Giorgio La Malfa su Il Giorno, Il Resto del Carlino e La Nazione del 16 gennaio 2016: “Strillare è inutile”

di Giorgio La Malfa - 18/01/2016 - Politica interna
Giorgio La Malfa su Il Giorno, Il Resto del Carlino e La Nazione del 16 gennaio 2016: “Strillare è inutile”

IL PRESIDENTE del Consiglio ha molte buone ragioni per alzare la voce in Europa. Ci sono troppe cose che non vanno e che denotano una disparità di trattamento fra i paesi membri. La Commissione Europea è sicuramente debole rispetto ad alcuni e troppo dura con altri. E che fine ha fatto il piano Juncker per gli investimenti in Europa che doveva compensare il rigore della finanza pubblica a livello nazionale e aiutare a fronteggiare la crisi economica di questi anni? La Germania ha salvato le sue banche con soldi pubblici e quando ha finito di farlo ha preteso l’applicazione di nuove regole che escludono (per noi) questa possibilità. Ora non accetta di introdurre una garanzia europea a favore dei depositanti che è una componente essenziale dell’unione bancaria. E ancora, essa ha spinto per l’approvazione di un meccanismo di supervisione europea su tutte le grandi banche, ma ha ottenuto che venissero considerati più rischiosi i prestiti a favore delle imprese che non gli investimenti in derivati di cui sono piene le banche tedesche. Si potrebbe proseguire.

NEL PRENDERE un atteggiamento battagliero inconsueto per i governi italiani piu recenti, da Monti a Letta, Renzi in fondo è in continuità con il governo Berlusconi (che aveva anche lui l’abitudine di prendersela con la Germania e con l’Europa e pagò duramente per questa posizione) ed è probabilmente in sintonia con l’opinione pubblica. Non è piu il tempo del consenso automatico verso le decisioni europee. Anzi c’e il senso che i governi italiani troppo spesso siano stati deboli e irresoluti nella difesa dei nostri legittimi interessi. Detto questo, però, c’e da chiedersi se litigare pubblicamente sia utile alla causa. Juncker ha dichiarato di «voler tenere l’irritazione che è grande, in tasca», e ha aggiunto, sprezzante, di non seguire «i teatrini della politica interna di certi paesi». Probabilmente l’Europa è in grado di farci notare che in molti casi abbiamo cominciato a protestare dopo avere lasciato passare le decisioni. Per esempio, se volevamo che vi fosse il meccanismo europeo di tutela dei depositanti insieme con l’unione bancaria bastava non appropvare la prima parte senza la seconda. Se non volevamo travolgere gli obbligazionisti, potevamo intervenire prima che entrasse in vigore il bail in, e così via.

E SOPRATTUTTO se non ci piacciomo i parametri europei converrebbe non rispettarli, spiegare per bene la nostra posizione e lasciare alla Commissione di decidere se aprire una procedura per violazione del fiscal compact. Si può legittimamente dire che una spesa per la sicurezza è indispensabile, ma si rischia di non essere presi sul serio se si decide di includere nel pacchetto sicurezza un dono di 500 euro a tutti i diciottenni. Insomma, pur condividendo le riserve sull’Europa, sorge il dubbio che si tratti essenzialmente di un esercizio retorico. Nessun paese ha il dovere di rispettare regole che considera dannose e sbagliate. Anzi, semmai ha il dovere opposto. Nell’aderire o nel distaccarsi dalle regole europee conviene una misura del linguaggio e un’assenza di polemiche inutili. L’atteggiamento più giusto in Europa è essere presenti al momento giusto con posizioni chiare e ferme. Non c’è bisogno di alzare la voce per difendere le proprie buone ragioni. Sennò viene il dubbio che la si alzi per nascondere di non essere riusciti a tutelare i nostri concittadini.

di GIORGIO LA MALFA

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