Giorgio La Malfa e Massimo Andolfi sul Foglio: Ripensare il sistema delle autonomie prima di riformare il senato

di Giorgio La Malfa, Massimo Andolfi - 26/02/2014 - Politica interna
Giorgio La Malfa e Massimo Andolfi sul Foglio: Ripensare il sistema delle autonomie prima di riformare il senato

Il tema della riforma del bicameralismo, che è uno dei punti principali del programma di Matteo Renzi, porta insieme con sé, quello della riforma delle autonomie locali. Anzi, in realtà è dalla riforma delle autonomie che bisogna partire prima di poter stabilire che tipo di Senato si voglia istituire.

Come è noto, l’effettiva introduzione delle Regioni nell'ordinamento, ebbe luogo oltre vent'anni dopo l’approvazione della Costituzione e solo dopo che due decenni di eccezionale crescita economica avevano consentito l'avvio di politiche redistributive e di welfare. Saggiamente, prima di introdurre un quarto livello di governo, si attese che l'Italia avesse superato le ferite della guerra e fosse nuovamente entrata nel novero dei paesi sviluppati.

A favore della realizzazione del decentramento regionale negli anni 70, oltre alla necessità di realizzare il dettato costituzionale, vi fu una ragione strettamente politica: la riforma regionale servì a supplire alla più evidente tra le anomalie del quadro politico italiano e cioè all’ impossibile alternanza tra i partiti di governo e il PCI.

Se a livello centrale non poteva realizzarsi il ricambio tra le classi dirigenti, si introduceva uno strumento, che anche a motivo della distribuzione territoriale dei consensi, consentiva al PCI di governare una parte del territorio nazionale. Questa seconda esigenza, se da un lato contribuì a una crescita complessiva della cultura di governo, ebbe la conseguenza nefasta di trasformare le regioni da strutture di programmazione, come originariamente era previsto, in enti di gestione e di spesa.

Dal vizio politico di origine di un accordo fra Dc e Pci, seguì la scelta di adottare controlli molto meno incisivi ed accurati rispetto a quelli cui era sottoposta l'amministrazione centrale e, fin dall'inizio, ciò fu particolarmente evidente soprattutto nel settore della selezione del personale, che fu fortemente influenzata dai partiti.

Gradualmente, la motivazione politica per così dire "sistemica" si andò trasformando nella reciproca convenienza delle forze politiche di governo e di opposizione a non immischiarsi eccessivamente nelle modalità con cui i rivali a livello nazionale amministravano i territori nei quali contavano su inespugnabili bacini elettorali.

Nel sud, questo comportò l’estrema permeabilità delle regioni meridionali, tradizionalmente feudo dei partiti di governo, all'aggressione da parte di una criminalità organizzata sempre più temibile.

In tutta Italia vi fu lo sfondamento del bilancio conseguente all'attribuzione alle strutture regionali del comparto sanitario, abbandonato alle scelte clientelari dei partiti, mentre i costi erano posti a carico della finanza pubblica nazionale.

Quando infine il peso del debito pubblico divenne, a partire dagli anni novanta ed ancor più dopo l'entrata nell’euro, il vero responsabile del declino economico del Paese, la consapevolezza della necessità di ripensare il regionalismo, si infranse contro la presenza sulla scena politica di un partito regional-secessionista come la Lega, spesso indispensabile all'ottenimento della vittoria in costanza del nuovo sistema elettorale maggioritario.

Aver posto in cima all'agenda politica del paese, come ha fatto Matteo Renzi, il tema della riforma del sistema delle autonomie, è quindi un fatto di importanza storica, ma tutta l’impostazione del sistema delle autonomie italiane va ripensata anche per la presenza sempre più penetrante del quinto livello di governo rappresentato dall'Europa.
I fattori fondamentali di cui tener conto sono, la trasformazione demografica dell'Italia con il conseguente emergere di realtà come le aree metropolitane, il numero spropositato di comuni sotto la soglia di 5000 abitanti, l'obsoleta presenza delle provincie, la disparità di reddito tra i territori delle regioni che suggerirebbe l’opportunità di un qualche accorpamento.
Tutto questo impone una organica riforma del sistema delle autonomie in grado di farne realmente motivo di buona amministrazione al servizio di un paese che vuole ricominciare a crescere.

Questa riforma è a monte e non a valle della riforma del bicameralismo perfetto e che non può risolversi solo nella modifica, pur indispensabile, del Capo V della Costituzione al fine di ovviare alla crescente conflittualità tra centro e periferia che ingolfa l'agenda della Corte Costituzionale.

Un nuovo Senato, trasformato in camera delle autonomie, senza un profondo e preventivo ripensamento di esse, sarebbe solo una ciliegina posta in cima ad una torta irrancidita.

 

Massimo Andolfi e Giorgio La Malfa

In allegato il pdf dell'articolo.

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