Giorgio La Malfa su Il Mattino del 9 aprile: “Il vero nodo resta il lavoro”

di Giorgio La Malfa - 11/04/2015 - Politica interna
Giorgio La Malfa su Il Mattino del 9 aprile: “Il vero nodo resta il lavoro”

Ieri il governo ha presentato le proprie previsioni sull'andamento del reddito nazionale fra 2015 e il 2018: per quest'anno si prevede un aumento molto modesto, dell'ordine dello 0,7%, seguito da un aumento un po' più consistente dell'1,4-1,5% nel successivo triennio.

Come si rifletterà questo andamento del reddito nazionale sulla disoccupazione?

Dal presidente del Consiglio e dal ministro dell'Economia non è stata detta una sola parola a questo proposito. E, cosa ancora più sorprendente, nessuno dei giornalisti presenti alla conferenza stampa ha posto questa domanda.

Ma questa è la domanda cruciale. Ad oggi la situazione è la seguente. Nel 2007, prima dell'insorgere della lunga crisi economica, il tasso di disoccupazione in Italia era di poco inferiore al 7%. Oggi si colloca al 12,7%. Questo vuoi dire che ogni otto persone in età di lavoro una è disoccupata.

Nel Mezzogiorno, come ha scritto Il Mattino, la disoccupazione è il doppio della media nazionale. La mancanza di lavoro è una vera emergenza economica e sociale. Non può che essere questo il primo punto di un'agenda di governo, una cartina al tornasole del suo impegno di rispondere ai problemi del Paese.

Sulla base delle previsioni di crescita presentate dal governo, ci sono prospettive di riassorbire la disoccupazione o quantomeno di farla ritornare ai livelli, peraltro già elevati, degli anni prima della crisi? Con una crescita dell'ordine di grandezza indicato ieri, la risposta è negativa. E non basterebbe neppure una crescita lievemente migliore, come il Governo si augura e come pure potrebbe aversi quest'anno, grazie ad eventi eccezionali, come l'Expo di Milano e il Giubileo di Roma, oltre che al calo del prezzo del petrolio ed alla svalutazione dell'euro.

Gli studi economici condotti in vari Paesi indicano che per ridurre di un punto percentuale il tasso di disoccupazione è necessario un aumento del reddito di circa 3 punti percentuali, mentre una crescita del reddito dell'ordine dell' 1% lascia al massimo inalterato il tasso di disoccupazione. Siamo dunque lontani da una politica in grado di lenire la disoccupazione. Il quadro illustrato dal governo non è affatto rassicurante. Si può disquisire quanto si vuole sul fatto che aumenta o non aumenta la pressione fiscale, che si , tagliano o non si tagliano le spese dei comuni e delle regioni. Il fatto cruciale è che con queste politiche, nella migliore delle ipotesi, l'Italia rischia di stabilizzare a un livello molto elevato la disoccupazione di questi anni.

E poiché questo è un esito inaccettabile, bisogna trovare il modo di fare di più. Questa situazione si inquadra nella drammatica caduta del reddito pro capite italiano a partire dagli anni di inizio della moneta unica. Una elaborazione del centro studi Promotor sui dati Eurostat resa nota ieri indica che l'Italia aveva un reddito pro capite del quasi 20% superiore alla media europea del 2001, mentre nel 2014 il nostro reddito pro capite è finito sotto la media europea. Nessun altro Paese dell' euro, neppure la Grecia e il Portogallo o Cipro, hanno avuto conseguenze così negative dalla partecipazione alla moneta unica.

Personalmente ritengo che per affrontare questi problemi l'aumento della disoccupazione e la caduta del reddito pro capite richieda, nel prossimo triennio, un deficit pubblico più elevato di quello annunciato ieri un deficit destinato a una vera riduzione della pressione fiscale, non a un trasferimento del prelievo fiscale da un cespite a un altro o da un'imposta a un'altra, come si è fatto finora. È probabile che di fronte a una proposta di questo genere il governo risponderebbe che le regole europee non lo consentono.

Ma, se è così, e se nel corso del semestre italiano il governo non è riuscito,, come si era ripromesso, a «cambiare il verso all'Europa», allora bisogna riconoscere lealmente che vi è un contrasto di fondo fra il rispetto delle regole europee e la conduzione di una politica che affronti i problemi del nostro Paese. Il governo può dire, se è 'questo che pensa, che è più importante il rispetto delle regole europee che la piena occupazione e che la disoccupazione è un prezzo lieve che paghiamo al nostro europeismo.

Oppure deve dire che, pur rispettando gli impegni europei, esso ha in animo e in mente una politica capace di incidere comunque sulla disoccupazione. In questo secondo caso, il governo deve precisare con quali strumenti intende operare e con quali possibili risultati. Ma qualcosa deve dire, non può parlare d'altro. Quello che non è politicamente accettabile è il silenzio ed il tentativo di presentare come una svolta quella che non lo è. Comunque, domani il Consiglio dei ministri approverà il testo del Documento di economia e finanza.

Può darsi ed è auspicabile che in esso si trovino le risposte che nella conferenza stampa di ieri ancora mancavano. Se questo avverrà, saremo i primi ad esserne contenti.

 

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