La Malfa sul Foglio, "Ripassino per Prodi su come andarono davvero le cose fra lui e Cuccia"

di Giorgio La Malfa - 06/12/2013 - Politica interna
La Malfa sul Foglio, "Ripassino per Prodi su come andarono davvero le cose fra lui e Cuccia"

IL FOGLIO - 6 dicembre 2013

 

Fra gli anni ’80 e gli anni ’90 vi furono due scontri terribili fra Enrico Cuccia e Romano Prodi, allora Presidente dell’IRI. Il primo, fra il 1984 e il 1988, riguardò il progetto di privatizzazione di Mediobanca predisposto da Cuccia ed al quale Prodi fu totalmente e fermamente contrario. Il secondo si svolse, quando Prodi tornò ad essere chiamato da Ciampi  alla presidenza dell’IRI nel 1993 e riguardò la privatizzazione delle tre banche di interesse nazionale  e il loro controllo successivo. In entrambe le circostanze, Cuccia ebbe la meglio.  Prodi non deve averlo mai dimenticato.

 

Enrico Cuccia aveva chiaro da molto tempo  che Mediobanca, per il suo peso negli affari e soprattutto per le sue  partecipazioni azionarie in una serie di grandi gruppi come le Generali,  era una preda prelibata per il sistema politico e per la Democrazia Cristiana in particolare, come parimenti lo era stata la Comit di Mattioli all’inizio degli anni 70. Quando, nel ’79, l’IRI impose alla presidenza di Mediobanca il suo direttore finanziario Fausto Calabria , fu il primo segnale che l’attacco politico era cominciato. Nell’82, l’IRI, non ancora presieduto da Prodi, impose le dimissioni di Cuccia da Direttore generale e Amministratore Delegato di Mediobanca per raggiunti limiti di età.  Fu il secondo segnale. Il terzo fu la nomina di Romano Prodi alla presidenza dell’IRI nell’82. Erano note le opinioni di Andreatta, che quella nomina aveva patrocinato, sul ‘diritto-dovere’ della DC di disporre, per le responsabilità di Governo che essa aveva, degli strumenti più efficaci per guidare l’economia. In questo quadro Cuccia era un ostacolo poiché rappresentava il puntello del sistema delle imprese private. Era chiaro che  la mainmise – come la chiamava Cuccia – da parte della DC era imminente: la nomina di Prodi era il segno che la battaglia era cominciata e sarebbe stata una battaglia mortale.

 

Cuccia preparò un progetto che prevedeva la costituzione di un Patto di sindacato – aggiornato rispetto a un Patto in essere fin dal 1958 – fra vari enti privati, fra cui la Banca Lazard, e le BIN, in cui i poteri sarebbero stati paritetici fra i partecipanti. Le BIN  avrebbero dovuto congelare, fuori dal patto, una parte delle loro azioni. Il progetto,  trasmesso a Prodi e  tenuto da Mediobanca rigorosamente riservato, filtrò all’esterno attraverso due articoli  su Repubblica di Cesare Merzagora, il quale scrisse anche che gli risultava che Prodi fosse contrario (dando quindi un chiaro indizio su chi lo avesse informato del progetto).  Seguì una bagarre parlamentare ed in Parlamento Prodi dichiarò  che le BIN dovevano restare le controllanti di Mediobanca. Il passo successivo di Prodi  fu l’ordine dato alle BIN nel 1985 di non riproporre il nome di Cuccia come Consigliere di Amministrazione di Mediobanca. Senza Cuccia, Mediobanca sarebbe divenuta un osso assai meno duro. Uno dei due Amministratori Delegati della Comit si oppose. Era Franco Cingano, di cui, di  lì a poco,  Prodi avrebbe preteso le dimissioni. L’altro, Bragiotti, di cui Prodi ieri ha parlato con evidente nostalgia, era invece d’accordo con l’IRI.

 

L’Assemblea di Mediobanca dell’85  fu una vera e propria beffa per Prodi, perché Cuccia, escluso dalle lista dei Consiglieri proposti dalle BIN d’accordo con l ’IRI, fu eletto in Consiglio nella quota riservata ai soci esteri ed alla banca Lazard in particolare.  Appena rieletto, Cuccia riprese la paziente tessitura della privatizzazione. Una nuova versione del progetto fu sottoposta a Prodi nell’86. Le BIN si divisero: il Banco di Roma, ampiamente dominato dalla politica, fu contrario, il Credito favorevole e la Comit divisa fra Cingano, favorevole e Bragiotti allineato con Prodi. All’inizio del 1987, Prodi convocò Cingano e  ne pretese le dimissioni da Amministratore Delegato della Comit, sostituendolo con Sergio Siglienti, schierato con l’IRI. Ma nel frattempo era maturata in  Mediobanca, con il consenso del Presidente della Repubblica, Cossiga, la Presidenza di Antonio Maccanico. Questo fu determinante. Maccanico aveva un eccellente rapporto politico con  De Mita, allora segretario della DC. Ciò sottrasse  a Prodi un sostegno vitale. Maccanico era inoltre in buoni  rapporti sia con il PSI che con il PCI, per cui né attenuò il pregiudizio contro le privatizzazioni Nel giro di qualche mese, la privatizzazione di Mediobanca fu cosa fatta. Le BIN scesero al 25 % e il patto di sindacato previde che esse NON avessero il potere di controllo su Mediobanca. Mediobanca era salva dalla mainmise.

 

Prodi ritorna Presidente dell’IRI nel 1993, chiamato da Carlo Ciampi, allora Presidente del Consiglio. Nella grave situazione finanziaria di quel momento, la privatizzazione delle imprese sotto il controllo pubblico apparve indispensabile e inevitabile. Le BIN erano fra i pochi cespiti di qualche valore. Comincia una durissima battaglia in seno al Governo. Prodi vuole trasformare le BIN in public companies con un azionariato così frazionato da non consentire il formarsi di   gruppi di azionisti di riferimento che prendano in mano la gestione delle tre  banche. Cuccia ha una visione diversa della governance delle imprese: ritiene indispensabile che vi siano gruppi di imprenditori che assumano su di sé la responsabilità della gestione e siano pronti a sobbarcarsi gli oneri conseguenti.

 

Egli inoltre sa che, nel disegno di Prodi, la public company è essenzialmente uno strumento per mantenere alla guida delle banche i vecchi dirigenti designati e graditi dalla mano pubblica. Pensa quindi a un modello diverso, basato su un gruppo di azionisti privati per ciascuna delle tre banche che si assumano il compito di costituire un nucleo stabile – un noyeau dur – di  gestori . Ritiene anche che, se le BIN divengono effettivamente private e non solo private sulla carta, sarà più garantita l’autonomia di Mediobanca.

 

Dentro il Governo nasce uno scontro fra Prodi, da un lato e i ministri Barucci e Savona, dall’altro. Prodi vorrebbe imporre  un limite bassissimo al possesso azionario da parte di un singolo investitore in modo da impedire il formarsi dei  noccioli duri.  Barucci e Savona sono assolutamente contrari  a questa impostazione. Alla fine il Presidente del Consiglio sancisce che il limite al possesso azionario  è il 3%. Quando si riunisce l’Assemblea delle tre BIN all’indomani della privatizzazione, Prodi scopre che si sono formati dei gruppi di azionisti stabili – esattamente quello che non voleva. Che si sia trattato per lui di una dura  sconfitta lo scrive Riccardo Franco Levi nel 1996, nella sua biografia di Prodi. E Riccardo Levi è certamente un testimone attendibile di quello che Prodi ha pensato e sentito.

 

Questo è il background dei discorsi tenuti ieri a Milano a proposito di Mediobanca. E’ utile tenerlo  presente nell’interpretare il senso delle cose che sono state dette.

 

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