Su Francesco Compagna

di Ernesto Mazzetti - 01/12/2009 - Politica interna
Su Francesco Compagna
Signor Presidente della Repubblica
Cari Guido, Luigi, Annamaria e Piero Compagna
Signore, signori,

credo non mi faccia velo l’affetto del discepolo e del collaboratore, se affermo che quella di Francesco Compagna è stata una figura eminente nella vita culturale e politica italiana della seconda metà del Novecento.
 
Eppure obiettività e disincanto impongono di notare, a ventisette anni dalla prematura scomparsa, l’affievolimento del ricordo di questa personalità che fu rilevante nel giornalismo, negli studi, sulla scena parlamentare e governativa.
Se il ricordo di lui appare oggi affievolito, temo lo si debba sopratutto alla circostanza che non c’è più nel Paese comunanza di sentire verso un obiettivo cui Compagna aveva dedicato la sua vita di statista e di intellettuale: l’obiettivo meridionalistico.
Era, la sua, la visione d’un Mezzogiorno che poteva e doveva acquisire condizioni di vita non difformi da quelle del Nord d’Italia e dell’Europa occidentale. Moderno nelle strutture del territorio, nelle imprese economiche, animato da una società civile colta e consapevole, non più afflitta dalla disoccupazione e dal bisogno che spinge alla compromissione clientelare o, peggio, all’illegalità.
Indagando le odierne condizioni del Sud, dolorosamente tocca argomentare che quello scenario, da lui vagheggiato, trova poco o nullo riscontro nella realtà delle cose.
Di fronte a tale constatazione, realistica quanto amara, tuttavia assai attuali appaiono ancora gli ideali di Compagna, così come valide le indicazioni contenute in tante sue pagine.
 
Ritengo legittimo pensare, che di tale attualità offra conferma la presenza in questa cerimonia di Giorgio Napolitano.Come presidente di tutti gli italiani, Napolitano dà prova di attingere alla sempre viva tensione ideale maturata nell’esperienza politica compiuta come uomo del Sud, nel suo frequente ricordare al Paese l’ammonimento che fu proprio dei meridionalisti, del Nord come del Sud, “l’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà”.
Il pensiero meridionalistico di Francesco Compagna va ricostruito entro l’arco temporale scandito dai suoi scritti, dal saggio d’esordio sulla lotta politica nel Mezzogiorno, che è del 1950, alle riflessioni suggeritegli dalla calamità sismica nel 1981: molti libri, moltissimi articoli e discorsi.
 
Nel 1954, poco più che trentenne, incoraggiato da Ugo La Malfa e Mario Pannunzio, aveva fondato “Nord e Sud”, la rivista il cui titolo riproponeva quello del saggio pubblicato nel 1900 da Francesco Saverio Nitti. Lo affiancavano Vittorio de Caprariis e Renato Giordano.
Gli apporti di riflessione e studio che “Nord e Sud” ha ospitato fino al 1982 - anno in cui, appena sessantunenne, Compagna morì - hanno configurato, nel loro complesso, un organico filone di pensiero che può definirsi del meridionalismo contemporaneo.
Coerente, eppur innovativo rispetto al meridionalismo classico di Fortunato, Nitti, Salvemini, De Viti De Marco, per dire solo di alcuni.
“Nord e Sud” era nata un anno dopo “Cronache Meridionali”, la rivista fondata da Giorgio Amendola, Francesco De Martino e Mario Alicata, e del cui comitato direttivo fecero parte altri elementi di primo piano dell’intellighentzia marxista napoletana, da Giorgio Napolitano ad Abdon Alinovi, da Gerardo Chiaromonte a Pietro Valenza.
Le due riviste avevano sede nella stessa via, separate da poche decine di metri: la redazione di “Cronache Meridionali” era presso la libreria dell’editore, Gaetano Macchiaroli. Tanto frequenti, quindi, gli incontri, quanto animati i dibattiti dentro e fuori la libreria. 
In me, allora studente, resta il ricordo di una Napoli in quegli anni intellettualmente assai più viva di quanto non mi appaia la Napoli di oggi.
 
Ammirando Giustino Fortunato, non ne condivideva però il cosiddetto “pessimismo geografico”. La geografia contemporanea non conosce condanne inappellabili emesse su riscontri geologici e climatici.  E Compagna era divenuto studioso di geografia nella convinzione che questa disciplina fosse - cito sue parole -, “non solo utile, ma assolutamente necessaria” a dipanare il filo d’Arianna della questione meridionale”.
 
Al nome di Compagna va sovente accomunato quello di un altro importante meridionalista dell’Italia repubblicana, Pasquale Saraceno. Tra loro vi fu comunanza di idee e collaborazione. Entrambi ebbero influenza su scelte ed atti di governo in favore del Mezzogiorno. Condividevano una percezione che possiamo oggi definire geo-politica: che in una compagine statale, specie di recente formazione come l’Italia, la presenza di una parte indebolita o malata dell’organismo, possa compromettere la sopravvivenza dell’insieme.
 
Anche studiando le esperienze compiute o in corso in altri paesi che avevano affrontato con successo problemi di squilibri regionali, Compagna era convinto che in uno Stato moderno in grado di produrre risorse e avvalersi di tecnologie non c’è condizione geo-morfologica avversa cui capacità degli uomini e dei governi non possano ovviare, e non c’è debolezza della struttura produttiva che non si possa risanare.
 
Attenuato, almeno in parte, nel decennio 1947-57, il divario tra Nord e Sud misurabile in termini di attrezzatura del territorio, - strade, ferrovie, reti elettriche, idriche e telefoniche - era giocoforza che l’azione meridionalistica desse vita ad attività in grado di assorbire le nuove leve del lavoro e le masse rurali che eccedevano i bisogni d’una agricoltura non più latifondistica. Lo imponeva la constatazione di un esodo migratorio crescente.
“Terapia” industriale, dunque, per le regioni meridionali.
Il keynesismo di Saraceno e la “geografia attiva” di Compagna fecero sì che entrambi perseguissero l’obiettivo dello sviluppo della grande impresa nel Sud, capitalizzata dallo Stato direttamente o con apporti indiretti ad investitori privati.
 
Dalla seconda metà degli anni 60 Compagna congiunse alla terapia dell’industria, la politica della città, alla cui attuazione avrebbero dovuto cooperare governo centrale e governi locali.
Delineava al riguardo un sistema complesso ma non utopico. Una rete urbana al cui vertice vedeva collocate metropoli regionali capaci di svolgere funzioni di alto livello (“quaternarie”) nei settori dell’istruzione, della cultura, della finanza.
Presupposto della “civile urbanizzazione” al Sud avrebbe dovuto essere la dislocazione nel meridione d’una parte consistente del patrimonio industriale italiano.
 
L’esperienza degli ultimi due decenni ci mostra che il “modello” non s’è realizzato. Soprattutto perché è venuto meno il presupposto dell’industrializzazione.
Ragioni internazioni ed interne hanno dissolto o frammentato il variegato complesso delle industrie a partecipazione statale; collassata la rete di attività locali minori a queste collegata.
Il sistema urbano, privato del sostegno produttivo, è a sua volta imploso con conseguenti fenomeni di deterioramento della vita civile.
Estremamente dannoso, soprattutto dal punto di vista “culturale”, l’effetto palesato dalla de-industrializzazione nelle maggiori aree urbane del Mezzogiorno ove, per gran parte del Novecento, s’era venuta formando una classe, e una consapevolezza, operaia.
Dove la crisi produttiva ha colpito con maggior durezza, come nelle aree di maggior concentrazione demografica - Napoli e Palermo -  è stata fatale la regressione di larghi strati della popolazione in età lavorativa da una condizione proletaria ad una sottoproletaria.
Con pesanti assorbimenti nel cosiddetto “lavoro sommerso”. O, molto peggio, nelle attività criminali.
 
Compagna non fu mai cieco di fronte alle degenerazioni dell’intervento straordinario.
Idealista, ma senza illusioni, le venne denunziando sempre più di frequente, a partire dalla seconda metà degli anni 70. Consapevole che alle lunghe queste degenerazioni avrebbero portato alla disintegrazione di ogni politica meridionalistica.
Ma altrettanto consapevole che, pur con errori e sprechi, l’intervento straordinario ha tolto le popolazioni meridionali dalla miseria e dall’arretratezza.
Nel mentre rintuzzava con decisione le interessate critiche di parte nordista, dimostrando quanto esigua fosse stata la spesa per il Sud a fronte degli investimenti di cui in vario modo beneficiavano le regioni del Centro Nord, non era tuttavia tenero verso gli errori compiuti forzando l’industrializzazione in modi e luoghi non idonei.
Osservava con sospetto l’emergere di un “meridionalismo di potere”, fatto di parassitismo burocratico e politico, che si sovrapponeva al “meridionalismo di pensiero”.
Nel suo ruolo governativo cercò di incanalare su binari di razionalità e coerenza l’attività legislativa riguardante il Mezzogiorno.
 
Idealista, ma sagace nel percepire che, più ancora che di problemi di “strutture” – territoriali, economiche – la “questione meridionale” restava un problema di cultura: il “fattore umano” nell’organizzazione civile, nella formazione del consenso politico, nell’adesione all’interesse pubblico piuttosto che alle consorterie, se non alla criminalità.
Nei suoi ultimi anni fu attento allo scatenamento di fenomeni sociali di cui il terremoto del 1980 era stato il rivelatore piuttosto che il generatore.
Ne traeva motivo di tristezza, avvedendosi della difficoltà, - di cui già aveva scritto Vincenzo Cuoco all’indomani dell’effimera rivoluzione giacobina nella Napoli del 1799 -, che incontra ogni tentativo di “vestire un popolo con i panni d’un altro”.
 
Certamente non si può dire che gli sia riuscito di realizzare come politico tutto quanto elaborava come studioso. Ma con pari certezza si può dire che tra le scelte politiche a lui riconducibili, è difficile trovarne che non rispondano appieno alle idee da lui professate.
 
Per Francesco Compagna il potere restava uno strumento, non l’obiettivo dell’azione politica: da adoperare con moderazione, dignità, rigore, in nome di ideali profondamente sentiti.

discorso pronunciato in occasione delle celebrazioni per il trentennale dell'elezione di Francesco Compagna a Vicepresidente della Società Geografica Italiana
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