De Rita mediatore tra élite e popolo

di Massimo Lo Cicero - 20/02/2012 - Politica interna
De Rita mediatore tra élite e popolo

- Finanza e Comunicazione, 14 febbraio 2012 -

 

La versione di Giuseppe De Rita sull’Italia: nella nostra storia c’è stato rispetto e silenziosa dialettica fra primo e secondo popolo, non ambizioni di rivincita del primo o nostalgie pedagogiche del secondo.

 

23 gennaio, 14 febbraio: meno di un mese ed un pesante uno due. Se fossimo sul quadrato della boxe, Giuseppe De Rita inchioderebbe le due facce dell’Italia ad un confronto reciproco che minaccia di essere insostenibile.

De Rita, con due commenti in prima pagina sul Corriere della Sera, pone il nostro paese, e l’élite chiamata oggi a governarlo, di fronte ad un frangente difficile: la condivisione di una colpa e la speranza di un riscatto.

Non sembra ci sia lo spazio per le distinzioni tra le parti negli argomenti di De Rita: non ci sono colpevoli ed innocenti. In questa rappresentazione il grigio finisce per smussare il bianco ed il nero. Ma questa sensazione di omogeneità negativa – solo ad un passo da una omogenea mediocrità, che sarebbe la premessa di una catastrofe irreversibile –non sembra l’effetto di un giudizio di valore da parte di De Rita quanto, e piuttosto, una circostanza oggettiva. E, naturalmente, questa circostanza aggrava e non attenua il problema che è stato portato in primo piano.

Bisogna leggere le parole di De Rita e riflettere sull’impatto che esse possono generare su una condizione che è fragile ma viene percepita come una camicia di forza, una prigione dalla quale non si può evadere. Una trappola debole nella struttura ma inespugnabile dall’interno, dove si trova il paese, mentre il magma che la circonda potrebbe irrompere assai facilmente al suo interno.

“È dal contemporaneo non-governo delle vicende europee e delle vicende italiane che nasce la crisi che attraversiamo da qualche mese, crisi che è insieme europea e italiana, quale che siano le reciproche attribuzioni di colpa. L’Europa è fragilissima e l’Italia è sempre più eterodiretta; ed allora ritorna alla ribalta la dimensione tecnica, con una terza stagione elitaria. La compagine è più eterogenea delle due precedenti (l’aggettivazione «bocconiana» le sta stretta visto il peso di alcuni leader cattolici e di alti burocrati); ma il mandato è praticamente lo stesso: fronteggiare un potenziale disastro («salva Italia») e impostare un possibile futuro («cresci Italia»)”.

Scrive De Rita il 23 gennaio e conclude, il 14 febbraio, in questi termini: “Non avrà avuto quel dono di pensare che si presume necessario per ben governare; ma il primo popolo ha cambiato un Paese povero in un Paese agiato, di ceto medio borghese e di capitalismo molecolare, facendone quella realtà complessa che oggi pone delicati problemi di governabilità.

Ma va notato che, lungi dal disgiungersi da tale evoluzione, la componente elitaria – quando è stata chiamata in causa, come nel Dopoguerra e negli anni Novanta – ha lavorato per dare ad essa sostanza e qualità. C’è stato rispetto e silenziosa dialettica fra primo e secondo popolo, non ambizioni di rivincita del primo o nostalgie pedagogiche del secondo. Sarebbe il caso di continuare su questa strada, lo merita la serietà di chi sfanga la vita nella quotidianità e lo meritano la bravura intellettuale e la crescente immagine, anche internazionale, di chi ci governa”.

Sono passati venti anni (1992/2012) dalla crisi precedente ma, scorrendo i nomi della crisi precedente (il dopoguerra e la necessità di rimettere in piedi un paese azzerato, anche il quel caso, da un ventennio assai faticoso ma certamente non uniforme nelle conseguenze rispetto alle premesse originarie) si notano due elementi dei quali non esiste oggi alcuna traccia.

La continuità di una modalità e di uno stile di Governo, un pensiero che era anche un comune paradigma di comportamento tra il gruppo dirigente del dopoguerra e quello del 1992: il legato e la natura del Beneducismo, come De Rita definisce quel paradigma. La frattura che emerge oggi tra i caratteri della élite del 1992 e quelli – non se ne abbia a male nessuno, è solo un fatto evidente – della élite che oggi si è assunta un compito molto gravoso. Ma che non dispone di un paradigma comune con il gruppo del 1992 ma neanche di un minimo comun denominatore di atteggiamenti ed opinioni, adeguatamente visibile e percepibile, al suo stesso interno.

Questa terza élite, che ha certamente reputazione morale e professionale, dovrebbe anche imparare a comunicare con il popolo italiano, del quale comunque fa parte e non ne rappresenta solo una controparte: ma questo evento, che pure sarebbe necessario, non sembra sufficiente per risolvere i problemi della crisi.

Serve un contenuto adeguato, una diagnosi affidabile che supporti terapie efficaci perché la diagnosi è fondata. La sequenza Beneduce, Menichella, Carli, (che comunque era solo la spina dorsale di un sistema molto largo di relazioni) governò una lunga parabola: aggredendo la crisi degli anni trenta e portando l’Italia al miracolo economico. Poi lo slancio si è fermato: anche perché negli ultimi decenni la sequenza diagnosi – terapie si è abbastanza appannata. E non solo in Italia.