delle elezioni del 2006 sarebbe stato opportuno – anzi  necessario - prendere una strada diversa da quella che si è seguita. Visto l’esito del voto che indicava un elettorato esattamente spaccato a metà fra il centro-destra e il centro-sinistra, vista la sostanziale parità fra i due schieramenti in Senato,  tenuto conto del carattere composito della propria coalizione, sarebbe stato saggio per il centro-sinistra, cui spettava, avendo vinto seppur di misura le elezioni, la mossa iniziale, proporre immediatamente un’intesa con il centro-destra. Era evidente infatti che, procedere alla formazione del Governo come se il centro-sinistra godesse di una maggioranza confortevole, avrebbe reso assolutamente determinante nel Governo il peso delle componenti più radicali della coalizione. Questo avrebbe, a sua volta, accentuato e reso più profonda la spaccatura del Paese che il risultato elettorale aveva messo in chiara evidenza.

Non si è trattato di un errore singolo, ma di una catena di errori che ha avuto inizio con l’elezione dei vertici istituzionali e  che ha preceduto e in larga parte condizionato la fase successiva della costituzione del Governo: una scelta più equilibrata dei tre vertici istituzionali, la cui elezione precedeva la formazione del Governo, avrebbe preparato il terreno alla ricerca di soluzioni diverse da quella che si è poi realizzata. In particolare sarebbe stato prudente, pur in attesa di definire meglio il quadro politico e di Governo, affidare una delle presidenze delle Camere a un esponente delle opposizioni creando così un clima diverso nelle istituzioni e nella vita politica. Ma sull’impostazione di questo primo determinante passo hanno pesato la non unicità di indirizzi nel centro-sinistra e la peculiarità della posizione di leadership di Romano Prodi. In realtà a complicare la situazione della maggioranza vi è il fatto che la leadership di Romano Prodi nasce non  tanto dal riconoscimento di una sua funzione trainante rispetto all’alleanza, quanto dal fatto che egli costituisce l’unico punto di equilibrio che sia stato individuato fra le diverse componenti della coalizione. In un certo senso, quindi, il permanere di una situazione di precarietà nella coalizione è l’unico autentico fondamento del riconoscimento della continuità della leadership di Prodi.

La conseguenza di questa situazione è che il Presidente del Consiglio ha ritenuto e tuttora ritiene indispensabile per la propria leadership la chiusura della maggioranza in sé stessa, per quanto risicato sia il consenso elettorale ricevuto ed ha trovato, su questa posizione, il sostegno pieno di tutte le componenti radicali del centro-sinistra, preoccupate da qualunque accenno di allargamento verso il centro delle intese, istituzionali o di Governo. Pur di fronte a una impostazione di questo genere, forse il centro-destra avrebbe posto le basi per una diversa evoluzione della legislatura se avesse trovato il modo – in particolare nella elezione del Presidente della Repubblica – di uscire dal recinto nel quale il centro-sinistra intendeva restringerla. Probabilmente ha pesato sulle scelte dell’opposizione la speranza che i dati numerici della rappresentanza parlamentare uniti alla mancanza di omogeneità dell’Unione potessero dar luogo a un incidente iniziale di percorso tale da far saltare immediatamente la maggioranza. Forse, di fronte alla indicazione del nome di un uomo come Giorgio Napolitano per la Presidenza della Repubblica, il centro-destra avrebbe potuto autonomamente dare un segnale di disponibilità alla ricerca di intese più larghe, anche se la maggioranza, con la scelta dei vertici delle Camere e con la ripetuta affermazione della propria autosufficienza, aveva reso più difficile per le opposizioni il percorrere questa strada.

In realtà doveva essere lo stesso Prodi, in quanto capo della coalizione vincente, a valutare quello che era del resto evidente, e cioè che non sarebbe stata possibile, in quelle condizioni, un’azione coerente di Governo. Egli aveva davanti a sé il recente esempio delle elezioni tedesche dove la socialdemocrazia, pur avendo la possibilità di formare una maggioranza numericamente consistente con gli ex-comunisti e con i verdi, aveva preferito percorrere la strada di un’intesa con la Democrazia Cristiana e aveva concesso il Cancellierato alla signora Merkel, rappresentante del partito che aveva ottenuto un numero di seggi lievemente superiore al proprio. Prodi avrebbe avuto titolo, in base all’esito delle elezioni, a chiedere per sé la Presidenza del Consiglio in seno a una coalizione di unità nazionale. Il centro-destra, che sapeva di avere perso, seppure di poco, le elezioni, aveva dichiarato la propria disponibilità a una tale soluzione e non avrebbe potuto che riconoscere a Prodi il ruolo di Presidente del Consiglio. Prodi sembra non avere preso neppure in considerazione un’ipotesi di questo genere. Il perché è chiaro per la natura particolare, di cui si è detto,  del rapporto che lega Prodi alla sua coalizione, ma, visto il danno di immagine che egli ha subìto a seguito della navigazione accidentata alla quale si è accinto, forse sarebbe stato più saggio per il professor Prodi personalmente e per il nostro Paese se egli avesse ragionato a mente fredda su tutti i dati del problema ed avesse preso una decisione coraggiosa che avrebbe modificato profondamente le condizioni del Paese.

Ma se la proposta di un Governo che tenesse conto dei dati numerici e politici emersi dalle elezioni non fosse venuta da Romano Prodi, essa sarebbe dovuta venire dai DS e dalla Margherita, i quali avevano i numeri e la possibilità di imporre a Prodi questa soluzione, non avendo neppure il vincolo di essere stati, come Prodi, a capo di una coalizione che, con quella proposta, si sarebbe, con ogni probabilità, dissolta. Invece da questi partiti non è venuto nulla, nonostante nelle loro conversazioni politiche private essi si dichiarassero consapevoli della sostanziale impossibilità di esercitare, in quelle condizioni politiche e numeriche, una efficace azione di governo. E tuttora non viene nulla, se non accenni a una futura libertà di alleanze che alimentano, inutilmente, i sospetti della parte più radicale della coalizione.

Quando si cerca di approfondire le ragioni che hanno portato il centro-sinistra a scartare, senza neppure esaminarla attentamente, l’ipotesi di formare una maggioranza di unità nazionale, gli esponenti del centro-sinistra essenzialmente offrono due spiegazioni. La prima attiene alle differenze fra il sistema elettorale tedesco e quello italiano: in Germania - essi fanno osservare - la socialdemocrazia non aveva affrontato la campagna elettorale con un patto con le componenti rosso-verdi schierate alla sua sinistra. Ciascuno correva per sé e la formazione del Governo era rimessa agli accordi parlamentari. In Italia, una soluzione diversa da quella che si è sperimentata avrebbe comportato la rottura di un accordo pre-elettorale e dunque un tradimento di un patto implicitamente stipulato con gli elettori dai partiti della coalizione di governare tutti insieme o di andare tutti insieme all’opposizione. La seconda spiegazione si rifà al carattere particolarmente aspro che lo scontro elettorale aveva assunto in Italia, alle caratteristiche specifiche della figura di Silvio Berlusconi ed al rischio sostanziale che un accordo con il centro-destra e con il suo leader potesse determinare una drammatica reazione negativa da parte dei propri quadri e dell’elettorato.

Vale la pena di approfondire queste due spiegazioni e valutare se, tenuto conto dell’esito del confronto elettorale, esse fossero davvero così vincolanti per i partiti del centro-sinistra e tali da far scartare a priori qualsiasi ipotesi diversa da quella che è stata seguita, nonostante fossero ben evidenti, fin da quei giorni iniziali della legislatura, le difficoltà di ordine politico-programmatico, oltre che numerico, alle quali il Governo avrebbe dovuto far fronte. Circa la prima considerazione e al carattere assolutamente vincolante che il patto pre-elettorale avrebbe nel sistema politico italiano, si deve osservare che è chiaro a tutti che le coalizioni elettorali italiane non nascono da una comunanza di impostazioni da parte dei partiti che le costituiscono, ma riflettono uno stato di necessità conseguente al sistema elettorale adottato in Italia a partire dalle elezioni del 1994 e confermato, sotto questo rispetto dalla nuova legge elettorale proposta dalla maggioranza di centro-destra in vista delle elezioni del 2006. Per poter vincere nei collegi uninominali previsti dalla legge Mattarella, così come per poter godere del premio di maggioranza previsto dalla legge in vigore, è indispensabile formare una coalizione la più ampia possibile di partiti, estendendo, in tal modo, la presa sull’elettorato verso il centro da un lato, verso le posizioni più estremiste dall’altro. In altre parole le alleanze stipulate in vista delle elezioni sono esplicitamente alleanze fra forze diverse, disparate e spesso lontane, nelle quali l’unico elemento comune è la prospettiva del successo elettorale e la sconfitta della coalizione avversa. E’ del tutto evidente che la distanza che sul piano programmatico e politico si riscontra fra le componenti centrali dei due schieramenti è in genere minore di quella che si registra all’interno di ciascuno dei due schieramenti. In sostanza i due cartelli si formano per effetto dei meccanismi della legge elettorale e uniscono forze profondamente diverse fra loro.

Di questo carattere di necessità delle coalizioni sono consapevoli sia i partiti politici, sia l’opinione pubblica. Di conseguenza, se la situazione emersa dalle urne impone una rottura del cartello elettorale, non si vede dove stia il tradimento perpetrato nei confronti dell’elettorato. Anzi, larga parte dell’elettorato delle due coalizioni percepisce le difficoltà che derivano dalla legge elettorale e sente che le coalizioni forzate snaturano le idee e i valori che li spingono a votare per uno o l’altro partito. La spiegazione della rapida perdita di consensi di cui le coalizioni fanno immediata esperienza non appena si formano i governi si trova proprio nell’insoddisfazione che ciascuna delle componenti di queste composite maggioranze manifesta per i compromessi ai quali essa è costretta dalla partecipazione al governo. Il vero e proprio tradimento che viene percepito e che porta alle manifestazioni di insofferenza è quello che appare quotidianamente perpetrato dal proprio partito per poter stare al governo in alleanza con partiti che rappresentano posizioni politiche ed ideali molto diverse dalle proprie.

Un esponente di prestigio del centro-sinistra si interrogava, nel corso di una conversazione privata di qualche tempo fa, su quali fossero stati gli errori commessi dal Governo che avevano determinato una perdita così impressionante di consensi in tutti i settori della società. Come era riuscito il governo – si domandava -  a scontentare in pochi mesi tutti – le classi operaie e i ceti medi, i giovani e gli anziani, gli intellettuali ed i professionisti? Si può cercare una risposta nelle scelte specifiche del governo, nell’impostazione della legge finanziaria dello scorso anno, ad esempio, che certamente è stata disastrosa. Ma in realtà la domanda è mal posta. L’insoddisfazione che i sondaggi misurano non è la reazione a specifiche scelte dell’Esecutivo. Essa è piuttosto il riflesso diretto della estrema dispersione di posizioni all’interno della coalizione dell’Unione su tutti i temi politici, economici e sociali, cosicché le posizioni del Governo, che altro non può fare che cercare di individuare un punto di equilibrio fra di esse, non possono non essere assai distanti dalle posizioni di ciascuno dei contraenti. Sommandosi al giudizio negativo della metà degli elettori che alle elezioni votarono per il centro-destra, è semmai sorprendente che un terzo degli elettori si dichiari tuttora nel complesso soddisfatto dell’operato del Governo.

Quanto alla seconda ragione, che si fonderebbe sul carattere particolarmente aspro dello scontro politico italiano,  anche questa è una considerazione priva di consistenza. In tutti i paesi democratici al momento delle elezioni lo scontro fra maggioranza ed opposizione viene presentato come una scelta essenziale dalla quale dipende la sorte del paese. I riferimenti frequenti nel dibattito politico italiano a un bipolarismo “temperato” o “gentile” ignorano l’asprezza delle accuse che gli schieramenti concorrenti si rivolgono vicendevolmente negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Germania, in Francia e dovunque. Non è vero che in quei paesi non vi sono ‘nemici’, ma solo ‘avversari’. I contrasti sono durissimi. Ma quando è necessario gli accordi si fanno e si fanno con la parte avversa individuando i necessari terreni di incontro e i punti di contatto. I nemici divengono alleati mettendo da parte, per il tempo necessario, la prospettiva di rappresentare ciascuno un’alternativa all’altro schieramento, in vista di un risultato altrimenti non raggiungibile.

Gli accordi di grande coalizione o di solidarietà nazionale sono accordi di carattere eccezionale e per definizione provvisorio. Essi sono legati alle circostanze particolari della situazione politica del Paese. Non rappresentano in sé né una soluzione valida per tutte le circostanze, né un pericolo di commistione fra forze diverse che presenta dei pericoli per la vita democratica. Sono, se necessarie, soluzione specifiche e transitorie ai problemi che un Paese è chiamato ad affrontare. Vanno valutati in concreto, in rapporto alle altre soluzioni disponibili, se ve ne sono.

Qualcuno pensa forse che per Aldo Moro o per Ugo La Malfa da un lato, per Enrico Berlinguer o per Luciano Lama dall’altro, la formazione nell’Italia degli anni ’70 di maggioranze parlamentari di unità nazionale fosse il coronamento di sogno o la realizzazione di una soluzione politica di lungo termine? Vi erano forse, all’interno del mondo cattolico e del mondo comunista delle componenti che consideravano naturale l’incontro fra le due grandi culture di massa emerse nel secondo dopoguerra? Ma ai leader della DC – a cominciare da Aldo Moro – a quelli dell’Italia laica, come Ugo La Malfa, come ai leader del PCI, la solidarietà nazionale appariva sostanzialmente come una scelta dettata da uno stato di necessità in rapporto a una analisi dei problemi del paese ed alla difficoltà di affrontarli in modo efficace dividendo le forze politiche che su quei problemi – ed in particolare sul terrorismo da una parte, e sui pericoli di un’inflazione incontrollata dall’altra – avevano posizioni sufficientemente convergenti. Si trattava di un incontro provvisorio fra forze in passato nemiche, destinate con ogni probabilità a scontrarsi nuovamente in futuro, ma la cui collaborazione sola poteva preservare il funzionamento del sistema. Proprio la diversità delle posizioni di partenza e degli obiettivi ultimi di queste forze politiche aveva reso necessaria la lunga preparazione di questo accordo fra il 1972 e il 1976. Ma la prova del carattere particolarmente precario di quella alleanza è nel fatto che, nonostante la lunga preparazione, la coalizione resse per un tempo brevissimo, dopo il quale riprese la normale dialettica, che aveva accompagnato la storia d’Italia nel secondo dopoguerra, fra la DC e i suoi alleati da una parte e il PCI e i suoi alleati dall’altra. Ma nonostante la brevità e la straordinarietà di quell’incontro, i risultati sono stati positivi per il nostro Paese sui due terreni su cui l’incontro si era realizzato.

Nella parola alleanza c’è di per sé qualcosa di provvisorio che accenna a uno stato di necessità. Se non fosse così le forze si fonderebbero fra loro, dando vita a qualcosa di comune, come DS e Margherita stanno cercando di fare. Nella vita politica è necessario tener conto di  tutte le circostanze e di tutti i problemi ed adattare le soluzioni alla natura, alla complessità, alla difficoltà delle questioni da affrontare. E’ questa flessibilità che, insieme a molti difetti, ha costituito il pregio dell’esperienza del primo cinquantennio della Repubblica. E’ l’inflessibilità, la rigidità, l’incapacità di adattamento che rappresenta il difetto cruciale dell’esperienza che l’Italia sta vivendo dal 1994 in avanti.

Dunque né il sistema elettorale, né le particolari caratteristiche dello scontro politico italiano impedivano nella primavera del 2006 di cercare una strada che avrebbe consentito di formare delle maggioranze più ampie numericamente e più omogenee al loro interno. La responsabilità principale di avere recisamente rifiutato anche la sola possibilità di esplorare questa strada cade essenzialmente sul Presidente del Consiglio ed è collegata al paradosso al quale si è accennato sopra e cioè al fatto che proprio le divisioni della coalizione rendono necessaria e insostituibile la leadership del professor Prodi. In ogni caso, egli avrebbe potuto cercare di rompere il gioco di queste contraddizioni e non può, quindi, per questa ragione, attribuire ad altri che a sé stesso la responsabilità per una situazione di frammentazione politica, di paralisi dell’azione di governo, di sempre più manifesta insoddisfazione dell’elettorato.

Resta da chiedersi, tuttavia, perché le componenti centrali dell’Unione - i DS, la Margherita e l’Udeur – e sopratutto le prime due - tutte forze consapevoli del fatto che il programma comune sottoscritto dall’Unione non era una vera piattaforma per un’azione di governo non abbiano imposto, come il loro peso politico e numerico avrebbe consentito, una soluzione diversa. Ati a alimentare i sospetti della parte più radicale della coalizione.la, se non accenni a una futura libertà di alleanze desti Non è facile dare risposta a questo interrogativo. Forse ha pesato in molti esponenti dei DS e della Margherita una riserva mentale e cioè che non fosse conveniente opporsi frontalmente al desiderio di Romano Prodi di tentare, nonostante tutto, l’avventura della formazione del Governo, riservandosi essi di ricercare, quando questo esperimento fosse fallito, una soluzione diversa e più adeguata – fosse questa la formazione di un governo istituzionale o la ricerca di un vero e proprio accordo politico come quello in corso in Germania. I ripetuti accenni, nelle scorse settimane, a possibili soluzioni alternative, ad alleanze di “nuovo conio”, alla libertà di movimento che riserverebbe per sé stesso il nascente Partito Democratico, a possibili governi  istituzionali, sono una conferma di questa ipotesi.

Da qualcuno fu fatto osservare, da subito, che era del tutto illusorio coltivare questa strategia e di questa valutazione venne informato, come era doveroso, il Presidente della Repubblica. Nelle scelte politiche è essenziale la scelta dei tempi. Una soluzione che potrebbe essere realizzata oggi da politici lungimiranti, disposti magari a non essere compresi immediatamente dall’opinione pubblica, potrebbe non essere più possibile domani, quando la stessa opinione pubblica se ne sia convinta. Machiavelli scrisse che “tanto è più difficile conoscere questi inconvenienti quando é nascono”  e aggiunse che “quando i cittadini si avveggono dello errore loro, hanno pochi rimedi ad ovviarvi” (Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio capitolo 33).

Una visione anticipatrice è l’essenza della leadership politica, da non confondersi con la popolarità dei leader che è fondata essenzialmente sulla capacità di constatare e comunicare ciò che è sotto gli occhi di tutti. L’Italia ha sicuramente un discreto stock di leader politici capaci di coltivare la popolarità. Non sembra, giudicando obiettivamente dalle condizioni in cui il paese si trova, che essa disponga oggi della leadership politica di cui avrebbe bisogno.

Perché, nel caso specifico, un’eventuale riserva mentale di sperimentare dopo il fallimento del Governo Prodi, una soluzione di larghe intese con l’opposizione rivelava un calcolo sbagliato? La risposta è che, una volta formato il Governo sulla base della coalizione elettorale dell’Unione ed avviata così la legislatura, i casi erano due e due soli: se il Governo Prodi avesse avuto successo, non vi sarebbe stata ragione di percorrere una via subordinata. Se non lo avesse avuto, i sondaggi di opinione e i giudizi dell’elettorato si sarebbero volti in favore del centro-destra facendo venir meno ogni incentivo negli esponenti di questa parte politica a una soluzione di solidarietà nazionale.

Questo è quello che è avvenuto. Mentre nella prima fase della legislatura Silvio Berlusconi aveva sostenuto ripetutamente l’opportunità di costituire un Governo fondato su un’intesa che comprendesse le maggiori forze dei due schieramenti, con il passare del tempo e con l’evidente frana nei consensi per il Governo, egli ha progressivamente abbandonato questa ipotesi, che era del resto invisa a una parte importante del suo stesso schieramento. Nei giorni scorsi l’on. Berlusconi ha dichiarato che non esistono più alternative al ricorso a nuove elezioni ed ha aggiunto che la caduta del Governo Prodi dovrà essere seguita dalla convocazione dei comizi elettorali. Al massimo – egli fa capire – vi potrebbe essere il sostegno del centro-destra a un Governo che avesse come unico programma l’introduzione di qualche modifica minore alla legge elettorale esistente e che poi indicesse i comizi elettorali. Con sondaggi di opinione che misurano giudizi negativi sul Governo pari al 67% del corpo elettorale, sarebbe sorprendente un atteggiamento diverso.

Oggi diviene dunque più probabile che alla caduta del Governo Prodi facciano seguito le elezioni politiche. La stessa data del 2008 che, fino ad ora, appariva più come un auspicio delle opposizioni che come un realistico sbocco della situazione, comincia ad assumere i contorni di un esito possibile. Oltre al logoramento dei rapporti interni alla maggioranza ed al crollo dei consensi per il Governo in tutti i sondaggi, vi sono alcuni specifici fattori che possono concorrere a spingere verso questo esito. Il primo è l’avvenuta raccolta delle firme necessarie per la celebrazione del referendum sulla legge elettorale. Qualora la Corte Costituzionale dichiari, come è molto probabile, ammissibili i quesiti referendari, ed essendo difficile, se non impossibile,  che il Parlamento riesca a varare una nuova legge elettorale che impedisca la celebrazione del referendum, le elezioni anticipate possono divenire il solo mezzo per evitare il referendum e per avere il tempo, all’inizio della successiva legislatura, per approvare una nuova legge elettorale. Vi sono forze politiche della maggioranza che hanno dichiarato di voler impedire in tutti i modi la celebrazione del referendum. Una dichiarazione in questo senso è venuta dall’on. Mastella. Ma anche se questa minaccia non dovesse concretizzarsi, il probabile successo del sì nel referendum provocherebbe comunque lo scioglimento del Parlamento. Le leggi elettorali si approvano in genere alla fine delle legislature perché, varato un nuovo sistema di voto, non si vede la ragione di ritardarne la sperimentazione. Se poi il nuovo sistema è il frutto di un voto referendario, carico di una critica radicale alla politica, la delegittimazione del vecchio Parlamento sarebbe immediata e difficilmente sostenibile per più di qualche mese.

Analisi di stampa apparsi nei giorni scorsi indicano inoltre che fra quanti potrebbero orientarsi a favore di elezioni a breve scadenza, vi sarebbe anche l’on. Veltroni, destinato ad assumere nelle prossime settimane la leadership del Partito Democratico. L’analisi che viene fatta è la seguente: visti i giudizi così negativi che il Governo raccoglie e la difficoltà di immaginare che esso possa risalire nei consensi degli elettori, converrebbe all’on. Veltroni, non potendo cambiare la formula di governo,  affrontare immediatamente nuove elezioni politiche, anche con il rischio, se non proprio la certezza,  di perderle, in quanto, essendo segretario da poco tempo del nuovo Partito, egli non potrebbe essere ritenuto responsabile di aver perso e fatto perdere le elezioni. Dall’opposizione egli potrebbe più agevolmente dedicarsi a preparare una piattaforma programmatica e politica per il turno elettorale successivo.

Per tutte queste ragioni, oggi, non appare impossibile che le elezioni abbiano luogo nel 2008. E con il passare delle settimane questo esito rischia di divenire sempre più probabile. Una crisi che avesse luogo mentre le Camere esaminano il bilancio dello Stato e la legge finanziaria renderebbe necessario costituire un Governo che completi quantomeno l’iter di quei documenti. Da gennaio in avanti, una crisi potrebbe condurre direttamente allo scioglimento delle Camere.
 
 
Un bilancio politico della seconda Repubblica
 
Sono passati ormai oltre 13 anni dalle elezioni del 1994 che marcarono il cambiamento della legge elettorale ed il mutamento della forma di Governo dal sistema parlamentare alla indicazione diretta del premier da parte dell’elettorato. E’ difficile evitare la conclusione che il bilancio di questa esperienza sia molto negativo. Si potrebbe citare, a riprova di questa affermazione, la deludente performance dell’economia italiana in tutti questi anni, la perdita costante di competitività, a partire dall’inizio degli anni ’90, sulla quale giustamente insiste spesso il Governatore della Banca d’Italia, la mancanza di significative riforme della Pubblica Amministrazione, dell’Università, del sistema pensionistico e così via. Ma senza fare riferimento ai dati economici sui quali sarebbe necessario soffermarsi più a lungo se si volesse istituire un rapporto fra la scelta della forma di Governo e l’andamento economico del Paese, basta considerare la condizione interna dei governi e delle maggioranze nel corso di questi anni: governi divisi, forti poteri di ricatto delle diverse componenti delle coalizioni, sostanziale impossibilità di promuovere modifiche e aggiustamenti in seno alle coalizioni – dunque insieme confusione e paralisi. L’esperienza copre ormai 13 anni e 4 legislature – 2 guidate dal centro-sinistra, 2 dal centro-destra. L’evidenza palmare dell’esito disastroso della seconda Repubblica è data dal fatto che  tutte le elezioni successive al 1994 hanno visto la vittoria delle opposizioni: al centro-destra vincitore nel ’94 è succeduto il centro-sinistra nel ’96; a questo, il centro-destra nel 2001; nel 2006 il centro-sinistra; con ogni probabilità il centro-destra vincerà le prossime elezioni e così via. Negli Stati Uniti o in Gran Bretagna il sistema bipolare tende a generare un’alternanza dopo esperienze di governo di una certa durata. Di norma la coalizione vincente dura almeno un paio di legislature: evidentemente la prima prova di chi vince le elezioni è positiva e l’elettorato la gradisce, salvo maturare con il tempo il desiderio del cambiamento. Qui in Italia il tratto caratteristico è l’insoddisfazione degli elettori e la ricerca di soluzioni diverse, in tempi sempre più ravvicinati: il malato, come dice il sommo poeta “non può trovar posa in su le piume, ma con dar volta suo dolore scherma.”

C’è la possibilità che con il tempo il sistema funzioni meglio e che, come sostiene qualcuno, con l’esperienza, maturerà anche una migliore qualità dei Governi, una maggiore coesione delle loro maggioranze, una minore frammentazione politica e una minore rissosità interna? Tutto è possibile, ma finora non è stato così. Ad alimentare questa illusione vi è poi una specie di giuoco delle luci e delle ombre che accompagna l’alternanza fra la destra e la sinistra. Quando una coalizione va al Governo, le luci della ribalta mettono spietatamente in evidenza tutto quello che non va: i dissidi programmatici, gli screzi fra gli alleati, la paralisi delle scelte, l’abbandono dei programmi elettorali che ne hanno favorito il successo. Mentre avviene che la relativa penombra in cui piomba l’ex-maggioranza dopo la sconfitta elettorale nasconda le differenze, rafforzi i tratti comuni e faccia apparire assai più compatibili fra loro le diverse istanze delle varie parti che la compongono. Ma quando l’opposizione vince le elezioni e va al Governo, il giuoco riprende a ruoli invertiti: la luce investe in maniera spietata l’ex opposizione e ne manifesta le rughe, mentre la penombra aiuta la maggioranza sconfitta a rifarsi il trucco.

Si poteva pensare che il centro-sinistra avesse fatto tesoro dell’esperienza negativa dei contrasti e degli scontri interni che accompagnarono la legislatura 1996-2001. Lo stesso Prodi aveva dedicato alla stesura ed alla approvazione del programma dell’Unione molta attenzione e lo aveva presentato come la garanzia che tutto era stato definito per tempo fra i contraenti dell’accordo. Allo stesso modo, in vista delle elezioni politiche del 2001, Silvio Berlusconi si era preoccupato di rassicurare l’elettorato che non si sarebbero ripetuti i contrasti che avevano accompagnato la sua esperienza di governo del 1994 e che era stata raggiunta una completa intesa programmatica e politica riassunta nel contratto sottoscritto con gli italiani di fronte alla televisione. In ambedue i casi l’illusione è stata brevissima: il contratto con gli italiani di fatto ha impegnato soltanto il Presidente del Consiglio e non certo i suoi alleati che si sono riservati la facoltà di sottolineare le proprie posizioni specifiche a discapito dell’azione comune di governo. La stessa cosa è avvenuta e sta avvenendo in questa legislatura nel centro-sinistra in termini ancora più drammatici che nel centro-destra, termini che riflettono la pozione di maggiore debolezza in seno alla coalizione di Romano Prodi rispetto a Berlusconi. L’esito è identico. I propositi di unità di intenti e la sottoscrizione di programmi comuni valgono soltanto per il tempo delle campagne elettorali. Non sopravvivono alle difficoltà dell’azione concreta di governo ed all’emergere dei problemi politici che la realtà del paese mette giorno dopo giorno davanti all’Esecutivo.
 
 
Per la riforma del sistema elettorale: due proposte alternative
 
Dunque la malattia da curare è insita nel sistema elettorale che ci siamo dati – non nel sistema elettorale con il quale abbiamo affrontato le ultime elezioni politiche, come tendono a dire gli esponenti del centro-sinistra, bensì nel tratto comune ai due sistemi elettorali che si sono succeduti fra il 1994 ed oggi. Questi due sistemi sono molto diversi: il più recente è un sistema proporzionale con un premio di maggioranza a favore della coalizione di partiti che raggiunga la maggioranza relativa dei voti; la legge Mattarella prevedeva che il 75% dei seggi fosse assegnato su base uninominale, il restante 25% su base proporzionale. Ma essi hanno un tratto comune, che prevale sulle differenze specifiche, rappresentato dal fatto che per poter vincere nei collegi maggioritari o per poter ottenere il premio di maggioranza si debbono formare due coalizioni quanto più estese è possibile, in grado di raccogliere uno schieramento molto ampio tendenzialmente maggioritario. In un paese, come è l’Italia, dove il frazionamento politico è tradizionalmente elevato e dove la varietà delle posizioni è molto ampia, un sistema elettorale che comporti la creazione di coalizioni elettorali è destinato a incamerare in seno a ciascuna di esse posizioni assai differenti fra loro ed a incorporare delle contraddizioni che sono destinate a manifestarsi specialmente quando la coalizione risulti vincente e sia chiamata ad assumere responsabilità di governo.

E’ bene ribadire che questo è il punto centrale della analisi della crisi italiana. Il problema non è se il sistema abbia natura proporzionale o natura maggioritaria, se sia fondato su collegi grandi nei quali si eleggano più deputati o su collegi uninominali nei quali venga eletto il candidato che consegue la maggioranza relativa dei voti. Il punto che accomuna il sistema di voto utilizzato fra il 1994 e il 2001 e la legge tuttora vigente con la quale si è votato nel 2006 è che, in ambo i casi, per poter vincere le elezioni è necessario formare una coalizione di partiti diversi, nell’un caso per potere prevalere nei collegi uninominali, nell’altro per poter godere del premio di maggioranza che l’attuale legge prevede.

Un volta costituiti i due larghi schieramenti che si affrontano o nei collegi uninominali o nel sistema proporzionale, lo schieramento che vince le elezioni viene proiettato al Governo in tutta la sua interezza, con la complessità e diversità di posizioni che hanno contribuito all’esito positivo del voto e con la difficoltà di riconciliare nell’azione di Governo posizioni che sono politicamente distanti e in molti casi fra loro avverse.

L
a cosiddetta sinistra radicale ha mobilitato i suoi aderenti al voto nel 2006 non solo con la prospettiva del ritiro delle truppe italiane dall’Irak, su cui era d’accordo anche larga parte della Margherita e dei DS, ma anche con quella del ritiro dall’Afghanistan e con la prospettiva di una presa di posizione in Medio-Oriente più vicina ai gruppi palestinesi e più lontana da Israele. Questo per alcuni aspetti della politica estera,. Quanto alla politica economica, queste componenti immaginavano un’azione di Governo incentrata sul ruolo dello Stato non solo nella redistribuzione dei redditi, ma anche nell’assunzione diretta di responsabilità nella stabilizzazione del lavoro precario. Questa sinistra non aveva fatto campagna elettorale sostenendo un aumento dell’età pensionabile, ma aveva insistito sul fatto che, vincendo l’Unione, si sarebbe eliminato lo scalone previdenziale contenuto nella legge Maroni approvata durante il quinquennio berlusconiano. Questi argomenti erano parte integrante del “contratto con gli italiani” che la sinistra radicale aveva sottoscritto per portare al voto i propri sostenitori. Per questa ragione appare patetico il richiamo frequente, rivolto dalle componenti moderate dello schieramento di centro-sinistra alle componenti più radicali, al senso di responsabilità che dovrebbe accompagnare l’assunzione di un ruolo di governo da parte di queste ultime. La partecipazione al governo rappresenta comunque un problema per una forza politica di minoranza perché essa non può non registrare una prevalenza nelle scelte di governo delle posizioni di altri partiti di dimensione più consistente. Se poi questa forza di minoranza ha un’ispirazione radicale, questa difficoltà di convivenza con forze di maggiore dimensione e il tipo di compromesso imposto dalla partecipazione al governo, rappresenta una difficoltà aggiuntiva. La partecipazione al governo appare comunque, agli occhi dei militanti, come un compromesso rispetto alla difesa intransigente delle proprie posizioni. Per limitare la perdita di motivazione dei propri sostenitori, è necessario ribadire di continuo che la partecipazione al governo non è “pagata” con un’attenuazione delle proprie tematiche. Esse anzi vanno ribadite ed affermate con maggiore forza proprio in quanto si è al governo – il luogo per accedere al quale si sospettano i peggiori compromessi da parte dei gruppi dirigenti.

Se il problema ha origine nei due sistemi elettorali che si sono succeduti nel corso di questi anni, ma che hanno un elemento in comune nel fatto che essi impongono di creare delle coalizioni molto larghe e, per ciò stesso, contraddittorie, allora la soluzione non può che essere quella di modificare radicalmente il sistema elettorale eliminando proprio ciò che impone la formazione delle coalizioni pre-elettorali. La difficoltà di affrontare questo problema è molto grande. In ambedue gli schieramenti si ripete, quasi come una litania, che tutto si può cambiare dei sistemi elettorali tranne quelle caratteristiche che danno (in modo illusorio) al popolo il diritto e la possibilità di scegliere, al momento del voto, il governo, chi lo presiederà e la maggioranza parlamentare che dovrebbe consentire al leader prescelto dai cittadini di governare meglio il paese. E’ un essenziale diritto dei cittadini – si proclama a destra e a sinistra – quello di poter scegliere con il proprio voto il Governo. Nel clima di antipolitica che si è creato nel paese, sostenere che il Parlamento sarebbe in grado – ed è stato in grado nel corso del dopoguerra – di fare scelte migliori e più sagge per il governo del paese è quasi una bestemmia. Si vuole – direbbero – sottrarre ai cittadini quella facoltà essenziale sperimentata in questi anni di scegliere i sindaci, i presidenti delle province, i presidenti delle regioni per restituirlo a quella casta politica che pensa solo a se stessa.

Ma la realtà del paese, dell’esperienza amara che si è compiuta in questi 13 anni di suffragio diretto per la scelta del Capo del Governo, dice che le cose non stanno così. I cittadini possono forse avere l’impressione di scegliere un Capo del Governo e si aspettano che questi abbia il potere di realizzare le cose che ha promesso. Ma i risultati dell’azione del Governo non confortano l’opinione che da questo potere loro attribuito essi abbiano tratto alcun beneficio. E’ difficile pensare che un elettore del centro-sinistra volesse, con il suo voto, produrre la situazione che è sotto gli occhi di tutti, così come gli elettori del centro-destra avevano il diritto di ottenere una migliore qualità di governo di quella che essi hanno ottenuto fra il 1994 e il 1996 e fra il 2001 e il 2006.

Dove sta il problema? Da dove nasce questo drammatico scarto fra la designazione diretta del Premier e la sua debolezza nell’azione quotidiana di guida del Governo? E’ stato debole Berlusconi o magari è stato distratto, rispetto alle esigenze del Paese, dal fatto che, come dice la sinistra, egli aveva altri interessi da coltivare e da difendere? La crisi del centro-sinistra è colpa di Prodi? E’ lui che non è capace, è incerto, irresoluto, o forse volutamente ambiguo fra le componenti moderate e quelle radicali? Insomma che cosa non ha funzionato rispetto alle speranze aperte dalla stagione dei referendum degli anni ’90, dalla crisi e dall’indebolimento dei partiti storici che avevano occupato e ingessato le stanze del potere italiano, dai nuovi protagonisti che si affacciavano sulla scena politica eletti nei collegi uninominali. Insomma che cosa ha fatto fallire la seconda Repubblica?

La risposta è probabilmente inaspettata per chi non vive dall’interno la vita politica: la causa dei guai è il meccanismo che era stato pensato per dare forza ai presidenti scelti dal popolo con il conferirgli una maggioranza in Parlamento; è il premio di maggioranza, il quale ha l’effetto di riprodurre i difetti del sistema proporzionale non nel Parlamento nel suo insieme, bensì nella metà circa del Parlamento che ciascuna delle due coalizioni elegge. Prodi è prigioniero del suo 51%, di quel 51% che ha messo insieme accostando fra loro pezzi e frammenti diversi. Egli non può liberarsi di alcuno di questi pezzi, perché – si dice – violerebbe il patto pre-elettorale e comunque, dopo averlo fatto, cadrebbe per sua colpa. Deve vivere e convivere con questa molteplicità di posizioni e con questa cacofonia di voci.

Ma esattamente la stessa cosa è avvenuta a Berlusconi fra il 2001 e il 2006: il pubblico impiego aveva almeno due difensori nella coalizione, a prescindere da qualunque argomento; le liberalizzazioni previste dal Piano di Lisbona erano anatema per gli antieuropeisti e per i difensori di tutte le categorie professionali; financo la spesa pubblica aveva dei tutori occhiuti nei partiti della maggioranza. Poteva Berlusconi prescindere da quelle posizioni? Certo avrebbe potuto farlo una volta, o due volte, ma non avrebbe potuto governare a lungo contro i propri alleati (ed i voti che questi avevano conferito alla coalizione). Poteva prospettare di andare alle elezioni tenendo fuori della coalizione l’uno o l’altro, ma in questo caso egli sapeva che avrebbe perduto. Allo stesso modo Walter Veltroni può sostenere che il Partito Democratico non sarà vincolato a confermare l’alleanza con tutte le componenti attuali dell’Unione. Ma può egli davvero usare questa affermazione altrimenti che come una minaccia, come un caveat rivolto ai più riottosi dei suoi alleati, in modo da frenarne il desiderio di protagonismo? Quale leader politico può avere il coraggio di buttare a mare ogni possibilità di vittoria elettorale escludendo dalla propria coalizione qualcuno che oltretutto è tanto più utile sotto il profilo elettorale quanto più distante si colloca rispetto al baricentro della coalizione.

Se questa è la diagnosi, allora si tratta di modificare la legge elettorale, ma non in qualche aspetto marginale, come la dimensione dei collegi o il voto di preferenza, o addirittura peggiorandola con l’estendere al Senato lo stesso premio di maggioranza che è previsto per la Camera dei Deputati. Si tratta di immaginare un sistema diverso che favorisca la formazione di governi più omogenei al loro interno e dunque più capaci di governare effettivamente. Questo è il punto centrale se si vuole affrontare la crisi italiana. 20 anni fa il problema era quello di introdurre dei correttivi capaci di attenuare la tendenza all’instabilità dei governi. Quel problema è stato curato: i Governi della seconda Repubblica hanno avuto una durata media maggiore di quella media dei 50 e più Governi che si succedettero nella prima Repubblica. In qualche caso, come è avvenuto fra il 2001 e il 2006, i Governi di fatto coincidono con la legislatura. Ma oggi il problema non è più quello. L’Italia ha bisogno di Governi che decidano, che scelgano, che diano indicazioni chiare sulla direzione nella quale vogliono far camminare il Paese. Di Governi che traballino, ma stiano in piedi, che stiano in piedi perché non decidono, che non decidono per poter stare in piedi il Paese non sa più che farsene.

Bisogna quindi immaginare una legge elettorale congrua per dare un senso al sistema di governo. Vi sono due modi fra loro profondamente diversi di cercare di produrre questo risultato – radicalmente diversi fra loro, ma anche del tutto diversi dal sistema attuale. L’Italia deve scegliere fra l’uno e l’altro di questi sistemi. Ciascuno ha dei pregi e dei difetti, ma essi avrebbero in comune il vantaggio enorme di eliminare quella che è la vera fonte di debolezza della seconda Repubblica: la iattura di dover costituire, per vincere le elezioni, coalizioni che hanno in sé i germi dell’ingovernabilità del paese. Vediamoli in concreto.

Il primo di questi sistemi affida al Parlamento la responsabilità della formazione dei governi. E’ in sostanza il sistema tedesco o anche il vecchio sistema che ha accompagnato la vita della Repubblica dal 1948 al 1994. Questo sistema presenta due pericoli: la frammentazione della rappresentanza parlamentare e l’instabilità dei governi. La prima Repubblica non ha sofferto troppo della frammentazione, forse perché in quel tempo la forza delle ideologie politiche impediva la proliferazione dei partiti. Ha pagato invece duramente il prezzo dell’instabilità dei governi: i 50 governi in 50 anni che hanno reso così impopolare il sistema elettorale proporzionale e favorito la sua eliminazione nel 1994. Alla frammentazione si può e si deve opporre uno sbarramento che può essere collocato, come in Germania al 5%. Accederebbe al Parlamento, con questo sbarramento, un numero di partiti compreso fra 5 e 10. Quanto all’instabilità, si potrebbe facilmente adottare, sempre seguendo l’esempio tedesco, il principio della mozione costruttiva di sfiducia, che impedirebbe di fatto le crisi che nascano in seno alla maggioranza parlamentare al solo scopo di modificare la composizione del Governo, quella che è stata la tara principale dell’esperienza italiana della prima Repubblica.

Il ritorno al sistema proporzionale, seppure con i due correttivi sopra indicati,  porterebbe con sé due vantaggi fondamentali. Esso porterebbe alla formazione di governi più omogenei, composti da forze che scelgano consapevolmente la strada della collaborazione – governi di cui esistono già oggi le premesse nella vicinanza che si riscontra fra le posizioni delle componenti non estremistiche dei due schieramenti. In più vi sarebbe il vantaggio, rispetto ad altri sistemi, come ad esempio il sistema uninominale a doppio turno “alla francese”,  di consentire l’accesso al Parlamento e quindi la piena agibilità politica ad alcune forze di orientamento radicale, di destra come di sinistra, le quali hanno una presenza consolidata nella vita italiana, ma che non contemplano nella loro azione l’obiettivo del governo, con le autolimitazioni che l’esercizio di questa responsabilità necessariamente comporta.

L’adozione di questo sistema avrebbe un ulteriore vantaggio, quello di consentire un riferimento più chiaro agli schieramenti politici che si riscontrano in seno al Parlamento Europeo dove operano essenzialmente 6 famiglie principali: il Partito Popolare, il Partito Socialista, il Partito Liberale, Democratico e Riformatore, i Verdi, la famiglia dei partiti ex o post comunisti, i partiti nazionalisti di destra. Il riferimento europeo darebbe un contributo importante per restituire un po’ di ordine alla vita politica italiana.

Vi è una seconda strada possibile che muove in direzione opposta alla precedente. Non si tratta di tornare verso un sistema parlamentare, seppure accompagnato da correttivi come quelli sopra indicati volti a ridurre la frammentazione politica ed a aumentare la stabilità dei Governi. Si può scegliere invece la strada di mantenere e perfezionare il sistema che è stato sperimentato in questi anni, di affidare agli elettori la scelta del Capo del Governo, eliminando però ciò che ne ha compromesso il funzionamento. Si tratta, cioè, di completare la trasformazione in senso presidenziale della nostra forma di Governo. E’ probabile che il discredito che accompagna il ricordo della Prima Repubblica, la paura dell’instabilità e l’ostilità oggi assai diffusa verso il corpo politico che si esprime nel Parlamento spingano l’opinione pubblica a preferire questa seconda strada. Forse è questa una scelta inevitabile dopo avere imboccato la strada dell’elezione diretta degli esecutivi ai vari livelli della società italiana, dai comuni, alle regioni, al Governo. Per prendere questa direzione di marcia bisogna però definire un modello elettorale che possa eliminare le cause che hanno pesato negativamente sul modo nel quale questo modello è stato applicato in Italia in questi anni.

Se la ragione essenziale del cattivo funzionamento del sistema italiano è l’eterogeneità delle coalizioni necessarie per raggiungere la maggioranza, allora bisogna avere il coraggio di separare nettamente la scelta del Capo del Governo dall’elezione del Parlamento. Si è rivelata illusoria l’idea che dando al Presidente del Consiglio eletto dai cittadini il supporto di una maggioranza parlamentare lo si rendesse più forte e più capace di realizzare il proprio programma. In realtà, una volta che il Capo del Governo viene eletto insieme alla coalizione che egli ha messo insieme o che lo ha proposto come leader, egli perde ogni autonomia e diviene prigioniero della sua maggioranza e delle contraddizioni che essa esprime. Un Presidente del Consiglio eletto senza riferimento alla maggioranza parlamentare sarebbe assai più libero di strutturare come meglio crede il Governo, di seguire nella attuazione del programma la propria agenda, di stabilire un rapporto con l’opinione pubblica non mediato dai partiti politici che lo circondano, lo condizionano e in definitiva, date le loro diversità, lo paralizzano.

Il sistema presidenziale è, per sua natura, un sistema che punta alla scelta di una personalità politica alla quale affidare il compito di costituire, di guidare, di indirizzare l’Esecutivo. Vi è una ragione di equilibrio democratico che consiglia di non affidare a questa stessa persona anche il controllo del potere legislativo. Un orientamento del Parlamento diverso da quello del Capo dell’Esecutivo lo costringe a ricercare la via del compromesso. Succede, senza traumi particolari, in Francia come negli Stati Uniti, ma questa condizione, quando si verifica, non attenua la unicità di indirizzo dell’Esecutivo che rimane guidato e diretto da quello che gli elettori hanno scelto per questo compito. In Italia queste considerazioni debbono essere integrate in base alla osservazione dell’esperienza di questi anni nei quali l’effetto positivo dell’indicazione diretta da parte dei cittadini del Capo dell’Esecutivo non è stata  rafforzata. E’ stata invece drammaticamente indebolita da leggi elettorali che costringevano i candidati alla guida del Paese a circondarsi di forze fra loro diverse, disparate e spesso in aperto conflitto che rappresentando la maggioranza del Parlamento finivano per imprigionare il capo della coalizione, fino a farne un ostaggio della loro frammentazione.
Si può dunque esplorare la strada della designazione diretta da parte degli elettori del Capo dell’Esecutivo. Ma il farlo richiede il coraggio di rinunciare ai meccanismi elettorali che collegano l’esito del voto presidenziale a quello del voto del Parlamento. Così descritta la trasformazione diviene un cambiamento molto profondo dell’assetto costituzionale e politico del Paese. Sul piano costituzionale - va aggiunto - il ritorno a un sistema parlamentare richiederebbe essenzialmente soltanto l’approvazione di una legge elettorale e, al massimo, l’introduzione nella Costituzione di un emendamento volto a introdurre la nozione di mozione costruttiva di sfiducia mentre il passaggio alla Repubblica presidenziale richiederebbe non solo di approvare una apposita legge elettorale, ma anche di porre mano a una profonda e complessa revisione della Costituzione per definire con chiarezza i limiti dell’Esecutivo e le prerogative del Parlamento.

In seno all’Assemblea Costituente la questione del presidenzialismo fu posta da alcuni autorevoli membri di quell’organismo: Piero Calamandrei, Randolfo Pacciardi, Leo Valiani furono fra quelli che si batterono per questa soluzione che ha dunque delle credenziali democratiche di assoluto rispetto, così come le ebbe la soluzione parlamentare che poi prevalse, anche per il troppo recente ricordo della dittatura e della enorme concentrazione di poteri in mano all’Esecutivo. Non vi sarebbe nulla di male se oggi la Repubblica decidesse che il sistema parlamentare era il più consono a una fase nella quale i partiti erano organismi stabili, strutturati e con programmi ben delineati e che oggi forse è venuto il momento di sperimentare l’altra soluzione. Quello che invece non si può e non si deve fare è mantenere in vita il sistema ibrido creato in questi anni nel quale il Parlamento perde la responsabilità di formare le coalizioni, ai cittadini si dà il senso fittizio di poter scegliere il Governo ed alla fine si rende il Capo dell’Esecutivo prescelto dai cittadini un ostaggio di quelli che hanno concorso a farlo eleggere. Si riproducono così gli aspetti deteriori del parlamentarismo, senza che vi sia il correttivo della possibilità di mutare la guida e la composizione del Governo nel corso della legislatura. Si è creata una specie di stabilità, come dimostra la maggior durata dei Governi della Seconda Repubblica rispetto a quelli dei Governi della Prima, ma al prezzo di una paralisi. Non è la stabilità che produce azione. E’ la stabilità della crisi.
 
 
Un invito all’iniziativa
 
Tutti i sondaggi sono concordi nell’indicare, se si votasse oggi,  uno scarto di 10-15 punti percentuali a favore dell’opposizione. Nessun esponente del centro-sinistra, nell’analizzare le prospettive della politica italiana, azzarda pronostici ottimistici sull’esito di eventuali elezioni politiche – che esse abbiano luogo nel 2008 o nel 2009. Nessuno pensa che l’attuale coalizione di Governo possa trovare la conferma nelle urne. Se la crisi di consensi per il centro-sinistra deriva principalmente dalla dispersione di posizioni dei partiti della maggioranza, è evidente che nulla può modificare questa situazione, né uno scatto di energia del Presidente del Consiglio, né la scoperta della moderazione da parte della sua maggioranza, né, infine, la nomina di qualcun altro al posto di Romano Prodi. Quella del centro-sinistra è una sconfitta annunciata, quale che sia la data delle elezioni e soprattutto è una condanna alla quale nessun esponente della coalizione ritiene sia possibile sottrarsi.

Per chi ha avuto modo, dal 1994 in avanti, di partecipare prima all’esperienza di centro-sinistra e poi a quella del centro-destra ed ha avuto modo di vivere dall’interno, da posizioni di responsabilità parlamentare o governativa l’esperienza del Governo Berlusconi fra il 2001 e il 2006, la sconfitta annunciata del centro-sinistra non genera l’attesa di un cambiamento in meglio della situazione. Possiamo permetterci di ignorare che se, come è probabile, la ruota della fortuna porterà al Governo una coalizione di centro-destra, probabilmente si riprodurranno i contrasti paralizzanti degli scorsi anni, la difficoltà di convenire su posizioni comuni, dalla politica economica alle riforme istituzionali? Si tenga presente che ora la coalizione sarà ancora più variegata, vista la rottura avvenuta in seno ad Alleanza Nazionale e la necessità di recuperare il voto di componenti estreme che finora erano state tenute ai margini. Al Senato, sul problema della RAI, la rottura della solidarietà delle opposizioni da parte del gruppo di Senatori usciti da AN, ha offerto una anticipazione di quello che  potrebbe succedere una volta che questa coalizione parlamentare tornasse al Governo. Per essere assolutamente certo della vittoria, inoltre, Berlusconi dovrebbe recuperare il rapporto con l’UDC e con il suo leader – cosa possibile nel momento del comune interesse al successo elettorale, ma destinata a rappresentare comunque un problema aperto, una spina nel fianco di Berlusconi di cui si sono già viste le conseguenze negative.

Bisogna auspicare, dunque, che avvenga qualcosa e subito. Ma non sono le forze del centro-destra che oggi potrebbero fare qualcosa seppure lo volessero. E, in ogni caso, come si è detto, esse ormai, nella loro maggioranza, non lo vogliono più. Chi può ancora fare qualcosa è qualcuno che si trovi attualmente nella maggioranza, che veda con chiarezza questi problemi e non sia disposto a contribuire a questo inutile rigirarsi dell’Italia da un fianco all’altro nell’impossibile ricerca di un sollievo che, nelle condizioni attuali, non può venirle.

Una crisi di Governo che avvenisse presto, entro le prossime settimane, potrebbe sfociare in un Governo di tregua concentrato su due priorità: risanamento economico e riforma del sistema elettorale. Va detto con chiarezza, per onestà di analisi, che non è detto che questo sarebbe l’esito sicuro di una crisi di Governo. Ormai l’esito delle elezioni anticipate è un esito possibile. Non lo sarebbe stato all’inizio della legislatura; non lo sarebbe stato ancora qualche mese fa, quando il Governo cadde per un incidente di percorso; lo è assai di più oggi. Ma ancor più lo sarà a partire dall’inizio del 2008, una volta approvarti il bilancio e la legge finanziaria, mentre si avvicina la data del referendum elettorale. A quel punto una crisi di governo sfocerà assai facilmente in nuove elezioni.

L’apertura di una situazione nuova potrebbe trovare in Berlusconi - al quale le due esperienze di Governo, se si comprende bene il senso di molte sue dichiarazioni, hanno lasciato molta amarezza - un interlocutore più disponibile di quanto non appaia oggi. Naturalmente per larga parte del centro-sinistra, anche di quella consapevole delle cose che qui si sono scritte, tutte le soluzioni sono possibili tranne quelle che vedano coinvolta Forza Italia e Berlusconi in prima persona. Ma questa non è che un’ulteriore prova della mancanza di leadership politica di queste forze. La ricerca di una via di uscita dalla crisi italiana richiede ed impone la partecipazione a questo sforzo delle grandi forze politiche – a sinistra del Partito Democratico, a destra di Forza Italia – attorno alle quali si possano poi raccogliere altre componenti responsabili dei due schieramenti. Immaginare una soluzione positiva della crisi che non implichi, da un lato, un accordo pieno di Berlusconi, che ha con sé metà del Paese, ed un suo sostegno al progetto e, dall’altro, del Partito Democratico e del suo leader annunciato, significa non avere compreso la natura e la portata dei problemi che l’Italia deve affrontare.

Dunque un’alleanza per fare. Essa troverebbe, fra l’altro, un importante elemento di coesione nell’attacco che le rivolgerebbero le forze rimaste escluse da questo accordo. Ma questa è la sola strada che l’Italia può imboccare per riprendere in mano una situazione che va sempre più rapidamente degradando. Il tempo però si è fatto strettissimo. Nel giro di qualche settimana, il profilo della legislatura non potrà più cambiare: potrà solo essere più o meno lunga l’agonia della legislatura e, con essa, l’agonia del centro-sinistra.

Anche per le forze che nel centro-destra potrebbero essere disponibili a cooperare alla soluzione che si è cercato di delineare qui, il tempo si va facendo breve. Fra poco non vi sarà più spazio per la moderazione e il buon senso. Ci sarà solo la preparazione dello scontro elettorale e il tentativo - che pur bisognerà intraprendere - di dare al centro-destra, sicuro vincitore delle elezioni, un profilo migliore e più coeso del passato, tale da non fare rimpiangere il Governo Prodi e la sua composita coalizione.
 

Conclusioni
 
“C’è qualcosa di impopolare e tuttavia necessario da dire ancora sull’assalto      dell’antipolitica al cielo italiano in questo sgangherato 2007. Niente di ciò che sta avvenendo sarebbe possibile se sotto la crosta sottile di questa crisi dei partiti che diventa crisi di rappresentanza, si allarga alle istituzioni, corrode il discorso pubblico, non ci fosse un’altra crisi ben più profonda. E’ la decadenza del Paese, l’indebolimento della coscienza di sé e, la perdita di peso specifico e di identità culturale.” Questo è l’inizio di un articolo di fondo del direttore di Repubblica del 27 settembre scorso. La successiva diagnosi sulla condizione del Paese è ancora più significativa: “Un’Italia in forte perdita di velocità dove l’unico leader capace di innovazione è un manager straniero come Sergio Marchionne, mentre il ceto politico è l’elemento più statico, immobile, in un sistema che perde peso e ruolo in Europa e nel mondo”. Qualcuno potrebbe cercare di ridimensionare questa analisi sostenendo che essa sia dettata da un eccesso di pessimismo o addirittura da un disegno tutto interno al centro-sinistra di attaccare Prodi e preparare soluzioni diverse nell’ambito della stessa combinazione di forze analisi. Ma è davvero possibile farlo, quando tutti i sintomi confermano una perdita progressiva di peso, di ruolo, di importanza dell’Italia nelle questioni mondiali, dalla politica, alla finanza, all’economia, alla cultura?

L’Italia cresce pochissimo sul piano economico, non soltanto meno delle tigri asiatiche, ma anche meno della media dei paesi dell’Unione Europea. Ha una produttività stagnante. L’Università è largamente tagliata fuori dai progressi della ricerca scientifica nel mondo. Le società di venture capital non trovano occasioni significative di investimento in Italia e quelle con capitali e managers italiani tendono ad investire in Inghilterra, in Olanda, in Israele, per non parlare degli Stati Uniti. La condizione dei servizi pubblici è spaventosa, si tratti del trasporto aereo, del sistema ferroviario, della circolazione stradale. La Pubblica Amministrazione non funziona. Le città sono sporche, almeno da Roma in giù. Le conseguenze dell’immigrazione incontrollata turbano persino gli Amministratori locali di centro-sinistra. Il sistema fiscale è nel caos. La spesa pubblica corrente è incontrollata. La corruzione è rampante.

E’ chiaro che se queste sono le condizioni del Paese, il sistema politico non può non riflettere e partecipare esso stesso della crisi. Nello stesso tempo, però, se non trova la forza di contribuire a fornire una risposta all’altezza dei problemi, esso diviene parte del problema e deve essere cambiato al più presto.

Nel vuoto della politica nascono le ambizioni di chi vorrebbe entrarvi da fuori offrendo non una maggiore capacità, ma un profilo diverso: da comico a parlamentare, da giudice a ministro, da imprenditore o da manager a leader politico. Il problema non è però quello di cambiare gli uomini, ma quello di trovare regole di funzionamento del sistema che valorizzino le qualità e non premino i difetti degli uomini.

Va arrestato questo scivolamento progressivo del Paese verso il nulla. Bisogna prendere un’iniziativa in tempi rapidi, senza la quale la palude è destinata ad inghiottire le speranze di una ripresa del Paese. Se vi sono leader politici, giovani o vecchi, si impegnino a costruire una soluzione che, partendo dall’analisi dei problemi, individui le strade possibili. Ma il primo passo è rimettere in moto la situazione politica. Una crisi di governo è una condizione preliminare indispensabile per aprire la strada a nuove soluzioni. Ma, si è detto, il tempo si è fatto breve.


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