La Malfa e Andolfi su Il Foglio 25 Aprile-Se Renzi è buon nocchiero lo capiremo dopo le europee. Ecco come

di Giorgio La Malfa, Massimo Andolfi - 25/04/2014 - Politica interna
La Malfa e Andolfi su Il Foglio 25 Aprile-Se Renzi è buon nocchiero lo capiremo dopo le europee. Ecco come

Dallo spread in giù i segnali sono buoni ma fino alle elezioni preverrà la propaganda. Poi niente più alibi.

Consigli: il Governo nel mese di Giugno chiede al Parlamento un primo mandato per aprire, con i nostri partner, una rinegoziazione delle regole europee; superare il bicameralismo sì, ma con un Senato dalla vocazione europea non si perde l’occasione di rafforzare i poteri dell’esecutivo.

Nelle dichiarazioni programmatiche con le quali ha presentato il suo governo alle Camere, Matteo Renzi  ha indicato con chiarezza che il suo obiettivo di fondo è di fare ripartire la crescita dell’Italia. Ha anche spiegato che due sono le cose da fare per ottenere questo risultato. La prima, sul piano più strettamente economico, è un’azione di stimolo keynesiano (anche se non ha usato esattamente questa parola) della ripresa, accompagnata e favorita da un atteggiamento più comprensivo da parte dell’Europa.

La seconda, sul piano istituzionale, é l’introduzione di profonde riforme costituzionali ed amministrative, tali da rendere adeguati ai nuovi tempi gli apparati pubblici del Paese. Trasferendo nel Mediterraneo la famosa metafora di Calvino della bonaccia nel Mar delle Antille, è come se avesse trovato la nave al buio, ferma e a motori spenti, e si fosse ripromesso di accendere le luci, di rimettere in moto i due motori e di indirizzarla verso il porto della crescita.

In questa prima fase di attività il Presidente del Consiglio, è riuscito a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica, anche internazionale, segnalando efficacemente la propria determinazione a far ripartire la nave. La caduta dello spread è un segno di successo, così come la crescita nelle intenzioni di voto del PD sembra indicare la possibilità per Renzi di un risultato che nelle imminenti elezioni europee darebbe un contributo decisivo alla stabilità politica del Paese.

Per ora si è trattato, per usare la metafora, di accendere le luci di posizione e rendere visibile la nave. Non è poco, in meno di due mesi. Il vero test verrà all’indomani delle elezioni quando la nave dovrà cominciare a muoversi. Qui si porrà il problema dell’efficienza dei due motori descritti da Renzi, se essi, cioè,  nella configurazione che hanno ricevuto in queste prime settimane, siano effettivamente funzionali e coerenti agli obiettivi annunciati dal governo. Su questo punto  sono lecite e necessarie alcune domande precise. Sul piano economico, né l’attuale stadio dei nostri rapporti con le istituzioni europee né gli interventi previsti sul piano nazionale consentono di dire che il viaggio è iniziato. Dopo più di un accenno iniziale alla insostenibilità dei vincoli del fiscal compact, il Governo sembra essersi rassegnato ad accettarli per quello che sono. Di fatto la politica di Renzi è, dal punto di vista macroeconomico, in piena continuità con quella del Governo Letta. Lo dimostra iul fatto che il governo Renzi ha confermato esattamente  le modestissime previsioni di crescita per l’attuale e per i prossimi anni a suo tempo formulate dal Governo Letta.

Dal momento che il deficit per il 2014 non muta, la misura che ha ricevuto la massima risonanza – l’aumento di 80 euro in busta paga entro certi livelli di reddito – può avere effetti macroeconomici solo dal punto di vista degli effetti redistributivi. Ma per valutare di quale ampiezza – ed anche di che segno – siano questi effetti bisogna conoscere quali redditi verranno tagliati per coprire questo esborso e quali siano le propensioni al consumo dei titolari di quei redditi. In ogni caso, si tratterà di effetti minimi, salvo l’eventuale boost psicologico . Ancora più dubbio è il giudizio su altre misure, come la riduzione (modesta) dell’IRAP che danno l’impressione di un governo incerto sulla natura della crisi e indeciso se intervenire dal lato della domanda o dal lato dell’offerta.

Sul piano delle riforme costituzionali, mentre per il raggiungimento di alcuni obiettivi (semplificazione del procedimento legislativo e nuova ripartizione delle competenze tra stato centrale ed autonomie) sono stati approntati strumenti addirittura sovradimensionati, altri più importanti capitoli sono stati tralasciati, a partire da quello del rafforzamento dell’esecutivo inopinatamente affidato al buon funzionamento della nuova legge elettorale. Si é ribaltata la tradizionale sequenza che da sempre caratterizza l’avvio di grandi riforme. Invece di partire dalla forma di Stato e dalla forma di Governo per giungere infine ad una legge elettorale coerente con le prime due , si è partiti dalla legge elettorale per passare parzialmente alla forma di governo e alla forma di stato.

Oltretutto la prima e più evidente insufficienza delle prescrizioni costituzionali del 1948, é costituita proprio dalla forma di stato, che non è più ovviamente l’antico terreno della dicotomia tra democrazia e tirannide o tra monarchia e repubblica. Oggi intervenire sulla forma di stato significa introdurre nella Costituzione strumenti che coordinino efficacemente l’ordinamento nazionale con quello sovranazionale europeo e con gli ordinamenti infrastatuali che fanno riferimento al sistema delle autonomie regionali e locali. La ragione del superamento del bicameralismo perfetto non può essere la velocizzazioone del procedimento legislativo, un obiettivo raggiungibile con molta maggior semplicità. Si tratta invece di disegnare un Senato a precipua vocazione europea: un luogo, che certo il Costituente del 1948 non poteva prevedere, dove la vita delle imprese e delle famiglie sia efficacemente accompagnata e tutelata nella giungla delle normative e dalle procedure europee. Un Senato, solo per fare un esempio, che consenta al nostro paese l’utilizzazione piena dei fondi che pure l’Europa ci mette a disposizione.

Sul piano infrastatuale, la gittata della riforma si commisurerà al coraggio con cui si vorrà intervenire sull’eccessivo numero delle regioni e dei comuni sotto i 5000 abitanti. Anche in questo caso il Costituente non poteva prevedere la rivoluzione economica e demografica, cosí come non poteva prevedere il fallimento dell’esperienza regionale cui ha dato il colpo di grazia la sciagurata riforma del titolo

V di qualche anno fa. Ne aveva però subodorato il rischio rinviando a tempi migliori la concreta introduzione dell’Ente Regione. Oggi, bisogna avere il coraggio che finora Renzi non ha avuto, di riconoscere che il  comparto sanitario, la cui gestione finanziaria é fuori controllo  va posto tra le materie per le quali si intende tracciare una nuova linea tra le competenze dello Stato e quelle delle autonomie.

Completamente assente nella proposta del Governo è poi la questione ,questa sì aperta fin dai tempi della nascita della Costituzione, che costituisce il punto più controverso della costruzione del 1948. E cioè l’acquiescenza, comprensibile dopo venti anni di dittatura, ad una sostanziale debolezza del potere esecutivo. È del tutto evidente che questo tema non solo non può essere eluso se si vuole una vera riforma, ma che esso  va affrontato costruendo un nuovo equilibrio tra potere esecutivo e potere legislativo e attribuendo un nuovo e più pregnante significato al superamento del bicameralismo paritario.

Si deve concludere che nell’accendere le luci della nave sembra che ci si sia preoccupati più della illuminazione delle cabine dei passeggeri che di quella del ponte di comando e di quelle che consentono una sicura navigazione in un mare solcato da molte altre imbarcazioni. Oggi è tempo di elezioni e quindi non sfugge l’importanza che entro il 25 maggio l’opinione pubblica possa avere il senso di un percorso effettivamente iniziato con l’avvenuta approvazione da parte della camera della legge elettorale e con la probabile approvazione da parte della commissione affari costituzionali del senato del progetto di superamento del bicameralismo perfetto.

A partire, però,  dal giorno immediatamente successivo a quello delle elezioni europee, bisogna accertare che siano apprestati per la nave Italia due motori davvero efficienti. Per farlo bisogna investire il Parlamento dei problemi, dargli il tempo di fare una seria discussione e concluderla con l’approvazione di documenti vincolanti.Ovviamente se il governo, come dice, si vuole dare per orizzonte il 2018.

A questo fine vorremmo avanzare due proposte.  La prima riguarda l’Europa. Non si può perdere l’occasione costituita dalla  guida italiana del semestre europeo. Aldilà dei dossier già pronti,

se le tante cose dette dal presidente del Consiglio su questi argomenti debbono avere un seguito, su un piano squisitamente politico si potrà ricercare uno spazio per iniziare la graduale conversione della politica economica europea dall’austerità alla ripresa economica. La nostra proposta è che il governo nel mese di giugno chieda al Parlamento un preciso mandato per aprire una  rinegoziazione con i nostri partners  delle regole europee.

Sul piano delle riforme, bisogna che il Governo accetti di formulare  in un documento ampio e dettagliato il quadro completo dell’assetto costituzionale che vorrebbe dare al Paese. Oltre alla già

descritta nuova impostazione che preveda un Senato a precipua vocazione europea e una riforma molto più incisiva del sistema delle autonomie tale forse da consigliare un lavoro in parallelo su questi due temi da parte dei due rami del parlamento, non si possono tralasciare i profili che riguardano il potere esecutivo sprecando l’occasione del nuovo e fattivo clima che si é creato. Fin qui la riflessione si è fermata all’interno dei confini del sistema parlamentare. Ci si chiede però, se una razionalizzazione del sistema parlamentare sia ancora possibile in Italia dove, a differenza della Gran Bretagna e della Germania, il sistema dei partiti si è praticamente dissolto.

E infine, l’idea di affidare il rafforzamento dell’esecutivo non a una previsione costituzionale ma alla legge elettorale, ed in particolare alla legge elettorale proposta, non può farci correre il rischio, pur oggi lontano, che la nostra nave sia assaltata e conquistata da un gruppo di pirati durante la navigazione? A quelli che lo hanno concepito, l’Italicum appare ancora oggi una buona idea?

Giorgio La Malfa 
Massimo Andolfi

In allegato il pdf dell'articolo.

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