La Manovra Economica

di Giorgio La Malfa - 26/07/2010 - Politica interna
La Manovra Economica

Signor Presidente, signor Viceministro dell'economia e delle finanze, desidero svolgere in questo intervento due rilievi di politica economica di carattere alquanto generale sul significato e sul contenuto del provvedimento in esame e, più in generale, sulla situazione economico-finanziaria del nostro Paese, lasciando da parte qualunque rilievo specifico per quanto riguarda questo o quell'aspetto della manovra (ciò che compariva nella prima versione e ciò che ne è rimasto dopo l'emendamento del Governo su cui è stata posta la questione di fiducia, insomma sostanzialmente sul dettaglio di questa impostazione).
Signor Viceministro, i due rilievi sono questi. Il primo è che con questo decreto-legge che il Governo presenta alle Camere, il Governo stesso ha messo, per così dire, la parola fine alle aspirazioni politiche con le quali l'onorevole Berlusconi si è presentato nel 2001 al giudizio degli elettori e si è ripresentato poi nel 2008 ottenendo quella vasta maggioranza alla Camera e al Senato che contraddistingue questo Governo.
Quale era il fondamento di quella politica? Era l'affermazione che l'Italia, per aver dovuto affrontare in un arco di tempo compresso, negli anni Novanta, la grave accumulazione di deficit e di debito che l'Italia aveva ereditato dal passato, aveva dovuto scegliere la strada di interventi progressivi, ripetuti, congiunturali sulle condizioni della finanza pubblica che avevano finito per deprimere il tasso di sviluppo dell'economia italiana.
Dobbiamo riuscire a liberare - diceva Berlusconi agli elettori, e fu l'argomento fondamentale per il quale al partito che avevo allora l'onore di guidare e che ho ancora l'onore di rappresentare, il Partito Repubblicano, dissi: associamoci a questa battaglia - le forze dello sviluppo economico italiano che sono state compresse dalla necessità di affrontare il debito pubblico e dallo sforzo, che condividevamo e che il Governo Prodi aveva fatto, di tagliare il deficit e l'inflazione per poterci mettere in condizione di entrare nell'euro, senza poi riuscire ad innescare, su quella giusta politica economica ed estera del nostro Paese, una politica di sviluppo.
Qual era la chiave dell'impostazione di Berlusconi? Una coraggiosa, drammatica riduzione del prelievo fiscale, sperimentata da altri Paesi, dagli Stati Uniti e dall'Inghilterra in altri tempi, che in una prima fase, dal 2001, il Ministro Tremonti pensò potesse essere sviluppata senza tener conto dei vincoli di bilancio, con un deficit, per così dire, nella speranza che l'effetto di rilancio dell'economia potesse poi colmare il deficit prodotto dal taglio fiscale; ma che nella seconda versione, più realistica, che noi avevamo ben condiviso, nel 2008, si traduceva in un coraggioso intervento di contenimento e di revisione della spesa pubblica corrente, sul quale basare due essenziali operazioni: la riduzione delle aliquote fiscali ed un forte investimento nei campi delle infrastrutture, della ricerca scientifica, dell'innovazione e così via. Una politica, quindi, che era insieme di responsabilità finanziaria verso noi stessi e verso l'Europa, ma anche la capacità di affrontare il nodo dello sviluppo economico italiano che, come il Governatore della Banca d'Italia ha documentato tante volte, è fermo dal 1992-93.
Quella politica non c'è più. Il decreto-legge in esame, infatti, significa semplicemente il ritorno alla consuetudine della storia finanziaria degli ultimi trent'anni: di fronte ad una condizione di bilancio sottovalutata nelle sue dimensioni di deficit, il Governo chiede al Parlamento ed al Paese un insieme di sacrifici attraverso misure la maggior parte delle quali appare così affrettata nella preparazione, che il Governo stesso le riscrive quasi totalmente nell'iter del decreto-legge al Senato. Quante volte, senatore Vegas, abbiamo visto negli ultimi trent'anni dalla parte della maggioranza, dalla parte dell'opposizione, da funzionari del Parlamento, da economisti, questa politica di breve respiro sostituirsi alla speranza di una politica di ampio respiro, con misure così affrettate che, lo ripeto, non reggono nemmeno il vaglio della maggioranza stessa, del Governo stesso, che dice: aboliamo 32 province; no, ne aboliamo 9, ne aboliamo 4, ne aboliremo...; che propone una serie di misure così affrettate perché stabilite all'ultimo momento.
Il primo rilievo allora a cui credo il Governo non sia in grado di dare una risposta è: perché le misure di contenimento della spesa corrente delle regioni, dei comuni, della sanità, di quel che è, non sono state proposte nell'aprile 2008? Ciò sarebbe avvenuto in relazione ad un programma, che corrispondeva al vincolo elettorale, di creare le condizioni per una riduzione delle aliquote. Perché il Parlamento italiano viene investito solamente nel 2010, dopo che l'Europa chiama a rispondere di affermazioni, che ho giudicato irresponsabili, durate due anni: «l'Italia non ha bisogno di nulla perché l'Italia sta meglio degli altri»? E non era vero, perché il reddito nazionale calava del 5 per cento: nessun altro grande Paese europeo subiva una crisi altrettanto grave. «L'Italia gode di condizioni migliori, uscirà in condizioni più forti; non abbiamo bisogno di fare manovre». Sì, invece: abbiamo bisogno di fare manovre. Avremmo avuto bisogno di fare qualcosa di più meditato e di fondo.
Capisco che il Presidente del Consiglio sia scontento, che il Presidente del Consiglio faccia trapelare la propria scontentezza per le misure che il Ministro dell'economia e delle finanze minacciando dimissioni avanza: egli capisce, con sensibilità politica, che è la fine di quanto aveva promesso agli italiani e a se stesso. E non lo può imputare ad un errore di impostazione del Ministro dell'economia e delle finanze, perché quest'ultimo può dire: l'Europa ci condannerebbe se non lo facessimo. Egli quindi sa di non poter fare a meno di questa impostazione, ma allo stesso tempo è consapevole che avrebbe dovuto imporre dal primo giorno ai Ministri ed al Ministro dell'economia e delle finanze un'impostazione di maggiore respiro.
Queste misure, introdotte nel 2008, avrebbero consentito oggi di affrontare il problema della ripresa. È risibile sostenere che vi sono misure per la ripresa. Vi è la possibilità di aprire un'impresa in un giorno? Ma con questo prelievo fiscale, c'è qualcuno che voglia aprire un'impresa in un giorno? C'è qualcuno che vuole chiudere delle imprese in un giorno! Cosa ha fatto un grande imprenditore del Nord in questi giorni? Ha detto: ci sono condizioni migliori altrove, me ne vado. Primo giudizio: in che cosa differisce questo decreto da quelli che lo hanno preceduto, da quelli del Ministro Padoa Schioppa? Dentro c'è persino il gettito derivante dalla lotta all'evasione, sul quale lei ed io - che eravamo all'opposizione - abbiamo fatto dell'ironia, perché la lotta all'evasione non si fa attraverso i decreti, ma - lo diceva Berlusconi - attraverso una seria riduzione delle aliquote al termine della quale c'è - per così dire - la gogna, la prigione, la condanna per coloro i quali evadono (mi riferisco a un Paese che chiede basse aliquote).
Sta uscendo uno studio della società Ricerca & studi di Mediobanca sulle piccole e medie imprese in Europa - uscirà tra qualche settimana - in cui è stata fatta una ricerca comparativa tra le piccole e medie imprese in Spagna, in Germania e in Italia (con molti aspetti simili e molti aspetti diversi). L'aspetto che più colpisce, drammatico, è che il carico fiscale, il totale delle imposte pagate dalle piccole e medie imprese italiane supera, dai bilanci esaminati in modo conforme tra i tre Paesi, il 40 per cento, mentre per gli altri Paesi è sotto il 30. In altre parole le stesse medie e piccole imprese che in Spagna pagano un carico fiscale - tra IRAP ed altro - del 30 per cento in Italia lo pagano al 45. Questo non è il problema dello sviluppo economico italiano? E se non è questo, qual è il problema?
Quando un Governo viene a chiedere ad un esponente del Partito Repubblicano come me come voterà su questo decreto, io non ho ancora deciso e potrei anche votare a favore di un decreto di questo genere, perché certamente non mi farò mai accusare di non avere concorso alla riduzione del deficit, ma lo faccio dopo avervi detto che questo è il fallimento di un'impostazione politica sulla quale, non soltanto io, ma molta parte degli elettori italiani avevano confidato. Onorevole Vegas, gli italiani avevano confidato in una politica di alleggerimento dei pesi sullo sviluppo, e non ce l'hanno questa politica, perché - come ha detto il mio onorevole predecessore - la pressione fiscale è cresciuta o non è diminuita. Sostanzialmente quando avrete finito di portare a termine questa manovra avrete un'Italia che ha meno possibilità di crescere, e che ha i conti forse lievemente più in ordine. Questo Governo può fare nei residui due anni della legislatura quello che non ha preparato per tempo? Queste sono misure che si preparano all'inizio di una legislatura, indicando al Parlamento degli obiettivi di riduzione della spesa corrente e di conseguente riduzione delle aliquote fiscali, poi discutendone ampiamente.
Non ho particolare simpatia per questo o quel governatore di regione e capisco anche molte polemiche del Ministro Tremonti sugli sprechi che ci sono a livello nazionale, a livello regionale e a livello locale. Si tratta di torti che ciascuno ha nel settore pubblico italiano. Però devo dire che riconosco una certa ragione (quando si chiede un taglio importante della spesa di un ente locale o di un ente regionale) al fatto di invocare il diritto a discutere, ad esaurimento e con il tempo necessario, di tale questione (salvo che la responsabilità rimane del Parlamento e del Governo), e quindi i governatori (se è questo che lamentano) hanno il diritto di rammentare questo problema. Perché così si cambia la geometria delle politiche economiche e di ciò che gli enti locali possono fare, ed è questo che forse intendeva dire il sindaco di Varese (che non credo appartenga all'opposizione) quando dice: avete dato il tempo, perché non avete dato questo tempo? È molto semplice: perché siete arrivati così tardi a riconoscerlo, dopo aver detto per due anni che le cose andavano in maniera eccellente nel nostro Paese (in modo molto diverso da tutti gli altri europei), che quando l'Europa vi è venuta contro avete dovuto in cinque minuti tirare fuori dai cassetti quello che c'era, e prendere poi un mese di tempo per cercare di aggiustare gli errori che erano stati compiuti.
Questo è il primo rilievo, su cui mi fermo. Ce n'è un secondo. Siete sicuri di avere realizzato una manovra utile rispetto ai problemi dell'equilibrio finanziario italiano? Il dubbio che ho - un dubbio di fondo - è che noi facciamo questa manovra perché nel corso dei mesi scorsi la turbolenza dell'euro ha investito la periferia dell'Europa. Pensiamo alla Grecia, ma è una minaccia che colpisce anche altri Paesi.
Domani questa turbolenza potrebbe minacciare l'Italia, certo, considerato il carico di debito che riceviamo dal passato, ed io avendo fatto anche parte di questo passato non ho difficoltà a dire che abbiamo una nostra parte di responsabilità, che tutto questo è detto, è nei fatti. Ma qual è il problema italiano dal punto di vista della stabilità?
Onorevole Vegas, lei conosce bene questi numeri: noi abbiamo un deficit di bilancio rispetto al PIL del 5,5 per cento, che è più del 3 per cento famoso, ma che è un pochino meno della Francia e della Germania, che stanno al 7 e al 5,8 per cento. Noi stiamo male rispetto al parametro del 3 per cento, ma abbiamo un'altra cifra che è molto più grave: quella del debito pubblico, che in rapporto al prodotto interno lordo si colloca al 120 per cento, mentre la Francia e la Germania, per usare dei Paesi di riferimento, si collocano al 75, al 78 per cento; loro sono molto vicini a quel 60 per cento imposto dall'Europa, noi invece siamo molto distanti.
Se c'è una debolezza, se c'è una fragilità finanziaria del Paese, signori del Governo, essa non si trova nel deficit e voi lo sapete bene. Non si trova nel deficit, si trova nello stock del debito in rapporto al reddito nazionale perché quello impone a voi, signori del Ministero dell'economia ogni mese, di fare delle emissioni che immagino vi lascino con qualche patema d'animo, considerate le condizioni di volatilità dei mercati finanziari. E se domani un'agenzia di valutazione dicesse: l'Italia ha un deficit abbastanza modesto, più piccolo della Germania, più piccolo della Francia, ma il debito che era al 120 per cento del PIL nel 1996, poi al 104-105 sei anni fa, oggi è al 118 e domani salirà al 120, perché tagliando (di quel poco che tagliamo) il deficit di quest'anno, il debito cresce in rapporto al PIL. Quindi noi oggi sappiamo che l'anno prossimo il rapporto debito/PIL salirà dal 118 al 120 per cento nonostante questa manovra, e certamente non potete tagliare di più la spesa corrente, cosa che già ha effetti deflazionistici.
Allora la domanda che vi rivolgo, per così dire, senza intento polemico, ma come si può parlare con coloro i quali hanno la responsabilità e conoscono i dati, è: siete sicuri che la manovra è stata impostata correttamente? Cioè siete sicuri che dei due obiettivi a cui potevamo mirare: il deficit pubblico e il rapporto debito/PIL, la priorità fosse il deficit, e che invece non bisognasse scegliere o di affiancare o di sostituire a questa manovra una manovra che affrontasse il tema del debito pubblico? Questo problema lo si può affrontare facendo cassa, come si dice, vendendo asset pubblici, che ci sono, che il Ministro Tremonti ha tentato già di vendere in anni lontani, e bisognava avere il coraggio, la forza anche di combattere le resistenze degli enti locali e delle forze politiche perché molto spesso in queste proprietà pubbliche si annida il sottogoverno delle regioni, dei comuni, delle province.
Mi hanno detto che in una regione del centro-nord governata dal centrosinistra ci sono 800 società pubbliche, mentre quindici anni fa ce n'erano 5 o 10; ebbene, allora lì non c'è nulla che possa essere venduto o semplificato? Se noi domani avremo un deficit che invece di essere del 5,3 sarà il 4,5 e tra due anni invece del 4,5 sarà il 4,7, ma nel frattempo il debito pubblico cresce, supponiamo che le condizioni internazionali generino instabilità finanziaria, paure delle banche, paure dei mercati, voi mettete al sicuro gli italiani, il loro risparmio? La condizione dell'Italia nell'euro la mettete al sicuro non facendo nulla riguardo a quel problema?
Io l'ho segnalato in un articolo pubblicato su un giornale all'inizio della discussione su questa manovra, mi sarei aspettato che il Governo spiegasse privatamente, pubblicamente le ragioni per cui esso ha scelto un'altra strada. Perché è difficile? Sì è molto difficile. È certo che è molto difficile decidere se vendere le poche grandi imprese pubbliche controllate dal Ministero dell'economia, sì, è molto difficile. È molto difficile vendere le caserme che non servono, tutto questo è difficile, anche convincere gli enti locali e regionali a rinunziare, ma dal momento che avete fatto la forzatura sugli enti regionali, sulla loro spesa, perché non la potevate fare sullo scioglimento delle imprese in cui si annida il sottogoverno della classe politica del Paese? Perché non lo potevate fare? Perché il Presidente del Consiglio che lamenta di non avere poteri non ha posto questo problema davanti al Paese? Perché?
È debole rispetto agli altri poteri? Chi si è opposto a guardare questo problema italiano? E se tra due anni l'Italia si dovesse trovare in una condizione di difficoltà analoga a quella di altri Paesi europei, pensate di poter sfuggire alla responsabilità di aver trascurato uno dei problemi? Ci sono due obiettivi in Maastricht: uno si chiama deficit e l'altro si chiama debito. Di questi due parametri, quello per cui l'Italia è più deviante non è il deficit, è il debito. Dovete una risposta al Parlamento e al Paese, perché vi state occupando del deficit - e fate bene, anche se lo fate tardi e in misura approssimata - e non vi occupate di quella che è la spada di Damocle, senatore Vegas, che sta sulla testa dell'economia italiana. Queste valutazioni, che consegno alla sua attenzione ed esprimo con passione, perché sono i temi di cui mi sono occupato in tutta la mia vita da parlamentare, mi portano ad un giudizio negativissimo, ma non tanto sulla manovra che - ripeto - è trascurabile nei suoi effetti benefici sull'Italia; sono, forse, meno trascurabili gli effetti negativi sul tasso di sviluppo, ma la logica del mio partito è che quando il Governo chiede dei soldi al Parlamento, il Parlamento, bene o male, glieli deve dare, quanto meno per non essere accusato di irresponsabilità rispetto alla condizione dei conti che voi conoscete, che voi avete nascosto, che voi avete sottovalutato per due anni e che, oggi, confessate al Paese. Il Parlamento vi deve votare e spero che voti a favore di questa conclusione. Ma non pensiate che questa sia una vittoria, questa è una sconfitta, perché è la sconfitta definitiva dell'impostazione di politica economica del Presidente Berlusconi, dalla quale non c'è più riscossa, non c'è più salvezza rispetto alla rinunzia. Il Governo Berlusconi è in continuità con il Governo che aveva come Ministro dell'economia e delle finanze Padoa-Schioppa o in continuità con i Governi degli anni del centrosinistra che, ogni anno, chiedevano una o due manovre. Ma la cosa più grave è che vi dovete domandare se non avete lasciato l'Italia nella pioggia qualora il tempo divenga cattivo. Naturalmente, mi auguro che il tempo si rassereni, che le condizioni finanziarie dell'Europa migliorino, che l'Europa, attraverso la svalutazione tardiva dell'euro, possa rifiatare e, quindi, avere una certa ripresa come anche le entrate fiscali, in Europa e in Italia, perché, se così non fosse, se così non sarà, tutto ciò non sarà servito a niente, come l'altro giorno accennava, vagamente, ma in modo ben chiaro, il Governatore della Banca d'Italia in un discorso all'Associazione Bancaria Italiana. Signor Viceministro, queste sono le due semplici obiezioni che muovo a questo decreto-legge e che mi fanno dare un giudizio di inutilità su questa manovra, il che non mi impone di votare contro e non preclude un voto favorevole, ma di inutilità e, soprattutto, un giudizio politico molto negativo sul modo nel quale avete guidato il Paese nel corso di questi anni.

Link al video sul Sito della Camera dei Deputati

da: Camera dei Deputati lunedì 26 luglio 2010 Discussione Generale sul Disegno di legge di conversione, con modificazioni, del decreto-legge n. 78 del 2010: Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica - (A.C. 3638)

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