Giorgio La Malfa su Il Mattino del 16 aprile 2015: "Il Def non cambia verso all'Italia"

di Giorgio La Malfa - 16/04/2015 - Politica interna
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 16 aprile 2015: "Il Def non cambia verso all'Italia"

Aldilà delle molte parole con le quali si apre il Documento di Economia e Finanza «sull'uscita dell'Italia dalla recessione» il Paese non cambia verso.

Aldilà delle parole, si diceva, con le quali si apre il Def «sull'uscita dell'Italia dalla recessione» e «sulla speciale finestra di opportunità per riprendere a crescere a un ritmo sostenuto», i dati contenuti nello stesso documento, soprattutto quelli sulla disoccupazione, danno un quadro molto diverso della situazione.E un quadro che non giustifica alcun ottimismo sulle prospettive del Paese e non assolve il governo per la sua sostanziale inerzia, dalla sua formazione ad oggi, sul terreno della politica economica. Per il 2015, il Def prevede una crescita del reddito nazionale dello 0,7%, che è quasi nulla, soprattutto se la si paragona alla crescita media dell'area dell'euro stimata per quest'anno in un 1,5%, il doppio dell'Italia. Per non parlare degli Stati Uniti (2,3% – 2,7%) e del Giappone (2,1%).

Il documento prevede una crescita più robusta nel triennio successivo (rispettivamente: 1,4, 1,5, 1,3%) che però rimane ancora una delle crescite più basse di tutta l'area dell'euro. Ma il dato negativo più significativo riguarda la disoccupazione. Questo è il problema del nostro Paese, come ho scritto molte volte. Si parte dal dato del 2014 che è il 12,7%, circa 6 punti percentuali in più rispetto al 20062007. Una buona politica economica deve avere come obiettivo il riassorbimento della disoccupazione e deve puntare in tempi certi almeno a recuperare il terreno perduto in questi anni, cosa di cui non si vede traccia nel Def.

Il «quadro programmatico» del Def, che indica sostanzialmente gli obiettivi che il Governo pensa di poter realizzare, calcola una riduzione minima della disoccupazione nel prossimo quadriennio: 12,4% quest'anno, 11,7% nel 2016, 11,2% nel 2017 e infine 10,9% nel 2018. Il Def pubblica anche una stima dell'evoluzione della quota degli occupati sul totale della popolazione in età di lavoro che nel 2014 era pari al 55,4% e che dovrebbe, nelle previsioni del governo, crescere progressivamente, da qui al 2018, fino al 56,8%, con un aumento in 4 anni di meno di un puntò e mezzo. Si tratta di aumenti dell'occupazione e di diminuzioni del tasso di disoccupazione del tutto insufficienti a incidere sui numeri in cui si riassume il malessere economico e sociale dell'Italia.

In più, in questa coppia di dati che ci vengono forniti, c'è qualcosa che non torna. Confrontando questa stima dell'andamento dell'occupazione con quella del tasso della disoccupazione si osserva che, nelle previsioni del Governo, il tasso di disoccupazione scenderebbe in misura maggiore dell'aumento dell'occupazione. Questo è in contraddizione con l'idea che vi sia una ripresa economica in corso, perché, come si sa, quando l'economia si riprende, tendono ad entrare nel mercato del lavoro aliquote di lavoratori precedentemente scoraggiati dal ricercare un'occupazione. Se vi fosse ripresa, il tasso di disoccupazione dovrebbe tendere a diminuire meno di quanto invece aumenti il numero degli occupati. Il sospetto è che si sia voluto accentuare il (troppo) lieve miglioramento della disoccupazione.

Che altro si deve dire? Leggendo il Def risalta il contrasto fra la mancanza di allarme per il permanere del fenomeno della disoccupazione e la soddisfazione per il progressivo risanamento della finanza pubblica: se nel 2018 si giungesse davvero al pareggio del bilancio e a una prima riduzione del rapporto fra il debito pubblico e il Pil, ma questo fosse barattato con il permanere di una elevatissima disoccupazione, l'Italia starebbe peggio, non meglio. Peraltro, una nota diffusa ieri dall'ex capoeconomista del Tesoro, che si è dimesso qualche tempo fa per assumere un incarico di insegnamento in una prestigiosa università inglese, manifesta dei dubbi sulle cifre della finanza pubblica ed in particolare sulla sostenibilità del nostro debito pubblico nel medio periodo.

La condanna maggiore per l'impostazione seguita dal Governo in questi mesi sarebbe quella di fallire proprio questo obiettivo, dopo avere accettato cinicamente il consolidamento di un livello intollerabile della disoccupazione nella vana ricerca di un risanamento del debito pubblico. Nel Def si legge anche che «grazie allo sforzo profuso dall'Italia durante la Presidenza di turno dell'Unione, crescita e occupazione sono stati posti al centro del dibattito europeo». Se pure fosse vero che in Europa «si parla» di più di questi problemi, quello che è certo è che finora non è cambiato «il verso» delle cose italiane. Prima o poi il Parlamento dovrà affrontare un serio dibattito su questi problemi.

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