Giorgio La Malfa presenta il suo articolo del 7 dicembre 2016 su Il Mattino "Referendum, il No stravince dove i giovani non hanno lavoro"

di Giorgio La Malfa - 07/12/2016 - Politica interna
Giorgio La Malfa presenta il suo articolo del 7 dicembre 2016  su Il Mattino "Referendum, il No stravince dove i giovani non hanno lavoro"

Cari amici,
trovo che questo grafico di Mediobanca Securities spieghi bene il voto di domenica. Abbiamo corso un grave pericolo: quello di ammettere e convalidare la possibilità per una maggioranza di governo di modificare ad libitum la Costituzione: Se fosse passato il referendum, aldilà dei suoi contenuti discutibili nello specifico, si sarebbe stabilito il precedente che la Costituzione la riscrivono le maggioranze di governo. Chi ci avrebbe garantito che domani non sarebbe stato messo in dubbio qualcuno dei principi fondanti della nostra convivenza, come la libertà di culto o la libertà di riunione. Ora, sconfitto per due volte di seguito questo tentativo, sappiamo che la Costituzione rimane la carta degli italiani e non di una esigua maggioranza di essi. Ma per fortuna gli italiani sono stati molto meglio di quanto si pensa: hanno votato in massa ed hanno dato un giudizio netto. Si pensi a quale sarebbe oggi la situazione se avesse votato il 50% e il Si o il no fosse passato per pochi voti, magari per i voti dell'estero.
Ora il Presidente del Consiglio farebbe il suo dovere verso l'Italia se se ne andasse senza cercare di intorbidare le acque: ha già fatto abbastanza danni in questi tre anni buttati via dal punto di vista delle politiche economiche portando il paese più vicino alla crisi del debito pubblico. Si ritiri e rifletta sui suoi errori.
Giorgio La Malfa

PS: Non ho certo risentimento per quegli amici che hanno votato sì, anche se mi ha sorpreso che essi fossero insensibili alle ragioni di fondo che imponevano il NO. Ma debbo dire che il SI di alcuni protagonisti della vita italiana - Scalfari in primis, ma molti altri come lui - mi aveva moralmente indignato. La vittoria del NO è stata anche una vera soddisfazione da questo punoi di vista. Attendo con impazienza di leggere l'editoriale di Scalfari di domenica prossima.

SE IL NO VINCE DOVE I GIOVANI NON LAVORANO

Il governo non ha saputo dare risposte ai timori delle famiglie

Se si esaminano attentamente 1 risultati, regione per regione, del referendum di domenica e li si collega alle condizioni economiche ed in parti· colare alle percentuali della disoccupazione fra i giovani, emerge una relazione Impressionante. Si vede con assoluta chiarezza che le zone a più alta disoccupazione giovanile sono quelle dove il numero dei No ba toccato la percentuali più alte.

Quelle dove la disoccupazione giovanile è più contenuta, pur votando in prevalenza per il No, hanno dato al Sì qualche minore delusione.
Per i lettori che hanno voglia di guardare il diagramma che riassume queste relazioni molto significative, esso è riprodotto in pagina al centro di questo mio articolo. La linea che passa attraverso i punti non lascia adito a dubbi su questa relazione.
Questa a me sembra la spiegazione più chiara di quello che è successo.

Al di là del merito della questione posta nel referendum, su cui le opinioni dei costituzionalisti erano divise, anche se con una netta prevalenza delle opinioni negative espresse dai giuristi di maggior peso e di maggior prestigio, il fatto che il referendum era proposto dal governo, era sostenuto dal Presidente del Consiglio in persona e lo era con un enorme dispiego di presenze su tutti i media, ha fatto sì che il giudizio abbia investito l'azione del governo nel suo complesso e, dunque, la situazione economica dopo un triennio di governo.

Era inevitabile proprio perché sono trascorsi tre anni dall'inizio del governo Renzi e dunque l'opinione pubblica poteva cominciare a dare un giudizio a posteriori sull'azione condotta e i risultati ottenuti e perché l'economia, come dicono tutti i sondaggi di opinione - e soprattutto la questione del lavoro dei figli- è al centro delle preoccupazioni della larga maggioranza degli italiani, essa ha determinato l'esito.
Equi veniamo al problema del giudizio sull'azione economica del governo.

Come sanno i lettori del Mattino, in questi tre anni ho scritto moltissime volte che il governo stava fallendo la scommessa principale fatta all'inizio del mandato: quella di fare ripartire l'Italia. I dati erano e sono rimasti sconfortanti:credere di poter convincere qualcuno di avere davvero cambiato le sorti del Paese perché da «meno zero- virgola» si è passati a «più zero-virgola » (da -O, si è passati a +O,) era la dimostrazione o d iuna scarsa capacità di capire come vive davvero la gente o dell'illusione che la gente possa essere ingannata a forza di parole ripetute fino alla nausea.

Ho anche scritto che il problema era collegato con le regole europee e che questo poneva obiettivamente il governo in una posizione difficile. Infatti, se si voleva tentare di uscire dalla crisi, bisognava affrontare il rischio di violare le regole europee in maniera non marginale. Se lo si faceva si rischiava una crisi con l'Europa, ma se non lo si faceva, l'economia non poteva ripartire, come difatti non è ripartita Vi era una sola alternativa a questa violazione meditata delle regole europee, un'alternativa che se si fosse ritenuto troppo pericoloso il cammino che a me sembrava (e sembra) indispensabile, poteva e doveva essere tentata. Bisognava, in alternativa, adottare la strategia suggeritaci dal ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble, cioè fare una seria politica di rientro dal deficit con i tagli alla spesa eccetera, sopportare qualche anno di deflazione ulteriore e poi vedere se l'Italia ripartiva come l'Irlanda Io non condivido questa impostazione, ma essa è un'impostazione con i suoi ovvi lati negativi, sociali, economici e politici, ma anche con il vantaggio della solidarietà internazionale.

L'una o l'altra: questa era la scelta. Non vene era una terza Non vi era la possibilità di ottenere risultati significativi strappando all'Europa qualche concessione per tagliare il deficit un po' meno di quanto essi avrebbero voluto ( e il governo accettato) e utilizzare questi piccoli margini per interventi selettivi a sostegno della ripresa.
Era impossibile ottenere dei risultati, perché nel complesso la finanza pubblica avrebbe continuato a esercitare un'influenza depressiva sull'economia - e questo è avvenuto - che i piccoli bonus a varie categorie non avrebbero potuto compensare. Così è stato.

Il governo ha esplorato la terza via; ha reso più difficili i nostri rapporti con l'Europa e questo lo si vedrà bene fin dalle prossime settimane, ma ovviamente non aveva i mezzi per dare una spinta vera alla ripresa economica.

Proclamava di voler usare il cannone, ma era caricato con delle polveri scarse e bagnate.

È in questo quadro che si è andati al referendum e la presenza del presidente del Consiglio, la sua rivendicazione che l'Italia era ripartita ha finito per distogliere l'attenzione dalle questioni costituzionali e portarle alle questioni economiche che, come ho detto, sono comunque al centro dei pensieri delle famiglie italiane.
Per la soluzione futura, affidiamoci alla saggezza ed ai poteri del presidente della Re pubblica Sergio Mattarella, ma i termini del problema economico non cambiano: sono quelli che ho ricordato qui sopra. Chiunque avrà la responsabilità del governo, dovrà ripartire da qui con una situazione del debito pubblico che, in questi tre anni, si è aggravata. Una prospettiva difficile, ma se si parte con le idee chiare forse si può fare qualcosa di utile.

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