Giorgio La Malfa su Il Tempo del 2 giugno 2016 "La Repubblica nata tra speranze e divisioni. Ora cambiamo classe dirigente e non la Carta"

di Giorgio La Malfa - 02/06/2016 - Politica interna
Giorgio La Malfa su Il Tempo del 2 giugno 2016 "La Repubblica nata tra speranze e divisioni. Ora cambiamo classe dirigente e non la Carta"

Nel referendum fra monarchia e repubblica del2 giugno 1946, la Repubblica prevalse nettamente con 12.700.000 voti circa, rispetto ai 10.700.000 voti circa della monarchia. Al di là delle polemiche dei monarchici sulla regolarità degli scrutini e sul modo di conteggiare le schede bianche e nulle, il responso popolare fu netto.

Con il 54% dei voti per la Repubblica rispetto al 46% dei voti per la monarchia l'Italia scelse la discontinuità istituzionale, condannando, insieme con il fascismo, anche la monarchia che ne aveva consentito I'dscesa e ne aveva coperto tutte le violenze e gli errori fino a quello fatale per l'Italia dell'entrata in guerra al fianco della Germania nazista.

Ma, prima che nelle piazze del referendum, la battaglia determinante per la Repubblica era stata combattuta e vinta, nel periodo che va fra la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943 e la liberazione di Roma nel giugno del 1944, in seno alle forze politiche riunite nel Comitato di Liberazione Nazionale costituitosi alla caduta del fascismo. (...) 

In quel periodo in cui, come scrisse Benedetto Croce, «l'Italia era tagliata in due», i partiti antifascisti discussero aspramente fra loro e con i governi alleati che occupavano l'Italia della questione istituzionale. I più determinati nella scelta repubblicana furono gli esponenti del partito d'Azione e i socialisti che ritenevano che la nuova Italia non potesse nascere se non con un taglio radicale rispetto al passato.

Erano invece monarchici i liberali ed i democristiani. Mentre i comunisti, il cui peso nella lotta contro il fascismo e nella Resistenza era stato ed era notevolissimo, consumarono un tradimento delle posizioni repubblicane che inizialmente avevano condiviso mettendo in forse l'esito dello scontro. Fu Togliatti, rientrato in Italia a fine marzo '44, mentre si avvicinava la liberazione di Roma, forte dell'investitura diretta di Stalin, a rovesciare clamorosamente la posizione del proprio partito, ad aprire alla monarchia fino a entrare nel governo Badoglio. 

Erano altresì divisi gli alleati, fra gli americani tendenzialmente favorevoli al cambiamento istituzionale e gli inglesi invece ferocemente monarchici. A Roma appena liberata si consumò lo scontro. Lì la fermezza dei partiti favorevoli alla Repubblica prevalse. Il Pci dovette riconoscere che la monarchia era impresentabile e accettò di rimettere la questione al vaglio dei cittadini.

Cadde il Governo Badoglio, sostituito dal governo di Ivanoe Bonomi espressione del Comitato di Liberazione Nazionale; i nuovi ministri non giurarono più nelle mani del re; fu convocato per il 2 giugno il referendum. Così è nata la Repubblica e con essa è nata la Assemblea Costituente che scrisse e approvò la Carta Costituzionale. Oggi si discute molto di cambiare quella carta e si dà una descrizione totalmente negativa dei primi 60 anni della Repubblica.

Si dimentica o si finge di dimenticare che quella Carta Costituzionale ha servito bene l'Italia del dopoguerra, ne ha accompagnato l'immensa quasi rivoluzionaria trasformazione economica da un paese fra i più depressi ed arretrati dell'Europa ad una delle maggiori potenze industriali del mondo, ne ha consentito e garantito il consolidamento democratico, ne ha permesso l'avvicinamento alle grandi democrazie dell'Occidente e all'Europa. 

Si può certamente cambiare la Costituzione. Essa non è un documento immutabile e si può anche fare tesoro dell'esperienza politica di questi decenni per cercare il miglioramento del funzionamento delle istituzioni. Ma è bene non dimenticare che nei venti ultimi anni non solo è stata cambiata affrettatamente la costituzione su proposta dello stesso schieramento politico che oggi propone di fare marcia indietro proprio su quei punti, ma si sono sperimentate riforme elettorali che hanno accompagnato il declino economico del Paese.

Converrebbe anche non dimenticare che prima che alle istituzioni, se le cose non funzionano, è bene guardare alle classi dirigenti e alle loro responsabilità e non consentire a queste ultime di sfuggire alle loro responsabilità con l'attribuire l'esito insoddisfacente della nostra vita comune alle regole e non a coloro che male le utilizzano. 

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