Più del laicismo poté l’insicurezza

di Giorgio La Malfa - 20/01/2008 - Politica interna
Più del laicismo poté l’insicurezza

Caro direttore,

il senatore Pera offre tre definizioni del laico ieri sulla Stampa. Scrive che è laico chi non crede; aggiunge che è laico chi non appoggia la propria concezione del mondo sulla fede rivelata e conclude che il laico riconosce che la fede è una dimensione dell’esperienza umana che conferisce un senso alla vita. A parte un chiarimento sul terzo di questi punti e cioè che il laico riconosce che la fede dà un senso alla vita per chi ci crede e che non è affatto necessario avere una fede per dare un senso alla vita o per comportarsi secondo principi etici, a parte questo, dicevo, credo di rientrare perfettamente nella definizione che Marcello Pera dà di un laico. E tuttavia non sento alcuna necessità di andare oggi in Piazza S. Pietro a testimoniare la mia laicità di fronte alla Chiesa Cattolica.

Ovviamente, se il senatore Pera ritiene di partecipare alla cerimonia, lo faccia pure: essendo laico riconosco a chiunque di fare quello che vuole in materia della sua vita e delle sue scelte religiose. Ma sarebbe bene che egli evitasse di sostenere che va in Piazza S. Pietro in quanto laico. D’altra parte gli esempi che cita, in particolare quello di Tony Blair che si è convertito alla religione cattolica, spiegano molto dell’attuale posizione del senatore Pera e non c’è bisogno di aggiungere altro.

Desidero dire una parola tuttavia sull’incidente, grave, che si è determinato fra l’Italia e la Santa Sede nei giorni scorsi. C’è un incidente e c’è un vulnus che è stato inferto dall’Italia ai rapporti con la Santa Sede. Ma questo vulnus non deriva né può derivare dalla lettera con la quale un certo numero di docenti universitari ha espresso al Rettore il proprio dissenso per la decisione di invitare all’inaugurazione dell’anno accademico il Papa. Ci mancherebbe solo che la Chiesa cattolica immaginasse che non uno fra i quattromila docenti dell’Università La Sapienza dissente dalla religione cattolica, non credo che la Chiesa lo pensi, né sarebbe legittimo pensarlo.

Ciò che è venuto meno è stato l’affidamento che il governo italiano e quindi il presidente del Consiglio e i suoi ministri hanno dato a una autorità religiosa che è anche il capo di uno Stato con cui l’Italia intrattiene rapporti importanti e continuativi, la garanzia che egli potesse parlare in condizioni di sicurezza e di rispetto. Queste condizioni o esistevano fin dall’inizio e l’Università e lo Stato italiano erano in grado di garantirle, o non esistevano fin dall’inizio e allora il signor rettore dell’Università di Roma e il signor presidente del Consiglio non dovevano esporre l’Italia all’umiliazione di fare un invito che poi viene respinto perché queste condizioni di sicurezza non sono pacificamente garantite.

Ritengo quindi che le scuse non le debba chiedere il senatore Pera, che è un esponente dell’opposizione, ma le debba chiedere il presidente del Consiglio e il suo governo, che hanno consentito venisse diramato un invito al quale non hanno corrisposto poi le condizioni di un’accoglienza decente e civile che un Paese deve riservare a un esponente di una religione, a un capo di Stato straniero. Laicismo e laicità non c’entrano nulla in tutto questo, ci mancherebbe solo che non fosse lecito dissentire dalle idee della Chiesa cattolica pur nel rispetto che ovviamente io come persona ho sempre avuto ed ho per tutte queste cose, per una manifestazione del pensiero. Se il senatore Pera si è convertito a una visione religiosa in relazione o all’evoluzione del suo pensiero o all’evoluzione dei problemi del mondo questo è affar suo, ma lasciamo perdere la questione del laicismo che con tutto questo non c’entra nulla.

da La Stampa del 20 gennaio 2008

http://aoload.com/ - http://benidilusso.com/ - http://pcwatchtv.com/ - http://siemensfreaks.com/