Giorgio La Malfa presenta l'articolo sul Mattino del 26 settembre 2017, "Perché l’'Italia è più sola dopo il voto di Berlino"

di Giorgio La Malfa - 27/09/2017 - Politica interna
Giorgio La Malfa presenta l'articolo sul Mattino del 26 settembre 2017, "Perché l’'Italia è più sola dopo il voto di Berlino"
Cari amici,
penso che l'esito delle elezioni tedesche allontani Il possibile accordo sul "passo in avanti dell'Unione Monetaria Europea" che tradotto dal tedesco vorrebbe dire qualche controllo in più sulle nostre politiche. Da questo punto di vista l'esito può non essere negativo. Diventerà invece più tesa la situazione dei mercati finanziari e quindi più esposta da questo punto di vista la nostra situazione. Non basta assolutamente più la politica di navigare con il vento che il governo ha seguito finora. Bisogna affrontare per tempo il problema dell'incidenza del debito pubblico e scegliere una strategia. Capisco che le elezioni si avvicinano, e questo sconsiglierà al PD  di parlare. Ma il governo non può invece tacere  e non possono tacere i partiti che oggi all'opposizione si candidano a governare: i cinque stelle da un lato; lo schieramento di Berlusconi dall'altro. Ambedue hanno il dovere di chiarire che cosa farebbero una volta che gli elettori avessero dato loro una chance di governare il paese.
Molto cordialmente 
Giorgio La Malfa
 
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La tempesta politica che con le elezioni, ha investito la Germania è destinata ad avere ripercussioni sia all'interno che in Europa. Quindi anche sul nostro Paese. Ripercussioni non necessariamente negative, anzi per alcuni versi positive, anche se esse porranno alla nostra classe dirigente delle sfide non semplici.

La novità maggiore è che per la prima volta vi saranno - in un Paese che agli occhi di tanti era il paradigma della stabilità e della affidabilità - alla destra del partito Cristiano Democratico e del suo alleato tradizionale, la CSU bavarese, non una ma due forze politiche che hanno preso oltre il 10% dei voti ed hanno fra 70 e 100 deputati ciascuna. Si tratta dei liberali che tornano in Parlamento da posizioni più di destra che in passato e della AfD che è nata dalla questione dell’immigrazione e dall’ostilità per la Unione Monetaria Europea e la moneta unica.

Sia che la signora Merkel riesca a formare un governo con i verdi e con i liberali, sia che invece si torni alla grande coalizione con i socialisti, che pure sono reduci da una sconfitta elettorale drammatica, la politica del governo tedesco cambierà nella direzione che è stata dettata dall’elettorato con il successo di liberali e AfD\.

Cambierà sui temi dell’immigrazione, dove la signora Merkel ha pagato cara l’apertura, seppur limitata, delle frontiere lo scorso anno. Ma cambierà soprattutto sulle questioni europee. Anzi, per modificare meno la politica sull’immigrazione, la Merkel dovrà concedere di più sulle questioni europee. Il presidente francese Macron si preparava in queste settimane a lanciare delle proposte concordate con la Germania per una maggiore integrazione europea. Dovrà quasi certamente dimenticarsene. I liberali non vogliono sentire parlare di solidarietà di bilancio in Europa e ancor più di loro non vogliono sentirne parlare gli esponenti della AfD. Gli uni e gli altri, ma anche molti esponenti della CSU, vogliono che la BCE interrompa gli acquisti dei titoli pubblici e consenta ai tassi di interesse di salire.

Del resto, dal punto di vista degli interessi tedeschi, che non coincidono con gli interessi dell’Europa monetaria, la richiesta di aumentare i tassi di interesse è pienamente giustificata. La Germania non ha bisogno di tassi di interesse bassi: è alla piena occupazione. Anche se un aumento dei tassi di interesse comporterà una rivalutazione dell’euro, la Germania non ha di che preoccuparsi. Possono soffrirne marginalmente le industrie esportatrici che peraltro già producono un enorme attivo commerciale, ma se ne avvantaggeranno i profitti perché le materie prime costeranno meno e i prodotti saranno venduti a prezzi più alti.

Su questi temi la BCE è ormai sotto pressione da diversi mesi da parte degli ambienti finanziari tedeschi, ma anche da parte di esponenti del partito della signora Merkel. È molto difficile che Draghi, che ha già dichiarato che a partire da ottobre la BCE discuterà di come modificare il programma di acquisti di titoli pubblici, possa rinviare a lungo l’aumento dei tassi.

Questo è il quadro che sembra delinearsi per ciò che riguarda le prospettive di intese europee sul futuro dell’Unione Monetaria Europa e sulla politica dei tassi di interesse e le quotazioni internazionali dell’euro. Questi sviluppi avverranno probabilmente con una certa gradualità, ma sono destinati ad avverarsi.

Come impatterà tutto questo sul nostro Paese? Quali conseguenze vi sarannno e cosa si dovrebbe fare? Pongo fra le conseguenze positive il rallentamento o la fine dei discorsi sul cosiddetto «passo in avanti» nella costruzione dell’Unione monetaria. Non è un male che il progetto sul quale stavano lavorando segretamente Francia e Germania subisca una battuta di arresto.

La Germania aveva già spiegato che qualsiasi passo in avanti – per esempio la creazione di un ministero europeo delle finanze – doveva essere accompagnato da un controllo più severo e più efficace sui bilanci nazionali. Essa avrebbe insistito per la possibilità di affidare a un qualche organismo tecnico e non politico un controllo sui bilanci nazionali. Essa aveva inoltre spiegato che era indispensabile anche limitare gli acquisti di titoli pubblici di un paese da parte delle banche di quel paese, in maniera da rendere inevitabile una politica fiscale restrittiva. Dunque il cosiddetto passo in avanti significherebbe (o avrebbe significato) un’ulteriore rinuncia a una sovranità di politica economica già gravemente compromessa dalla unificazione monetaria.

Da questo punto di vista, se gli sviluppi tedeschi porteranno a una pausa di riflessione, cioè a un rinvio di decisioni che renderebbero ancora più difficile la situazione italiana, tanto meglio. Con buona pace di tutti quelli che in queste settimane incitavano il governo a mettersi al passo delle trattative (per altro condotte per loro conto) fra Francia e Germania. Quindi un sospiro di sollievo.

Nello stesso tempo, però, ci sono altri problemi all’orizzonte. Il primo è l’aumento dei tassi di interesse, che come si è detto, è pressoché inevitabile (salvo nella scelta dei tempi su cui Draghi può esercitare ancora una qualche influenza) e quindi i problemi di finanza pubblica che immediatamente derivano, per un Paese con il debito pubblico come il nostro, da questa circostanza. Il secondo rischio, collegato al primo, è che mentre può venir meno l’ipotesi di un controllo europeo sui bilanci, aumenta il rischio di un giudizio dei mercati finanziari sulla sostenibilità del nostro debito pubblico. Vi è il rischio, cioè, al primo segno di un aumento dello spread, di trovarci in serie difficoltà.

Dunque il bilancio complessivo delle conseguenze economiche per noi delle elezioni tedesche è fatto di luci e di ombre. Quello che è certo è la nuova situazione tedesca richiede una seria riflessione sulla politica economica italiana. Il Documento di aggiornamento del Def, presentato ieri dal Governo, andrebbe rivisto oggi. Al di là delle affermazioni generiche sul lento progresso di cui facciamo esperienza, bisogna mettere in campo una strategia economica di breve e di medio periodo. Se poco potevamo attenderci dalla solidarietà della Germania e del resto dell’Europa, ancor meno potremo sperare oggi. È dunque il momento di crescere e fare fronte ai nostri problemi con le nostre forze.

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