Giorgio La Malfa sul Mattino del 16 ottobre 2017, "Mezzogiorno, ora tocca alle imprese"

di Giorgio La Malfa - 16/10/2017 - Politica interna
Giorgio La Malfa sul Mattino del 16 ottobre 2017, "Mezzogiorno, ora tocca alle imprese"

Da molti anni l’'attenzione al problema del Mezzogiorno come grande questione nazionale è venuta meno. E le conseguenze economiche e sociali non hanno tardato a farsi sentire. Il divario fra il Nord e il Sud che fino agli anni ‘70 si era andato riducendo ha ripreso ad allargarsi e con esso si sono accentuate tutte le differente storiche fra il Nord e il Mezzogiorno. Tre sono stati i principali fattori che hanno portato a questa situazione. Il primo è stato il vero e proprio errore costituito dalla eliminazione della Cassa per il Mezzogiorno.  Quell'’istituto, pure con tutti i suoi difetti, aveva svolto un ruolo fondamentale nella rottura dell’equilibrio del sottosviluppo meridionale nel secondo dopoguerra. È stata l'’istituzione delle Regioni e la rivendicazione da parte di queste ultime dei poteri e delle risorse che prima venivano canalizzate attraverso la Cassa a provocare la sostanziale dissoluzione delle politiche meridionalistiche. Va detto con chiarezza che le Regioni, come istituto legislativo ed amministrativo, non si sono mostrate all’altezza dei compiti che esse pure rivendicavano e spesso non sono riuscite a spendere – o a spendere utilmente – le risorse nazionale ed europee. Il secondo fattore, successivo in termini temporali, ma forse ancora più determinante è stato l’affermarsi nella vita politica italiana di partiti e movimenti che hanno posto con un vigore senza precedenti la questione della difesa degli interessi locali.

Si è inventata una «questione settentrionale», come se le regioni del Nord non godessero già di condizioni simili a quelli delle aree europee più avanzate e non avessero certo bisogno di fare man bassa sulle risorse pubbliche. Tra l’altro l’emergere di queste forze, come la Lega Nord, che non si capisce a quale titolo possa volersi radicare nelle regioni meridionali, ha fatto emergere anche in seno ai partiti «nazionali» di correnti «nordiste» che, con la giustificazione di reggere la concorrenza della Lega, hanno finito per ripeterne e amplificarne le richieste. In realtà l’asse della politica italiana si è spostato drammaticamente nel corso degli ultimi venti anni. Il terzo fattore, che ha aggravato drammaticamente la questione meridionale, è la crisi della finanza pubblica che, unita alle regole di Maastricht, ha imposto la correzione dei bilanci pubblici. La conseguenza è stata il crollo delle spese per investimenti pubblici, che erano state il vero motore del progresso meridionale. Ridotta la spesa pubblica, scomparsa l’impresa pubblica con la crisi dell’IRI e la privatizzazione di buona parte delle sue attività, il Mezzogiorno è stato abbandonato a sé stesso.

In questa situazione in questi ultimi anni il Mezzogiorno è stato sostanzialmente dimenticato. Forse, per la prima volta dopo molti anni, nel progetto di bilancio che il governo ha predisposto per il 2018, torna a essere presente una certa attenzione ai problemi del Mezzogiorno. Di questo vediamo alcuni segnali: la riduzione o eliminazione degli oneri sociali sui giovani che vengono assunti dalle imprese meridionali; la presenza di fondi per le medie e piccole imprese che prendano iniziative nel Mezzogiorno; un aumento degli stanziamenti di fondi per le opere pubbliche nel mezzogiorno e infine la creazione e il finanziamento di alcune zone economiche speciali nel porto di Napoli e in quello di Gioia Tauro che può aiutare l’insediamento in queste aree portuali di nuove attività. Tutto questo, insieme con il miglioramento della congiuntura che emerge dai dati statistici più recenti, può creare condizioni più favorevoli per l’economia del Mezzogiorno, a condizione che quel tessuto imprenditoriale che, per quanto limitato, pure esiste come emerge dalle analisi sulla situazione industriale del Mezzogiorno, dia prova di coraggio e di volontà di impegnarsi in nuove iniziative.

Naturalmente, dopo tanti anni di sostanziale abbandono del Mezzogiorno, non è detto che una serie di provvidenze pur sempre separate e non coordinate fra loro, come sono quelle previste nel progetto di bilancio del governo Gentiloni, possa essere sufficiente a innescare un processo di sviluppo significativo. Noi ritenevamo e riteniamo indispensabile la formulazione di un vero e proprio programma per il Mezzogiorno che indichi insieme obiettivi di sviluppo, mezzi per pervenirvi e risorse necessarie allo scopo. Era questo il senso – ci era sembrato – della proposta del governo precedente di formulare un Master plan per il Mezzogiorno. Si trattava di una impostazione corretta, perché se non si parte dal quadro della situazione e dalla individuazione dei punti di intervento più essenziali, si rischia di disperdere le risorse disponibili, che sono comunque molto limitate.

Il Master Plan del governo Renzi è scomparso nella nebbia, come molti degli altri propositi di quella stagione. Ma l’esigenza dalla quale muoveva quel discorso era e rimane essenziale. Sono invece giunte – o stanno per giungere - delle risorse e questo è comunque un fatto positivo. La strada maestra per ridare nuova vita alle politiche meridionalistiche rimane un piano ordinato e ben finanziato che investa tutti gli aspetti dell’arretratezza meridionale – il divario delle infrastrutture, i problemi del ritardo dell’economia dell’informazione; le strettoie del credito, il problema della sicurezza delle iniziative e della loro protezione dalle interferenze improprie; il collegamento fra Università e mondo produttivo. Rimane questa l’esigenza, ma intanto cominciamo a mettere in fila le maggiori risorse che il bilancio mette a disposizione e cerchiamo di farne il migliore uso.

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